per custodire l'amoreChiara De Luca è un’autrice che conosco per aver prodotto ottime traduzioni dal francese e alcune poesie ricevute soprattutto via e-mail. Un paio di incontri a letture di poesia bolognesi. Questa opera vuole giustamente segnalarla come autrice in proprio, accanto alla conoscenza che se ne ha già del lavoro di traduttrice. È soprattutto un libro di poesie d’amore e, confessa l’autrice in una delle e-mail, viene pubblicato per affetto alle persone a cui molti testi ed è ad esse principalmente indirizzato. Questa nudità di intenti, questa spoliazione da qualsiasi calcolo di natura letteraria nasconde invece una intrinseca verità: ogni poesia è dedicata, in questo come in ogni libro e ogni poesia è gratuita, almeno nell’istante iniziale, per cui alla fine è solitaria. Ogni testo di questo libro è perfettamente segnato da questa dinamica originaria che contempla una presenza (la persona, o la città, a cui il testo è dedicato) e un’assenza, indicata dalla solitudine dello stile.

Sì perché, a onta della semplicità d’intenti di Chiara De Luca, il lettore troverà qui uno stile pienamente maturato, staccato dall’occasione personale e già avviato verso la strada di una unicità di fisionomia raggiunta. Chiara De Luca sceglie una cantabilità in cui il ritmo accompagna gli occhi e la voce ma, anche, si nasconde, una specie di ballata che ogni tanto si annoda intorno a grumi di significato e di passioni. Esemplare ne è il testo È la notte che trafigge la luce, che si presenta proprio come una ballata della notte, così fluida e contemporaneamente piena di sentimento e di pensiero, come se l’autrice riflettesse cantando. Il fatto è che queste poesie spesso nascono da una situazione di risveglio, come dice anche una bella poesia che porta proprio il titolo “Risveglio” e che verso la fine rivela il dispositivo centrale di buona parte di questa poesia, quando ricorda a se stessa: “la tua buffa pretesa/di estrarre luce dov’è soltanto/penombra”. È questo un tema che ritorna in realtà frequentemente, ci si imbatte anche nella sezione centrale (non solo tipograficamente ma anche secondo l’ideale dedicatorio della raccolta), in una poesia ad esempio come quella dedicata a Simo: “Domenica mattina/che silenzio, la domenica/mattina, al dissolversi del buio/solo vento contro il vetro/ad insonorizzare/il mio tacere”.

L’ideale del canto del risveglio e della trasparenza poetica, esemplificato anche da una poesia come quella dedicata a Fabrizio De André (“Poeta della gente, dell’odore/perduto dell’amore/Poeta senza fiumi di parole/di un Cristo senza dogmi/di un Dio che si distrae”) esplode in tutta la sua pienezza, dunque, in quella sezione centrale (e ideale, dicevo) che è “Lettere d’amore”. C’è qui una rassegna di persone, di amati, che è il metodo privilegiato con cui l’autrice passa in rassegna le età della sua vita, dall’infanzia alla giovinezza matura, dalla famiglia, alla scuola e al lavoro. Ciò che in Ungaretti sono i fiumi, in Chiara De Luca sono le persone, ecco una peculiarità veramente originale di questa raccolta. Ed ognuno è incontrato non solo nelle apparenze, ma anche nel senso dell’amore, in quella parte dell’amore che è costruzione e non istinto, è roccia e non vanità. Così assistiamo allo splendido attacco della poesia alla madre (“Dammi l’amore dovuto a un bambino/per il solo miracolo del suo respiro/lascia che ti appoggi il capo sul ventre/e ti guardi dal basso”), come alla graziosità etimologica di Ilaria: “Nel tuo nome c’è già tutto/il nostro ridere sul male/le eco del sole/della tua Firenze, Ila”.

Ma anche in altre zone esistenziali e tipografiche della raccolta il dispositivo amoroso che guida questa poesia emerge con sicurezza. È il caso, ad esempio, delle belle poesie sulle città, su Bologna che ha in “Piazza S.Stefano” uno dei testi più riusciti, ma anche su Ferrara, in cui ancora l’avvio è sorprendete e trascinante e si aggancia con la consueta efficacia al canto: “Sei bella, mia città, e non ti ho mai vista/così dolce e accogliente come un nido/m’intrufolo in strade secondarie/costeggio le ville protette dalle mura/alte ad arrivare il cielo”. Il cerchio è infine chiuso dai “Lampi notturni”, l’ultima sezione la cui ballata iniziale è già stata citata. Già nel titolo si coglie il gioco di luci e di buio che persiste per tutta la raccolta ed è qui particolarmente evidente. Il buio viene anche dalla scrittura, addirittura dai “grumi d’inchiostro”, ma è un buio che fa da controcanto alla luce e, in un certo senso, le permette di esistere: conosciamo la luce perché esiste il buio e viceversa, pare suggerirci il poeta…Gli interni e gli esterni, la casa e la città, la notte e il risveglio, il corpo e l’anima sono nascosti e illuminati dal medesimo dramma del vedere e non vedere, del cercarsi reciproco degli opposti che è alla fine desiderio di compiutezza e composizione della complessità: “Luce, poi buio, luce/poi buio di nuovo, profondo/sfilano, sfrecciano/occhi di auto/sfumano piano/discendono/a lungo—“.

Gianfranco Lauretano