Animali prima del diluvio (Kolibris, 2010) raccoglie la produzione poetica di Chiara De Luca a partire dal 2006, permettendo così di tracciare una prima sintesi del suo lavoro recente. Ne I grani del buio (2005-2007), il connubio io-vita-letteratura e la metafora che fonde il concreto nell’astratto, topoi di radice ermetica, si arricchiscono dell’attesa, quale tensione metafisica cara a Luzi, e dal desiderio di cogliere l’istante in cui l’immobilità diventa “scatto appena prima / del volo”. Il “varco” montaliano pare sempre prossimo a lampeggiare, e, già in questo libro, fa capolino un segno che accompagnerà il lettore anche in seguito: si tratta della “corolla”, emblema del lutto, della morte, della malattia (cfr. pp. 15, 53, 56, 74), di quanto cade nel tempo storico e non ha medicamento. La seconda sezione confinando l’inverno (2007-2008) continua questo registro, ma le singole parole acquistano maggiore densità e concretezza, laddove prima era la frase a costruire l’atmosfera analogica, in una rarefazione in cui gli oggetti sfumavano. Qui la storicità rimane il luogo del labirinto, dell’interrogazione sul senso ultimo delle cose, ma in essa la biografia concreta si fa più presente, s’interseca e confligge con l’ordine dato, in una tragicità che manca nel libro precedente e che si mostra in esplicite dichiarazioni di resa (“colleziono pasticche”, “il suicidio lento d’affamare il corpo”). Come in precedenza, tuttavia, la Storia non coincide con i fatti epocali, bensì va letta in minuscolo, perché si svolge nella dimensione privata della relazione amorosa, tema ossessivo della poesia di Chiara, per cui labirinto, interrogazione e il tempo che passa vanno riferiti alla qualità dell’amore sofferto, nel momento della rottura, dell’addio, del ricordo doloroso.
I due libri successivi partono dagli assunti già indicati: sentire ermetico, biografia ferita e, altra costante, l’autenticità del gesto atletico, quella “corsa” che misura il respiro e mette in sintonia anima e corpo, dando vita ad un sistema in cui, finalmente, il “tallone” lascia un segno vero sulla terra ed il tempo batte in sincrono con il cuore. La corolla del ricordo (2008-2009) attesta il bisogno d’ulteriore chiarezza intorno all’esperienza relazionale, a partire dalla concretezza della nominazione oggettuale: il “saldo”, il “bus” i “gradini sporchi”, entrano finalmente nelle poesie, ma con fare vicino al postermetismo, più carico dunque di mistero che sciolto in una dimensione fenomenologica. La scelta di rimanere ancorata al novecentismo, degnissima nella sua accezione esistenziale, ma lacunosa sotto il profilo conoscitivo (nella misura in cui Ungaretti, Montale, gli ermetici di “Campo di Marte” e quelli di “Chimera” avevano già creato un repertorio vastissimo di voci abissali, di dialoghi con l’assoluto e di suo ripensamento in chiave sociale), dona luce epigonale alla poesia di Chiara, anche se, alcune liriche (cfr. pp.78-79 e non solo), là dove la lingua si distende in un dettato più colloquiale, risaltano di bellezza propria, una “bellezza dura” che riesce a liberarsi in solitaria, come appunto fa lo scalatore, quando è più sicuro dei propri mezzi.
In Nel vento la preghiera (2009-2010) l’ermetismo vira nell’elegiaco, intonando un lungo canto della privazione, del rancore, forse, nei confronti di un “tu” ormai perduto, ma ancora desiderato. Anche il paesaggio si fa più misero, crudo, pur non perdendo la carica simbolica, con “bottiglie sparse tra i cassonetti / e lo spicchio di luce nel faro di un’auto / rossosangue”, mentre l’identità sfuma: “Adesso non so più se sono io / che vengo al mondo o il mondo / che traccia ritrovato il proprio nome”, recita l’ultima poesia, quasi a segnare l’azzeramento della deriva, il suo punto estremo, dopo il quale si riparte, senza voler annullare l’incognita che la vita e il mondo sono. Un finale che forse Chiara, traduttrice, ha mutuato da Rilke, laddove egli scrive: “Il mistero ci guarda incessantemente, e cento volte al giorno il nostro sguardo riposa nel suo occhio”.

 

 

da I grani del buio

 

Venivo da lontano dentro,

ti portavo negli occhi sacrale

sgomento, fui non sapere,

neve nelle tue mani al disgelo.

Fui fiera, vergogna, distanze,

delle tante fui una e tu unico

tempio dove officiavo

nel buio il sacrifìcio del tempo,

bruciando incensi di fedeltà

fascine scomposte d’attesa

neniando pazienza mortale,

tra i denti il pane del desiderio

a spezzare l’osso dell’ingenuità

– sangue stillando esperienza –

a metà.

 

 

 

 

 

Adesso non occorre più inchiodare

i palmi del tempo alla memoria,

dalla croce a fondo sdrucciolata

riplasma terra scura nella storia

di lato al funerale dei miei giorni,

corolle sfilate dai contorni

petali sul petto sarchio il buio

rovesciata in scaglie perdo argento,

alborella affondata assisto amore

mio per

dono

 

 

 

 

 

da Confinando l’inverno

 

Adesso le cose non ti dicono più

si può anche tornare a sentire

il canto vorace del fiume

quando piega la schiena la sera.

A impazzire basta il dolore

e le foglie non hanno perdono,

solo sono grate alla mano

che decisa recise lo stelo

riaprendo l’ansia del volo.

 

 

 

 

 

Nel tempo s’impara a migrare internamente,

per cambiare casa non occorre traslocare:

sbiadiscono le voci come stanche foto

non danno nostalgia paesaggi già sommersi,

s’incartano i ricordi belli per riporli

in ciò che del vissuto è stato risparmiato.

È una musica l’assenza che sfuma intensamente,

siamo note nel vuoto a cercare uno spartito

non resta bianco all’infinito il pentagramma

 

 

 

 

 

da La corolla del ricordo

 

Credo

nel sacro di ogni incontro

nell’irripetibile stagione di un momento

di Eterno presente che redime il tempo

e si possa entrare infine un cuore aperto

custodire il grido teso in ogni sguardo

tenére parole come canto che nel vento

soffia intensamente ponti tra le storie

sul mare di un silenzio enorme che non cede

quando più non frangono le onde dell’attesa

nel piegarsi a un fondo invano di memorie

 

 

 

 

 

È strano vedi come possa il vento

liberare il cielo e alleggerire in volo

le braccia degli alberi di nuovo genuflessi.

Prigioniera in casa manca ancora tanta luce

bevuta dal palazzo a pochi metri desertato,

mentre sul terrazzo i panni giocano coi fili

appesantiti danzano sgraziati e come ignari

del tempo segreto che battuto dal silenzio

da mesi nel quartiere non fa che replicare

la bellezza dura dei tuoi occhi nell’andare

la tragica saggezza che traveste le paure

le grida dei bambini in quel cortile

così pure

 

 

 

 

 

Novembre si ribella all’assalto dell’inverno

grandi crepe dilatate nelle nuvole dal vento,

un passo si appoggia lentamente dopo l’altro

tentando di alterare il volgere del tempo,

abitiamo un anno intero la distanza di una sera

vorrei essere di strada ma la strada non è chiara,

saperti dietro i vetri è la nuova vocazione

rigiro in bocca il fiato come una preghiera

ma il battito ha il ritmo di un’altissima canzone.

Il buio è disegnato in cerchi brevi dai lampioni,

auto in fila indiana sono stanche di arrancare

aprendosi per terra un varco lucido d’asfalto,

loro sono giovani e spogliate di tormento

insanabile sui viali a tarda notte il gelo

 

 

 

 

 

da Del vento la preghiera

 

Disegna una curva malinconica

il dorso della sera nel piegarsi

attenta a non lasciarmi tracce

alle spalle su spiagge di silenzi

scruto una promessa di orizzonte

un filo solo perduto dal tramonto

sdrucito tra le pieghe delle tegole

sul tetto che rilascia il suo respiro

caldo e trasparente contro il cielo

Non hanno fatto spazio le parole

resta stretto il tempo nelle ore

senza soluzione il mio svanire

 

 

 

 

 

Hanno occhi piccoli le foglie aperti

da insetti sulla carta straccia della pelle

a passi lievi e tesi danzano discoste

ognuna ha la sua musica nel giro

del turbinoso assenso alla caduta

quando il tempo a ossequio dell’inverno

si disfa del suo peso e scioglie invano

la benda che ha inchiodato gli occhi

al desiderio, al volo,

ciascuna per suo conto si dimentica

della furia estiva dell’incontro

a rami tesi, palmi al pane bianco

di cielo lievitato dal vento.

 

 

 

 

 

Anche chi non è esistito lascia un vuoto,

ombra della pena che l’ha generato

cerchi inespressi di significato

a chi della pietra ha visto solo la caduta

fino al rimpianto tutto è rinunciato

quando nulla di un cuore è custodito

in segreto come sacro