In “Carteggi Letterari

Come avverte Claudio Damiani nell’introduzione, Alfabeto dell’invisibile è il libro di un ritorno. Per Chiara De Luca, ritorno alla città “matria”, resoconto che ristabilisce un margine, un confine di ri-orientamento dopo il “pellegrinaggio” di formazione. Tornare a un luogo è il modo di riattivare il sé nella memoria, cioè in uno spazio che si riempie di storia personale, in una nuova fisionomia identitaria, fatta d’incontri con l’alterità, con i volti (e Volti è titolo di una sezione del libro, la più intensa perché chiaramente ispirata da esperienze dirette, d’impatto corporeo):

Lei è un abito di seta elegante

che fluttua nel vento come un niente
precariamente appeso al volto spento,

non si stanca mai di camminare
ogni giorno da secoli per ore,

non si sazia mai di quel suo andare
senza mai il traguardo di una fine.

Lei è divenuta sostanza del paesaggio
ramo scarnito, arbusto consumato,

filo d’erba alla deriva sul selciato.

Ogni anoressica è una gabbia, mi ripeti,
di un cuore che ha bisogno di essere in prigione

da quando il cielo gli ha negato di volare.

(p. 92)

*

Siamo quelle che arrivano dopo
a festa finita senz’aver tentato
d’esserci per prime come un gioco.

Per questo forse stasera ci aggiriamo
quiete tra cartacce unte e stropicciate,

le chiavi di una macchina scordate
sulla fontana da chi aveva troppa sete,

oppure messe lì da qualcuno che credeva
che l’altro più in alto le avrebbe ritrovate.

Qui dove sonnecchia ora il “bruco mela”
e fermo ai piedi della ruota il panorama

come i ricordi di bambina quando a scuola

a tutti regalavano i biglietti per la luna*
tra un paragrafo di storia e un’altra noia.

*Da bambina, quando il luna park arrivava in città, a scuola distribuivano a tutti biglietti gratuiti per le giostre.

(p. 97)

*

Era buio intorno e le labbra
del mondo non si schiudevano più

all’enorme gola dell’alba per il bacio
o il morso del freddo sul selciato,

quando mi hai detto non toccare
il solo mattone che hai posato male
,

sistemane di nuovi per rialzare
il muro della vita che ti appartiene
.

Anche noi, Gray, abbiamo stagioni
alti rami distesi contro il tempo,

non siamo nati per avere sempre
le stesse foglie ampie sulle spalle,

ma per spiovere l’acqua dei giorni
in tempeste che scemano ricordi.

È dagli alberi che abbiamo appreso un tempo
di questo nostro abbraccio primitivo lo slancio

premendo contro il petto la corteccia,
per riaprire una ferita in ogni breccia,

seguendone il respiro lungo il tronco
in cerchi ampi tracciati dalle assenza;

perché siamo il taglio e lo abitiamo
il ghiaccio si fa sangue che condensa

al nuovo pronunciarsi dell’inverno
per radicarci a fondo negli sguardi

ciechi se è divelta la presenza.

(pp. 106-107)

L’irruenza del mondo è comunque lo stimolo di un’apertura al cambiamento, proprio rientrando nel sé, il soggetto di questa poesia riscopre la capacità d’emersione: «l’avresti detto laggiù/ che il mondo sarebbe riemerso/ dal principio avresti imparato/ il rapido braille della luce/ sul foglio spianato del giorno» (p. 116).
La parola si ricostruisce sull’«invisibile» di un nuovo sentire, immaginazione che cade nei ricordi, «futuro bianco» che si apre ad altre vicende, nascenti, non più «mancanti» ma enumerabili – “memorabili”, dunque – proprio per effetto del ritorno a sé.
Ombre positive si proiettano da un campo “memoriale” che ritrova fiducia nell’attraversamento:

La pioggia è una favola prima di dormire
stanotte sommessa a sorpresa ci racconta,
insistentemente lungo i muri ci riporta
il sordo pulsare del sangue in quelle sere
a cercare di smorzare la sua corsa nelle vene,
perché non ci stanassero gli spiriti curiosi
tra glia alberi nel buio di quel nostro amore,
passo dopo passo discosti fianco a fianco,
a fronte alta per non perdere lo sguardo
l’uno nell’anima dell’altro.

(p. 51)

Futuro e casa si solidificano in una certezza: la capacità di nominazione e l’evidente conseguenza che la parola possa riaccostarsi al mondo, quello a venire. Emerge una fiducia, ancora non pienamente definibile, di poter captare (almeno per immagini) i nuovi campi d’esperienza, a disastro avvenuto:

TERREMOTO

Hanno smantellato nella notte il nido
che caparbia la colomba aveva stabilito
di deporre col futuro sopra il davanzale.

Rapida ricresce la sua casa di fortuna
di sterpi, carta, fango, gusci e spazzatura.

La spio dietro le tende a casa di mia madre
tra scatole sfondate che dopo il terremoto
alla rinfusa hanno accolto quel che è stato.

Né più ricordo dove dormano i diari
i vecchi peluche, i biglietti dei treni,
le lettere, il vinile, i progetti di domani –

sarà come scartare dei doni da lontano
oppure lasceremo gli spettri al loro buio.

(p. 71

A volte la parola è desiderio nostalgico, l’assenza e il silenzio sembrano una copertura, attesa quasi infantile dell’accadimento, piccole ricadute di un percorso di maturazione:

Potesse la pioggia non finire, io restare
per sempre al caldo in attesa di qualcosa
di eclatante, un lampo dirompente:
un amico che ti chiami per niente,
uno sconosciuto che non legga
in te solamente quello che gli serve,
un pianto che non enunci le assenze
un silenzio che non pronunci sentenze.

(p. 74)

Ma a restare di Alfabeto di cenere, sua solida conquista, è il senso di un percorso aperto al possibile; la fiducia nel viaggio del nome a ogni approdo di continuo nascente.

 

Come non le avessi mai incontrate

sui sentieri riaperti della luce,
le segui arcuarsi in un sorriso

lungo la Vite che credevi
mai più sarebbe ritornata

sulla nuova rotta frapposta dall’inverno
tra noi e l’approdo a un altro deserto.

Hai gli occhi di chi ancora nomina il giorno
i miei dicono notte perché non tradisce

la speranza che se la pronunci svanisce.

(p. 102)

 

*

Guarda come annotta il mare
sotto l’ossessione del temporale
come si discostano le coltri
d’onde ad accogliere scaglie
di perle e pesci sgusciati dalle tane –
Oculato il mare consente alla furia
del cielo di scialacquarne la luce

(p. 121)

 

*

Pregna di pensieri inghiottiti
calcati come orme riandando

a ritroso sul litorale la sera
dove il vento cessa di sferzare;

ebbra di parole d’altri e troppo
belle come d’onde lunghe il mare

solo a rendere ogni singolo
bacio di fuoco senza poterne

tenere un pugno a fecondare
di tempo generoso il fondale;

popolato d’infinite creature
d’occhi tutte fameliche bocche

a pelo di superficie e mostri
nel pozzo del buio nascosti.

(p. 135)

 

Gianluca D’Andrea
(Giugno 2015)