Anche se il titolo sembrerebbe negarlo in questo ultimo libro di poesia di Chiara De Luca tutto è visibile, con i contorni ritagliati da forbici esperte, persino la nebbia evanescente che crea passaggi improvvisi o false aperture. Tutto così visibile che sembra palpabile e l’alfabeto si realizza passeggiando per i vicoli di Ferrara “scavati come tunnel tra i palazzi” e poi di città in città: Pisa e Bologna, per esempio. Assente Roma, oscurata dal dolore. Molti i protagonisti (ben delineati e “visibili”, appunto) che fanno del libro un canto corale. Ovvero gli “altri” con le loro storie di gioia e sofferenza. Storie che sono la linfa che tiene in piedi la città e riempiono i giorni, le nostre vite. Poi ci sono i cani che corrono, che gioiosi balzano con il fuoco negli occhi, sbucano all’improvviso da un sentiero. Che gioia sentirli abbaiare in silenzio!

Alfabeto dell’invisibile si snoda a tappe interiori e geografiche, di una concretezza edificata come un puzzle d’immagini intense, talvolta surreali e forse sono queste, allora, che vanno in cerca (a caccia) dell’invisibile per poi descriverlo con un nuove parole, un nuovo alfabeto. Immagini di vecchi che “indossano sorrisi” (per darsi un contegno? per sconfiggere l’ansia?) e poi quelle “ali della luce” che inseguono l’ombra, ciò che resta nascosto; ali che scavano nel mistero che perturba, certo, eppure ci rende vivi, sveglia i nostri sensi. Come quando un bambino osserva un vasto orizzonte e immagina personaggi di ogni tipo, poi corre a chiudersi nella sua stanza e considera gli adulti come “una razza strana” al riparo dai mostri.

Un bel viaggio la lettura di questo libro, pieno di volti, incroci e passaggi segreti. Con un calo nell’ultima parte (intitolata “Mare”) che a mio avviso poteva essere espunta dal libro.

Alessio Brandolini
30 ottobre 2015