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“Alfabeto dell’invisibile” di Chiara De Luca, edito Samuele Editore, rappresenta la nuova svolta che la poesia dell’autrice ha preso. Rispetto a “La corolla del ricordo” e ad “Animali prima del diluvio”, entrambi editi Kolibris, la voce di Chiara si fa più narrativa, introducendoci in un mondo che non è più altamente lirico e rarefatto, trasfigurato dal linguaggio poetico, ma un mondo concreto, fatto di cose e di ricordi.
Il volume è diviso in quattro sezioni, due più narrative e due più liriche che ricordano maggiormente le raccolte che lo hanno preceduto. La prima è la terza sezione, Ritorno e Volti, costituiscono la voce narrativa.
Ritorni racconta del ritorno della De Luca a Ferrara, dopo essere stata ospite di diverse città italiane. “Dopo vent’anni in silenzio ti ritorno /a guardare dritto nel centro del cuore / da viaggiatore che ormai più non cerca // da tempo alcun riferimento, madre / tanto lieve distratta e inadempiente, mia Ferrara”: questo l’incipit della prima poesia dedicata alla città a cui l’autrice fa ritorno. La poesia prosegue, ricordando a chi ha letto i romanzi “La collezionista” e “La mina (stra)vagante” editi Fara Editore la forte ironia di cui Chiara è capace. L’autrice infatti non ha solo un occhio molto attento, ma anche piuttosto sarcastico: ed ecco che i giovani diventano soldati in divisa “iscritti d’ufficio alla ‘compa’ che a sera / si trovano al piazzale dell’Iper a bruciare / metà della serata per decidere che fare”. Seguono delle poesie capaci di descrizioni precise, veri e propri ritratti della città, delle sue ville e delle sue vie, che vengono attraversati da ricordi che, come raramente accade in poesia, non vengono solo abbozzati o frantumati per poter poi essere lasciati all’intuizione altrui. La De Luca lavora alla riemersione del ricordo, offredocelo intero: ed ecco che ci permette di vederla andare col fratello al funerale della nonna a Roma, o consegnare bambina i fiori per un fioraio di viale Cavour.
La precisione della descrizione pervade anche la terza sezione, Volti, in cui l’autrice ci espone dei veri e propri quadri in cui la vita reale si tramuta in poesia senza perdere nessun fotogramma ed il suo fascino narrativo. Sono ritratti di dolore altrui, trattati con la dolcezza di chi non vede l’altro solo come possibile personaggio da trasformare in arte, ma che sa considerarlo e mostrarlo come persona: “Stretti nella morsa dei minuti in sala / d’attesa i vecchi indossano sorrisi, / stanchi di parlare solo per tacere – / […]Accanto lei sta guardando da tempo / ha occhi di foglia nel deserto del volto // sobbalza quando le parlo e si accorge / di non essere il solo punto nell’ampio // bianco del muro mentre già un altro / forse viene risucchiato dalla stanza / all’occhio magnetico della risonanza.”.
Stazioni e Mare, sono le altre due sezioni che ricordano maggiormente le precedenti fasi poetiche della De Luca, ma che al contempo assumono, a tratti, una forma ibrida tra poesia lirica e poesia narrativa.
Anche la seconda sezione, Stazioni, è attraversata da ricordi e il linguaggio si fa meno immediatamente legato al concreto, e la natura diventa lo specchio descrittivo delle emozioni dell’autrice.
Mare, ultima sezione fortemente lirica, è un vero e proprio dialogo tra questo elemento naturale e l’interiorità di Chiara, che si descrive descrivendolo: “Si addensa il buio o sono banchi / di pesci radunati all’imbrunire,/ si dilatano le onde oltremisura / lievita il bianco della schiuma / sulla cresta aperta d’acqua franta / che li ricompone e imbianca / posa luce offesa sul fondale. / Dal mare imparo a trattenere / il vento a rivenirmi incontro / facendomi d’aria e movimento”.
Nonostante la divisione in quattro sezioni vi sono dei temi che ricorrono e si rincorrono per tutta la raccolta. Il viaggio e il ritorno, temi più evidenti all’interno del volume, sono spesso descritti con parole come “fuga”, “sgusciare”, come se il viaggio fosse necessario strumento di libertà, esigenza dell’animale in trappola. Il volo, le ali aperte, la capacità o l’incapacità di spiccare il volo, costituiscono un altro elemento molto importante di questo testo: “ti sembra forse che sia rinuncia al volo / strigermi attorno le ali per restare / se è vero che mi mancano le storie / raccolte sul muretto alla stazione […] Eppure anche gli uccelli migratori / se volano è per fame o per cercare / un nido sconosciuto cui tornare […]”.
Anche l’acqua, ed in particolare la pioggia, sembra non abbandonare mai “Alfabeto dell’invisibile”, la cui poesia viene continuamente bagnata, come un ossessivo bisogno di slavare e stemperare l’atmosfera, o di evadere e sfogare l’emozione tramite un pianto irreale ma liberatorio. “La pioggia è una favola prima di dormire”, “L’acqua ha nutrito la furia delle onde”, “via come l’intonaco del cielo che la pioggia / ha sciolto e accolto per lasciarlo ricadere”.
Anche il buio torna spesso nei testi della De Luca, un buio che viene spesso legato ad un altro elemento ricorrente, il seme, che permette la vita ma che sempre legato all’oscurità e al dolore: “Anche quando non lo irrighi vedi il dolore / è un seme che spetta al buio di saziare”.
“Alfabeto dell’invisibile” sarà, agli occhi di chi già conosce l’autrice, un’inaspettata e significativa evoluzione, e per chi ancora non ha letto nulla di suo sarà l’occasione unica di entrare in intima assonanza con una poetessa che sa davvero toccare il fondo delle cose per donarle al prossimo.