Chiara De Luca
Alfabeto dell’invisibile

Cover_Alfabeto_©_foto_Rachel_Slade“Trieste e una donna” aveva detto Saba, in un meraviglioso titolo. Ferrara e una donna, dovremmo dire qui. Dopo vent’anni in giro per il mondo (in un periodo che immagino essere all’incirca tra i venti e i quaranta, di studio ma anche di lavoro) Chiara torna nella sua città, Ferrara, dove è nata e ha passato infanzia e prima adolescenza.
E la guarda, la sua città, con uno sguardo impietoso, da “viaggiatore che più non cerca / da tempo alcun riferimento”, uno sguardo “dritto nel cuore”.  Che è un po’ uno sguardo, anche, di figlia verso la madre. Una madre, Ferrara, “tanto lieve, distratta e inadempiente, / eternamente infante”. Scordatevi la Ferrara perla di bellezza, quella che inchioda il visitatore con la magia dell’arte (e che arte!), una Ferrara che immaginiamo sempre cinta di luce azzurra, come i cieli di Ariosto. Qui piove sempre, invece, e c’è sempre nebbia, anche. E’ come vedere di una diva del cinema i lati oscuri, le ombre della vita privata.
C’è un romano di una comitiva che si permette addirittura di esclamare: ” madonna che griggiume!”. E a noi che amiamo l’arte, la poesia, ci si drizzano i capelli. Gli risponderà Chiara: caro romano, non sai quante cose dietro questo “griggiume”, quanti segreti, e silenzi, e miracoli. Non dice, Chiara, dell’arte che é dentro di lei, cosa che avrei detto io, al romano, e da romano, ma dice dei giardini e luoghi segreti, di ciò che non si vede, e, spesso, é un miracolo.
Per tutto il libro Chiara e Ferrara si rispecchiano, si cercano, si nascondono, si perdono, si ritrovano. Chiara ripercorre i suoi vicoli e sembra auscultare ogni pietra. Camminando tocca le pietre come bambina ci saltellava a far campane. C’é nebbia in Ferrara, ma c’é nebbia anche in Chiara. Chiara non vuole tanto ricordare, ritrovare, nominare. Certe cose ce le fa vedere, altre no. C’è stato qualcosa di molto doloroso nell’infanzia, ma resta sfumato. Anche le persone, e ce ne sono tante nel libro, non hanno contorni precisi, ma non per questo sono meno vive, e vere. Mi viene in mente quella meravigliosa poesia di Pascoli (e restiamo comunque in Romagna) intitolata Nebbia, spesso antologizzata anche nei libri scolastici, che molti lettori forse ricorderanno: “Nascondi le cose lontane / nascondimi quello che è morto”. Ecco, proprio nascondendo la presenza, la nebbia può anche nascondere, e contenere, l’assenza. Può conservarla. La nebbia è questa possibilità che presente e assente, visibile e invisibile siano ancora insieme.
E alle soglie dell’invisibile, del silenzio, spesso conducono i versi di Chiara: “eppure ancora serbano il ricordo / forte di me le strade di un tempo, / rendendomi intera al silenzio”.
Nebbia, notte, pioggia…, la pioggia poi è quella più persistente in questo libro, pioggia di oggi e di ieri. E anche qui non è qualcosa di negativo. Chiara vorrebbe che non smettesse mai di piovere, e lei in casa, al caldo, a aspettare. Aspettare cosa? Mah… niente…:  “un amico che ti chiami per niente / uno sconosciuto che non legga / in te soltanto quello che gli serve / un pianto che non enunci le assenze /  un silenzio che non pronunci sentenze”.
Ecco: che non siano dette, rivelate, le assenze, ma siano come ombre nella foschia, immerse dentro il nostro mondo insieme alle presenze. E i silenzi, non siano sentenziosi, definitivi, ma accoglienti, anche loro, comprendenti una vita più ampia, più vasta.
E così anche la notte, anche lei accoglie la speranza (“Hai gli occhi di chi ancora nomina il giorno / i miei dicono notte perché il buio non tradisce / la speranza che se la pronunci svanisce”) e conserva gli invisibili (“lasceremo gli spettri al loro buio”).
C’è speranza, o è forse meglio dire “visione”, e assomiglia alla “chimera” intravista, dalla bambina che la spiava non vista, negli occhi della madre, seduta da sola in cucina.
Ed ecco l’ultima sezione, visionaria, del mare. Il mare a Ferrara! Ora la pioggia è cessata, tutto è mare. La pioggia che nell’ultima poesia della sezione precedente s’era trasformata, capovolgendosi, in sorgente (“e pioggia sgorga alla sorgente dell’istante / e batte l’infinito della tua presenza /e tutto ha forma e tutto è /nuovamente”).
Ma non c’è, forse, alcun capovolgimento. Quella sfera di nebbia, quella melassa di voci e silenzi, luci e ombre che era la città, ora è diventata mare. E’ diventata quel mondo più vasto e ampio, che tutto comprende, già anticipato più volte nel libro, e qui apparso (quasi che nella notte si fossero rotti degli argini, quasi che con la pioggia si fosse allagato tutto) in tutta la sua immensità invadente e non nascondibile, ineluttabile. Un mondo senza patrie e dove tutto è patria, tutto è appartenenza, e presenza, un mondo da dove non si può fuggire (e già Ferrara, ricordiamo, era la città “dove fallisce infine ogni fuga”). Mare di silenzi, di notte e di invisibile. Mare di tempo. Mare di memoria.
Si può osservarlo, rifletterci su, si può anche imparare da lui: “Dal mare imparo a trattenere / il vento a rivenirmi incontro / facendo d’aria e movimento”.

Claudio Damiani