All’opposto della poesia nuda, dispersa, murata di Stelvio Di Spigno si pone la poesia metaforica, intensa, votata pressoché esclusivamente al discorso amoroso di Chiara De Luca (nata nel 1975 ; una laurea in lingue a Pisa ; un Master in traduzione letteraria per l’editoria presso l’Università di Bologna, dove ha conseguito un Dottorato in letterature europee, con tesi sull’opera giovanile di R. M. Rilke ; già diverse traduzioni all’attivo da inglese, francese, tedesco, spagnolo e portoghese). Come ci segnala l’autrice stessa nella notizia introduttiva, « animali prima del diluvio è una raccolta antologica cui ho dato una struttura tematica e stilistica coerente e organica, nata da una selezione effettuata su un corpus molto più ampio di testi » (p. 5). Quattro sono le sezioni del libro, dai titoli che già orientano, con la loro tensione fantastica, il lettore : I grani del buio ; confinando l’inverno ; del vento la preghiera ; La corolla del ricordo. Fulminante la poesia d’esordio, che delimita il peri­metro della prima sezione, immaginandolo come un « campo ferito » ai confini del quale si aprono « sentieri infiniti » : « È un campo ferito la storia di ciascuno / sentieri infiniti si aprono ai confini / selci sono pietre miliari di domande / sabbia morbida ad accogliere le orme, / in un proliferare dissennato di stagioni » (p. 13). In questo campo è invitata a fare il suo ingresso una figura, cui il poeta ha conferito un potere sovrano, assoluto, « di vita, di morte, / o di capire », una figura che non solo si pone al centro di ogni verso, ma lo genera con il suo solo nome : « Il tuo nome è un prisma infinito / riverbera sillabe che ricombino / a chiamarti, e ogni cosa » » (p. 18). La campitura metaforica dell’esordio è giustamente sviluppata anche nelle poesie successive, che insistono sull’ambientazione rurale per dar corpo a sensazioni e stati d’animo : « fascine scomposte di attesa » (p. 14) ; « sul petto sarchio il buio » (p. 15) ; « li vedi i sentieri che abbiamo / lasciato » (p. 18) ; « la farina della resa » (p. 24) ; « Svio verso i colli a seminarmi » (p. 25) ; « Sterili canne sono adesso le parole, / si sporgono dal fango ritentando / di risalire in gola a germogliare » (p. 26) ; « Si apre la grotta d’aria spessa / sul tunnel di silenzio dei giardini, / allineo i passi con cura sul sentiero / centran­do spazi liberi tra i sassi » (p. 34) ; « ombra tra ombre seminata » (p. 38). Solo nella poesia conclusiva della sezione compare il nome di Bologna, luogo reale – s’immagina – della vi­cenda, che nondimeno precipita a ogni giro di verso verso un buio primitivo, ferino (p. 24) animale (seguendo l’indicazione del titolo, che è riproposto nella poesia di p. 21) : « Essere niente e voler essere tutto, / nelle tue caverne brancolo a cercare / se con me nel buio per errore / hai lasciato cadere una traccia del tuo bene » (p. 27). Storia che è raccontata, per brandelli, dentro un inverno sterile, freddo, che è quello – come si intuisce gradatamente – di un abbandono, di un’assenza.

Le sezioni successive, cronologicamente più avanzate, sembrano inasprire il dettato metaforico, con un’accentuazione di elementi crudi, che spesso vanno ad amplificare cam­pi metaforici già individuati nella sezione d’esordio, come nel seguente componimento, uno dei pochissimi ad essere datato : « Le parole corona di candele / ardente la resa a un domani spaventoso. / Chiederanno forse le ragioni impronunciate / di quest’apoplettico tacere, / saranno chiodi a fondo in angoli di labbra / per varcare a forza la soglia del senti­re / per divaricare le radici dell’amore. / Nella terra degli occhi lesti seminiamo / svolgen­do germogli in foglie nelle mani / quando scatteranno le tagliole della luce / scivolerà nel nero la bestia del pudore / carpiranno solo vento tra le piume » (p. 57). Nella persistenza, quasi ossessiva, del tema amoroso, si accentuano i motivi della notte e del buio (così co­me gli elementi ctonii), la riflessione metalinguistica sul valore della parola, la presenza di un lessico corporeo, ma soprattutto la tendenza sia a fare del verso un’unità immaginosa quasi chiusa in se stessa (con esiti che richiamano a volte la poesia di Antonio Porta), sia a chiudere ogni componimento in un unico, compatto periodo.

Se la metafora è il cuore fedele, costante di questa poesia (« i palmi del tempo », p. 15 ; « i boccaporti del buio », p. 16 ; « gli stipiti degli anni », p. 59 ; « le unghie brevi del pensiero », p. 60 ; « le reti dell’aurora », p. 70 ; ecc.), non manca, nel complesso, un’attitudine a saggiare in profondità, e con esiti vari, la materia linguistica, per caricarla di maggiore espressività : si nota per esempio una predilezione per i gerundi (come si evince anche dal titolo della seconda sezione) e i participi, anche di rara se non inedita fattura (« nudate del senso fino al silenzio », p. 16 ; « cerco un cielo calmo desertato », p. 51), così come la costruzione di una sequenza non omogenea di aggettivi e sostantivi (« Fui fiera, vergogna, distanze », p. 14). Di particolare forza la zona degli esordi e delle chiuse, che recingono la trama interna di questo piccolo (e protetto) canzoniere. I risultati più convincenti, nel complesso, paiono quelli contenuti nella terza sezione (La corolla del ricordo), dov’è un maggiore equilibrio tra tensione metaforica e descrittiva, una sorta di quieta sospensione dello sguardo : « È stata così piccola la pioggia / nel cadere, docile e precisa per spezzare / il flusso silenzioso e uguale della notte vedi / non torna l’asciuttezza calma del terreno / nei viali foglie marce che dissolveranno / grandi pozze dove come un sasso cade / lo sguardo che ha cessato di cercare / passa lentamente a guado il fango / cede e non ritorna » (p. 81).

 

Giancarlo Pontiggia

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