L’attesa in stazione serve a studiarsi
con cura ottusa le mani scordate

per mesi chiuse dentro ai polsini,
per scoprirle graffiate e smarrite

da un pianto irredento dal tempo
che ha ingiunto di essere fermo

– ancora ho appeso un orologio
a muro caricato quelli da polso,

spolverato il calendario perpetuo
ornato di fiori che avevo incartato –

L’attesa in stazione serve a sentire
che si può essere ancora più soli.

 

 

Chiara De Luca, da Alfabeto dell’invisibile, Samuele Editore 2015

Stare in attesa, stazionare, portare il proprio itinerario in un punto di stasi, dove ciò che può giungere, ancora non occupa il posto desolato da ciò che è svanito. La stazione di Chiara De Luca è l’esitazione tra il già espresso e il sentito non ancora vibrato-corpo nel suono della parola. “L’attesa in stazione serve a sentire”.
Giorgio Agamben afferma che “Poeta è colui che nella parola genera la vita”, ma tutto il percorso compositivo di Chiara sa farsi stazione di convergenza di vita e poesia, dove l’una deraglia per transitare nel binario dell’altra, dove la vita giunge e attiva il convoglio della poesia.

Ogni verso s’affaccia nell’attesa, e in questo spazio-tempo appaiono oggi le mani a mostrare segni, grafie, codici che trapelano una parola, la pronuncia della solitudine. La biografia elegge questo vocabolo, ma forse la poetica ne trasfigura l’immagine in distanza. Siamo in una stazione, dicevamo, in un nodo di scambio.
Scrive Carlo Sini: “Quando riflettiamo su come si viene al mondo, riflettiamo dunque anche su come il mondo venga al mondo: ovvero ci occupiamo di come il mondo si faccia sensibile e, producendo in se stesso una separazione e una distanza, arrivi a specchiarsi in se stesso, arrivi cioè a sentirsi. E’ attraverso questa scissione che il mondo diventa segno.”
La solitudine sa riconoscere la distanza; la poesia di Chiara, mentre la esprime, genera quello spazio che rende possibile riconoscere il mondo, leggerne la manifestazione, incantata o dolorosa, riconoscerne i segni. La poesia genera una scissione che innesca il mondo come un-tutto-di-segni. Chiara nella sua stazione, nella sua esitazione tra la memoria del diluvio e l’attesa dell’incipiente, registra in versi il mondo fattosi segno. Ma la scissione, che genera il mondo in segno, chiede al poeta la competenza dell’attesa, che rende ogni particella del mondo particola da elevare alla luce del cielo.
Ci vuole un luogo di distanza anche dentro il poeta stesso, perché il verso sappia leggere della sua carne un mondo di segni. Ci vuole distanza tra l’io e l’alter ego che lo osserva.
Chiara tenta tutto ciò per una necessità biografica che s’addensa progressivamente in visione e in costante poetica. Le sue mani diventano libro da leggere, mappa di segreti tracciati, linguaggio: “a scoprirle graffiate e smarrite da tutto / il pianto che non hanno raccolto nel tempo / che ha ingiunto di essere fermo”.
E dove sta il segno sta il possibile, l’inedito racchiuso nell’edito: “che si può essere ancora più…”.
Scrive Martin Heidegger: “la mano porge e riceve, e non soltanto le cose, ma anche porge se stessa e riceve se stessa nell’altra mano (…). La mano traccia dei segni perchè probabilmente l’uomo è un segno”
La poesia fa delle mani linguaggio, ma le mani sono scritte dalla vita. Nella stazione, nella quale ci sediamo ad ascoltare i versi che leggono le mani di Chiara, traluce un pensiero: noi scriventi, siamo iscritti. Ognuno è inscritto, epopea di ciò che è stato. E tutto questo, tutta la narrazione graffiata sulla nostra pelle, la scopriamo, la ri-conosciamo nel fermarci a esitare, quando si fa distanza e in essa stazioniamo.
Scrive Lucio Saviani: “L’oltranza della parola poetica, (…) presuppone che nel sistema di significati, all’interno della parola stessa, si faccia oltraggio, si apra una frattura, una fenditura, una faglia, si esprima il suo originario diastema”.
Una distanza, una solitudine, un’attesa.
Difficile, meravigliosa, dolorosa bellezza della poesia. Eppure per essa è sufficiente un poeta, e una stazione.

Umberto Fornasari