Da dove nasce quella “voglia di poesia” che ha addirittura trasformato in una professione?

«Penso sia nata assieme a me, anche se ne ho preso coscienza qualche anno dopo, quando ho imparato a leggere e a scrivere. La grande libertà di poter manipolare queste piccole formichine nere, allinearle, rompere le righe, ricomporle in scrittura mi pareva sorprendente. Il fatto poi di poterle articolare ad alta voce e ascoltarle passeggiare nell’aria aveva del miracoloso. Da bambina mi posi l’obiettivo di leggere tutto quel che trovavo nella (nutritissima) libreria di mia madre, indifferentemente. E ben presto m’imbattei in un libro in cui le frasi erano più brevi, più intense, spaventose anche. C’era più spazio bianco e all’apparenza vuoto, ma anche più densità nella disposizione assunta dalle formichine. Era Quasimodo. Era poesia. Ovviamente non capivo tutto, capivo poco, ma mi affascinava e magnetizzava come un vortice. Ho sempre avuto voglia di parole, nell’officiare la mia religione, che è tensione verso l’assoluto, verso quel che di autentico, di gioia e di vita e di morte e di dolore c’è nel mondo e nella natura umana. Il desiderio, la necessità di parole piene si è fatta sempre più intensa crescendo, affrontando la vita nella sua bellezza e durezza che affama. Ed è diventato insopportabile man mano che scoprivo quel che di terribile può accadere alla parola: formichine schiacciate, calpestate, manipolate, vuotate, rinnegate, disposte in file ingannevoli o illusorie. Ogni giorno, anche nei luoghi dove si dovrebbe “fare cultura”, fare mondo. E quanto di bello invece poteva accadere loro, tra le mani dei poeti. Quanto potevo estrarne io, quante geometrie sconosciute e sempre nuove potevo inventare costringendole a mettersi in fila, quanto di me potevo scoprire nelle parole di altri, quanto di me potevo capire nelle mie. Ricordo che quando cominciai a far leggere qualcosa, intorno ai venticinque, ventisei anni, un poeta mi disse: “La poesia non salva. La tua è un’illusione.” Questa sfiducia mi colpì. Perché è stata la poesia a chiamarmi e salvarmi. Ed è la poesia, nella sua urgenza di necessità, a salvarmi e tenermi ogni giorno. Come il respiro, come ogni altra necessità primaria. Ed è una delle poche cose che so e che tocco.

Come nasce Kolibris Edizioni, e quali sono gli obiettivi culturali della casa editrice?

«Credo che l’idea di Kolibris mi frullasse nella mente già da tempo, ma faceva un po’ paura, e quindi veniva relegata in un angolo. Poi, nell’estate del 2008 costringerla in quell’angolo è diventato impossibile e il progetto ha cominciato a prendere forma, alimentato da necessità di natura pratica e spirituale.
Da un lato, dopo anni di precariato, vissuti dibattendomi tra lavori d’ogni genere e un eterna manovalanza intellettuale gratuita e volontaria, avevo compreso che in Italia non mi sarebbe mai stato possibile essere considerata e rispettata sulla base dell’esperienza e delle competenze accumulate negli anni e trovare un lavoro dignitoso e continuativo. E che dunque dovevo emigrare, o inventarmene uno. Dall’altro avvertivo l’esigenza di un luogo svincolato da ogni condizionamento di scuola o di appartenenza, nel quale poter promuovere opere che ritenevo valide, e solo in base a considerazioni di merito e di qualità letteraria e umana.
Kolibris è quindi nata dall’azione sinergica di esigenze pratiche di sopravvivenza e di esigenze del cuore, della passione: il desiderio di condivisione della bellezza, di tanta poesia, italiana e soprattutto straniera, che meritava di trovare spazio. Obiettivo primario di Kolibris è quello di riconoscere in pieno la dignità della traduzione quale ponte primario tra le culture, che favorisce l’incontro con l’alterità e la reciproca integrazione. Di ampliare gli orizzonti del panorama culturale italiano, favorendo gli scambi di idee e di contenuti, la collaborazione a progetti condivisi, il mutuo accrescimento.
Credo che, sotto molti punti di vista, la cultura italiana viva una situazione di ristagno. E solo la fluidità, che porta alla confluenza con altri fiumi in corsa possa produrre una crescita che sfoci nella novità di un mare aperto in cui convivano correnti eterogenee e anche contrastanti.»

È un bel rischio, oggi in Italia, puntare sulla poesia…

« Era più rischioso ciò che facevo prima, accumulando lavori d’ogni genere per sopravvivere e dedicandomi nottetempo a progetti per cui di rado trovavo spazio, ascolto, fiducia e accoglienza. È un bel rischio vivere in Italia in generale, ancor più se si pretende di occuparsi da freelance di quella cosa sempre più secondaria e marginale che sta diventando la cultura, grande nemica di un più facile trash globale condiviso… Ma penso che su qualcosa si debba puntare. E poiché nella mia vita e nella mia mente e sulla mia pelle la poesia si prendeva sempre più spazio, in modo ogni giorno più prepotente, ho pensato che valesse la pena tentare, che fosse anzi addirittura necessario nei confronti di me stessa e di ciò in cui credo. E ho pensato che si dovesse tentare cercando nuove modalità di diffusione della poesia, che coinvolgessero persone al di fuori dell’ambito ristretto rappresentato da chi scrive poesia e dalla fluida e misteriosa famiglia dei famigerati “addetti ai lavori.” Per poterlo fare, sono necessari impegno sul campo, inventiva, fantasia, un utilizzo mirato delle risorse multimediali che abbiamo a disposizione, e molta pazienza. Una buona dose di realismo, ma anche una spinta di fiducia e una propensione all’incerto, al tentativo, ai tentativi. È una missione, come dovrebbe essere ogni nostro impegno».

Che cosa pensa delle principali collane di poesia – quelle diciamo “canoniche” – che trovano ancora un qualche spazio nelle librerie? Vale a dire, la “bianca” di Einaudi, “Lo Specchio” di Mondadori, la “verde” di Garzanti e poche altre? Rappresentano in maniera esaustiva il panorama della poesia contemporanea?

« Semplificando, direi che le collane delle maggiori case editrici forniscono uno dei molteplici piccoli scorci possibili sul panorama poetico italiano. Credo che il difficile compito di promuovere e diffondere la poesia italiana contemporanea delle nuove generazioni spetti ormai in primo luogo alle riviste e alle piccole case editrici »

Recentemente, Stefano Giovanardi (“la Repubblica”, 18 marzo 2010) ha biasimato “l’incontrollato oceano di versi che rampolla inesauribile da un’infinità di siti internet” e, per contro, ha incoronato quei “residui luoghi editoriali in cui la selezione viene svolta”, primo fra tutti l’Almanacco dello Specchio di cui recensisce l’ultima epifania, il numero dedicato al 2009. Secondo lei vale il discorso dell’auctoritas come unica certezza di selezione e di validità del risultato proposto?

«Ho sentito spesso esprimere giudizi più o meno sommari rispetto alla rete, all’eccessiva produzione e profusione di versi che vi s’incontra, al danno che questa eccessiva proliferazione di versi causerebbe alla qualità del panorama poetico italiano in generale. La rete, come ogni mezzo di diffusione e comunicazione, ha i suoi pro e i suoi contro. Basta saperli riconoscere e distinguere nettamente. Occorre cioè compiere una faticosa opera di ricerca, vaglio, selezione, il più possibile obiettiva. Da parte mia ringrazio la rete perché non solo mi ha permesso di conoscere poeti italiani validissimi, talvolta inediti, o pubblicati da piccoli editori, ma anche poeti stranieri, la cui fruizione mi sarebbe stata altrimenti molto più difficile.
Anche Kolibris deve molto alla rete. Credo che in altri tempi il mio lavoro sarebbe stato molto più difficile e dispendioso, in termini di tempo e di denaro, di quanto non lo sia oggi che ho l’opportunità di accedere a profili di poeti, schede bio-bibliografiche, schede libro, selezioni di poesie consultabili online, in siti internet dedicati alla poesia da case editrici, riviste e privati, o dai poeti stessi.
In Italia, come all’estero ci sono alcuni luoghi virtuali che ospitano opere sulla base di un rigido criterio di selezione che potrebbe essere facilmente applicato al cartaceo senza alcuno slittamento. Poi c’è la miriade di siti che ospitano di tutto, e fanno bene a farlo, perché ciascuno ha diritto a esprimersi. L’importante è saper distinguere quel che è letteratura da quel che è testimonianza, o legittimo tentativo di comunicare pensieri ed emozioni nella forma di cui si dispone.
L’Almanacco dello Specchio compie una delle innumerevoli possibili selezioni, seguendo una delle possibili linee d’azione e di pensiero, gettando uno dei possibili sguardi su un panorama poetico più che mai vivace e variegato, difficilmente contenibile, canonizzabile e fotografabile a fuoco fisso».

Tra i molti poeti stranieri conosciuti quali ritiene siano i più interessanti? E quali differenze pensa che ci siano tra la nostra poesia contemporanea e quella straniera?

«Difficile rispondere, ce ne sono tantissimi… tanti che ho tradotto, troppi ancora da tradurre e che scopro ogni giorno… Per dire qualche nome tra quelli che mi vengono in mente per primi, a random… Thomas Kinsella, John Barnie, Nigel Jenkins, Peggy O’Brien, Liliane Wouters, Arben Dedja, Karen Alkalay-Gut, Guy Goffette, Eiléan Ní Chuilleanáin, Bernard O’Donogue, Douglas Dunn, William Cliff, Anna Wigley… e potrei andare avanti per pagine intere…
Oltre che sulla base di esperienze personali e attitudine interiore individuale, la prospettiva da cui un poeta ci parla può differire – dal punto di vista geografico, storico, culturale, sociale – a seconda del suo paese d’origine, o del paese da cui ci scrive. Ma la poesia, la grande poesia, parla a tutti indifferentemente, ci fa dimenticare da dove proviene, ci trasporta altrove. Un grande poeta ci fa avvertire il proprio paese come nostro, conosciuto da sempre, visitato. Un grande poeta può parlarci di un dolore personale e intimo così come di un dolore collettivo rendendolo nostro, facendocelo sentire e facendoci avvertire la propria vicinanza. E questo a prescindere da quanto sia geograficamente distante.
Ci sono poi sfumature, sapori che già a una prima lettura ci aiutano a collocare un poeta nella sua terra d’origine. Nei poeti irlandesi, per esempio, si trova spesso un intenso sentimento di appartenenza alla propria terra, un radicamento, un forte senso etico e civile del peso della propria storia collettiva; in molti poeti gallesi un legame ancestrale con la natura e tutte le sue manifestazioni; nei poeti francesi la tendenza a uno sguardo filosofico sul reale senza però perdere di vista la centralità del dato oggettivo…
In generale, poi: mi pare che all’estero si presti maggior attenzione all’effettiva qualità e al merito oggettivo dell’opera in quanto tale. E dunque quando un poeta è riconosciuto, in linea di massima alla lettura non delude, anche nel caso in cui lo si avverta distante dalla propria sensibilità. »

Come bisogna procedere per riuscire a tradurre un testo poetico senza tradirne troppo l’essenza?

« Secondo me bisogna fare una distinzione fondamentale tra versione poetica e traduzione poetica. La traduzione poetica deve essere il più possibile fedele all’originale. Quando mi accingo a tradurre un testo poetico, la prima cosa che faccio è leggerlo e rileggerlo, per sentirne il suono, i ritmi, le variazioni, per cercare di entrare il più possibile nella lingua del poeta (ogni poeta è un universo, con le sue regole e il suo linguaggio), nelle figure del suo immaginario. Poi faccio una prima traduzione letterale. Quello è il canovaccio su cui lavoro per le successive, numerose versioni in cui mi propongo di restare il più possibile fedele al senso da veicolare, lavorando sul ritmo dell’italiano, sulla disposizione delle parole, sulla scansione delle sillabe, cercando una nuova musica che richiami, ri-evochi l’originale. Il mio obiettivo è quello di creare un testo che non suoni come un calco del testo di partenza, bensì come una poesia che sembri originariamente pensata e scritta nella lingua in cui è invece stata tradotta. E che dica esattamente quel che il poeta voleva, o che il traduttore – che è prima di tutto un lettore/interprete – pensa volesse dire.»

Veniamo alla sua poesia. Due spunti per avviare la riflessione: “… immergere / la penna e sanguinare versi sul silenzio” (dal testo che fa da incipit alla sua raccolta), e Credo (qui riportato integralmente), un testo direi programmatico.

« Uno dei limiti della nostra società, secondo me, è la paura del dolore, che ci porta ad allontanarlo, a fuggirlo, circoscriverlo e “ghettizzarlo”, che si tratti del dolore nostro o di quello altrui. E perciò il dolore resta lì, a covare. La poesia è quello strumento che va a disseppellirlo, che ce lo mette davanti, rendendolo talvolta comprensibile, neutralizzabile, talvolta semplicemente inducendoci a berlo tutto fino in fondo, cercando di tenere botta, smettere di nasconderlo e provare a superarlo davvero. La poesia è un antidoto al silenzio che proprio dal silenzio nasce.
“Credo” è in effetti testo programmatico, chiave di lettura del mio verso e di quello della mia vita. E curiosamente è nata proprio nel periodo in cui nasceva Kolibris, da un “silenzio enorme che non cede”, come un ponte a riunire gli argini di storie distanti, a intesserne tra loro i lembi, come facciamo quando incontriamo l’altro, ne accogliamo il grido dello sguardo nello sguardo. Che è anche ciò che facciamo quando leggiamo, quando traduciamo, traducendo anche noi stessi per somigliargli, per non tradirlo. “Credo” dice dell’andare incontro, non senza paura, ma tenendola a freno, correndo senza riserve, con la fede nella sacralità e unicità d’ogni incontro che alimenta la ricerca della verità negli occhi davanti, in un istante presente inteso come confluenza di tutto quel che siamo stati e che ci ha fatto e di ciò verso cui tendiamo.

Nella penultima poesia della raccolta – Forse capirai un poco il giorno – è contenuta un’espressione che mi sembra offra una chiave di lettura dei suoi versi: “il sentore del finire”. Ce ne vuole parlare?

« Spesso quando leggo quella poesia, il “sentore del finire” viene interpretato come il sentore della fine, della morte. In realtà quando l’ho scritta non intendevo questo, almeno non credo. Dicevo piuttosto di quel correre sempre. Di quel partire e ripartire sempre dalla sorgente, rigenerarsi come se non si fosse mai stati, e questo per esorcizzare la paura dello slancio, che ti viene dall’esperienza di come le cose finiscano, in uno schianto, di come siano sempre finite. Eppure… implicitamente ci si chiede: chissà se ripartendo sempre da dove “l’acqua non ricorda”, spogliandosi dei condizionamenti dei passati naufragi, non si possa infine spezzare la rotta e confluire a un mare…»

 

 

Credo

nel sacro d’ogni incontro
nell’irripetibile stagione di un momento
di Eterno presente che redime il tempo
e si possa entrare infine un cuore aperto
custodire il grido teso d’ogni sguardo
tenere parole come canto che nel vento
soffia intensamente ponti tra le storie
sul mare di un silenzio enorme che non cede
quando più non frangono le onde dell’attesa
nel piegarsi a un fondo invano di memorie

 

 

Forse capirai un poco il giorno
che scivolerai tra i banchi del mercato
quando in fretta tirano le tende all’ora
di chiusura. Quando varcherai in silenzio
il portone in legno austero di una chiesa
mentre il coro intona l’ultima preghiera
e il prete sta benedicendo già chi c’era
Quando ti ritroverai la sera a rimandare
l’ora dell’uscita in giro nel quartiere
per poter sentire sempre quel fragore
di saracinesche esplodere le strade
Quando attenderai ogni notte per dormire
che sia spenta in alto l’ultima finestra,
lo saprai anche tu il sentore del finire
spendere la vita senza tregua ad iniziare
perché alla sorgente l’acqua non ricorda
come in uno schianto termini la corsa