«Credo/ nel sacro di ogni incontro»: inizia così, con questa intensa professione di fede, un libro di stagioni e di fioriture, di luci e di silenzi, che non si limita a contemplare il mondo della natura, ma vuole abitarne il cuore pulsante, far proprio ogni fruscio del tempo, penetrare nell’onda assorta della notte, schiudersi come un calice al rosa di un mattino.
Chiara De Luca, il cui nome sembra già contenere la potenza sorgiva della luce da lei tanto invocata – e fissata – sul ciglio della pagina, s’inoltra dunque con passione fra i nomi che dicono terra e acqua, fuoco e aria; e lascia che la propria anima – «a lungo dissodata» – si faccia arare come una zolla, o intridere della materia più cangiante delle cose, affidandosi al potere metamorfico delle immagini, non per abbellire la realtà, ma per conoscerla nella sua sostanza più ardua e impervia. Così, nei suoi versi, il giorno si espande come un oceano, i silenzi sono spiagge, «si gonfiano le reti dell’aurora», tutto è «fiato», «respiro» (parolechiave del libro, nomi-cuore di una visione del mondo che si fa poetica, e detta il senso delle poesie stesse), la terra un braciere sul quale «ci scaldano le foglie crepitanti». Allora, gli stipiti dei tetti possono «acuminare gli spigoli del cielo», e perfino un’auto può «guadare / l’asfalto frusciando». Quante volte, tra le stanze di questa raccolta, non abbiamo percepito il movimento dell’anima che ora si slancia verso un futuro tutto da inventare, finendo per toccare circolarmente le origini stesse della vita; ora si ripiega in se stessa, come a custodire qualcosa che deve restare celato, forse ignoto agli occhi stessi che si sporgono sul mondo (gli occhi: «piccoli soli sospesi alla pianta / a precipizio sul pozzo del verde»). Ma sempre, che ci s’inondi della luce ardente di un meriggio d’estate, o si sprofondi in un brolo di foglie che marciscono, è un sentore di misteriosa, enigmatica vita che prende il lettore di queste pagine, soggiogandolo con la forza impressiva e ipnotica, lapidaria e arcaica, delle immagini: «Venivo da lontano dentro, / ti portavo negli occhi sacrale / sgomento, fui non sapere, / neve nelle tue mani al disgelo. / Fui fiera, vergogna, distanze, / delle tante fui una e tu unico / tempio dove officiavo / nel buio il sacrificio del tempo, / bruciando incensi di fedeltà / fascine scomposte d’attesa / neniando pazienza mortale, / tra i denti il pane del desiderio / a spezzare l’osso dell’ingenuità / – sangue stillando esperienza / – a metà».

Giancarlo Pontiggia

“I believe / in the holiness of every meeting.” Thus, with this intense statement of faith, begins this book of seasons and of blossomings, of light and of silences, a work that does not merely contemplate the natural world but seeks to live within its beating heart, to make time’s every whisper its own, to slip deep within night’s enraptured waves, and open like the calyx of the morning rose.
Chiara De Luca – her very name seems to contain within it the pure power of the light she so often invokes – and stares at – on the eye of her page, steps passionately from name to name, be it fire, earth, water or air, and allows her “long-tilled” spirit to be ploughed like a plot of land or impregnated with the most iridescent stuff of things, trusting in the metamorphic power of her images not to embellish reality but to come to know it in its hardest, most impervious aspect. In these poems the day spreads out like the sea, silences are beaches, “on the streets expand the nets of dawn”, everything is “breath”, “breathing” (this is the key word in the entire book, the heart-name of a vision of a world that in and of itself becomes poetry, even given the meaning of the poems themselves), and the earth a brazier on which “crackling leaves warm us”. Here, roof jambs can “sharpen the edges of the sky” and even a car can “ford the rustling taemac”. How often in the verses that make up this collection do we not feel the movement of the spirit, soaring towards a future still to be created in its entirety, and ending by coming back full circle and touching on the very origins of life. Now it turns back upon itself, as if watching over something that needs to remain concealed, something perhaps unknown to the very eyes that bulge out towards the world (eyes: “little suns hanging from the plant / right over the well of green”). But always, whether it bathes itself in the burning noontime summer heat or sinks into an orchard of rotting leaves, the sensation that seizes the reader of these pages is one of life as both mystery and enigma. This sensation is brought to overwhelming strength by the sheer might of Chiara’s impressive, hypnotic, pithy, archaic images: “I came from far within / in my eyes I brought you sacred / consternation, I was not to know / in your hands I was as snow in the thaw. / Fierce was I, shame, distances, /of the many was I the one and you / the sole temple where in the dark / I would sacrifice to time, burning / the incense of fidelity / broken down faggots of expectation / singing dirges of fatal patience / between my teeth the bread of desire / to break the bone of naivety / – blood oozing experience – / in half.”

Giancarlo Pontiggia