da “claDestino

Chiara De Luca ha recentemente pubblicato da Samuele Editore la raccolta di poesie Alfabeto dell’invisibile. L’autrice scrive poesia e narrativa, traduce da inglese, francese, tedesco, spagnolo e portoghese. Nel 2008 ha fondato una casa editrice, Kolibris, dedicata alla traduzione e diffusione della poesia straniera contemporanea. Un’iniziativa importante, perché, come già diceva Madame de Staël due secoli fa, ogni letteratura cresce e fiorisce nel confronto con le altre culture.

Claudio Damiani nell’introduzione sottolinea il legame con la città natale dell’autrice, Ferrara. Ma  ci sono anche le altre città in cui ha vissuto (Pisa, Bologna), gli incontri, le persone, (una sezione si intitola Volti). Un grande esercizio di memoria, un inventario delle cose passate: i diari / i vecchi peluche, i biglietti dei treni, / le lettere, il vinile, i progetti di domani, che, trattenute nelle parole, non vanno più perdute, e sono condivise dai lettori, chiamati a riconoscere le somiglianze con la propria esperienza.

Una poesia è dedicata a Pisa, città in cui l’autrice ha frequentato l’università.

 

Mi precedeva il fiume all’orizzonte

ogni giorno “al tocco” sul Lungarno

 

quando seguendone la scia scivolavo

cibandomi di vento e voci di studenti

appollaiati in cerchio alle “spallette”,

 

tra gente radunata in crocchi alle fermate,

parà schierati al ponte come una dogana,

 

– brutte, spavalde, stupende o imbarazzate

le ragazze non potevano passare inosservate –

 

in libera uscita come scolaretti in gita

annoiati e superbi, intenti a tirar tardi,

 

mentre scivolavi più veloce degli sguardi.

È rievocata una vita di spostamenti, di viaggi, Avevo una tenda arancione da ragazza, in cui si fa i conti con la solitudine: L’attesa in stazione serve a sentire / che si può essere ancora più soli. Infine il ritorno a casa, la città dell’infanzia, Ferrara: anche gli uccelli migratori / se volano è per fame o per cercare / un nido sconosciuto cui tornare.

Un ritorno segnato dall’inquietudine: Basta un niente alle ruspe per abbattere una casa. Oppure: Hanno smantellato nella notte il nido. La precarietà dell’esistenza è estrema, la casa non è un posto tranquillo, anzi, lacera: siamo il taglio e lo abitiamo. Non c’è una facile pace per l’autrice, che ha imparato ad abbracciare / la nostalgia del mondo. Un abbraccio che è una ferita: l’aria è finita, nel cuore una piccola crepa // mi ha inchiodata alla vita.