La terra della mancanza e la poetica dell’attimo

Cos’è una vocazione? Un agire che smette d’essere funzione proprio mentre diventa il principale paesaggio della vita, che perde la propria finalizzazione al corrispettivo economico, ma s’alimenta a ciò che genera e cioè la motivazione; un fare che, nel suo stesso mettersi in atto, svela la nostra identità, ci specchia e ci rivela nella fedeltà al nostro essere. La ricca attività di Chiara De Luca, che è anche mente e braccio di una preziosissima casa editrice, ha sperimentato la prosa e si sta ora inoltrando nell’uso del video, ha certamente un fuoco centrale, nell’esperienza poetica. Per Chiara fare poesia manifesta la forma e la forza della fedeltà al proprio essere, la sua più autentica vocazione, che potremmo forse misurare con il vocabolo necessità. Una necessità, la vocazione, che mentre vincola, paradossalmente emancipa, liberando ciò che profondamente siamo e che troppo spesso costringiamo nell’opportunità delle convenzioni e nell’esigenza del sopravvivere senza troppi dolori. Una vocazione che necessita alla tensione verso la verità della propria forza interiore: ciò fa la poesia con Chiara.
C’è quasi una dedizione sacerdotale al verso che la accompagna e che si fa presenza quotidiana e deriva al suo poetare un’impronta diaristica, mentre, sempre nel solco del giorno, la protende al verso altrui per decifrarne l’inquilina bellezza e alimentare in essa la propria passione.
È ancorandoci in questo golfo estetico ed esistenziale che ora proviamo a dialogare con questo profondo libro che ci accoglie con un titolo riuscito e impegnativo: animali prima del diluvio.
Si domanda Narda Fattori se questi animali siano nel bene o nel male, ingenui e innocenti o incoscienti e bruti.
Possiamo affrontare questo incisivo titolo anche da un altro taglio prospettico, mettendolo a fuoco nell’angolo poetico nel quale esso è posto. Scrive infatti Chiara: Ci vorrei stanotte ritornati/ animali prima del diluvio.
Cogliamo nitidamente il desiderio di un ritorno, anche se temporaneo come confida il termine stanotte, ma soprattutto apprendiamo che lo status, la posizione topologica esistenziale della poetessa è ora nella terra del dopo. C’è stato un evento, il diluvio, che ha stigmatizzato il tempo e lo ha lacerato; Chiara ha vissuto questo atto separante, e, nell’ora di questo libro, incarna ed è abitata dalla mancanza e in essa sperimenta il desiderio del ritorno. Poco o nulla sappiamo del diluvio. La sua poesia ci parla d’esso da quel dopo, da questa vita altra che non continua, ma riprende, perché interrotta da un cambiamento che ha lavato via la vita del prima per inciderne l’assenza nel presente.
In Animali prima del diluvio il paesaggio è dunque post diluviale, siamo nel tempo ancora bagnato che segue l’abbondanza dell’acqua e la forza che ha portato via, che ha separato, diviso, strappato, rotto. Si tratta di un immediato dopo ben prossimo al prima, tempo del vivere l’avvenuto strappo, ma che contemporaneamente ci colloca nella terra dell’origine poiché passa sempre per una separazione la nostra nascita e per una rottura il nostro divenire adulti.
In questo senso forse, per rispondere alla domanda di Narda Fattori, gli animali prima del diluvio vivevano ancora la dimensione dell’ingenuità; necessitavano, senza saperlo, di un evento generante in separazione che aprisse nuovi occhi e una nuova età.
È questa esperienza, questa parabola, che origina i versi e queste poesie, nel sotteso nervo, poco nominato, ma sempre presente, dell’amore.
Tutti veniamo da una rottura. Vincenzo Vitiello ci ricorda che, alla domanda su come si comincia a pensare, Levinas rispondeva che all’origine probabilmente vi è un trauma, una separazione, una scena di violenza. E questa esperienza porta a quel fatto ancora più originario e costitutivo della nostra identità che si chiama morte, l’estremo della separazione. Dice Vitiello che il carattere iniziale della morte sta proprio nel dare origine all’autocoscienza nella quale il flusso senza tempo si ordina secondo la scansione di passato, presente e futuro. Anche il mondo animale è dominato dalla lotta per la vita e per la morte, ma solo nell’uomo questa esperienza porta alla nascita dell’autocoscienza.
Ci sono due posture esistenziali per stare alla presenza dell’assenza. L’acutezza del dolore e l’interiorizzazione della mancanza.
Chiara, in questa raccolta, abita soprattutto il primo modo: Adesso è pienamente che ti parlo,/ scivolo le mani instupidite/nella gola aperta del dolore. E oltre: quando fu scampo la disperazione/dalla durezza spietata del vero.
Nel tempo del dopo diluvio Chiara vive ed esprime il dolore, che del diluvio è il segno residuale del passaggio. Conosciamo versi che dialogano con l’esperienza della morte. Scrive Umberto Galimberti che il dolore che proviamo di fronte alla morte dell’altro è tale anche perché, insieme all’altro, muore la parte di noi che con lui era in relazione.
Dove c’è strappo c’è dolore e se ci chiediamo quale sia la natura di quello versato in parola da Chiara possiamo rispondere con un verso di Attilio Bertolucci: assenza,/ più acuta presenza.
Animali prima del diluvio sta al centro di questo dolore e pertanto fa poesia nel frammezzo dello strappo.
Scrive Georg Trakl: il dolore ha pietrificato la soglia. Il dolore, nei versi di Chiara, congela e pietrifica il tempo presente, sostanziandolo del solo acuto bisogno di quel passato che, non potendo mai per natura sua tornare, satura della sua mancanza l’ora attuale. Si crea come una bassa pressione esistenziale che ferma ogni fluire e inchioda l’oggi al tempo di ieri. In Animali prima del diluvio si sta nella soglia tra il nonpiù e un presente che ne è l’espressione e la scansione, tra la mancanza di ciò che è svanito e il suo preciso pulsare nell’ora presente che può solo guardare il tempo andato e rifletterne dolorosamente l’assenza.
Martin Heidegger a proposito del verso sopracitato di Trakl scrive: il dolore è la connessura dello strappo. Il dolore è ciò che dunque ferma il tempo, tenendo unita l’ora svanita al vuoto dell’ora che giunge. Scrive Chiara questo bellissimo verso: La realtà non sale né discende/ forma pozze immobili nel centro.
Questo clima cronologico esistenziale appare nella frequente dinamica interna delle sue poesie, fatte dell’alternare il tempo dei verbi al presente e al passato, con alcuni esercizi di apertura, che vedremo oltre, sul tempo futuro. Nel verbo sta il profilo dello sguardo del poeta.
Ma oltre che nel congelamento del tempo presente, sempre arretrato sul passato che persiste, in questa raccolta di versi, il dolore riveste la soglia con la pietra del niente. Esso infatti sa desertificare, nientificare il paesaggio interiore, oppure, come leggiamo in certe poesie, sa spingere chi lo patisce a divenire esso stesso niente come unica via d’uscita, anestesia dalla sofferenza dello strappo: slittare alla ricerca paziente/ del più perfetto impassibile/ niente.
Il secondo modo di vivere l’assenza è invece fare abitare in noi, come dice lo psicanalista Salomon Resnik, l’ombra dell’oggetto assente, asciugare il dolore che lega al passato, dando cittadinanza alla elaborata mancanza, conversando con essa, accettando la presenza dell’assenza al posto di un passato che impone la sua presenza, facendo del ricordo non ferita aperta, ma parola che sa rammerorare perché gli occhi specchino l’identità costituita dal vuoto.
Sarà questa la linfa che innerverà le nuove poesie di Chiara, raccolte ne Il sentore della gioia e che in questa raccolta invece appare come traccia. Troviamo infatti, pur in versi isolati e disseminati nella sofferenza della mancanza, aperture d’orizzonte e slabbrature del dolore, smarginamenti dalla linea del passato che inchioda il presente, un fragile spirito aurorale e il farsi gracile della speranza. Scrive Chiara: per apprendere passo dopo passo il camminare/sorprendersi una sera nuovamente di speranza; e poco oltre: adesso le cose non ti dicono più/ si può anche tornare a sentire. E ancora: nel tempo si impara a migrare internamente/per cambiare casa non occorre traslocare, fino al breve ma intenso: Sulle strade si gonfiano le reti dell’aurora e in fondo allo stesso componimento: E alla vita àncora il respiro.
Trapela tra i versi un tempo che segna l’istinto della sua stessa emancipazione, pur nella fatica di immaginare il futuro segnata così bene dall’uso del congiuntivo: È tempo di correre fino a cadere/ sputare il fiato che rimane/ a dissipare la sabbia dal cuore/ scivolare via la pelle in sudore/ come davvero si potesse cambiare.
Sentiamo in questo capillare dall’ancor tenuo colore, un’avanguardia, un altro battere del tempo, che così bene ci ricorda Paul Celan in Corona: È tempo che sia tempo.
Sorvolando a poca altezza lo scorrere dei versi di questo libro percepiamo inoltre una poetica del sentire, un’estetica dell’attimo, che sa appoggiare pollice e indice al polso della vita, per avvertire la consistenza dell’impulso, decodificandone, in questa epoca biografico poetica, la vibrazione e il suono attraverso la pelle del proprio dolore. Il verso di Chiara è membrana che vibra al riverbero dell’istante quotidiano del vivere. Tutto può farsi avvenimento poetico, offrire agli occhi nuovo taglio di veduta e dare ossigeno e incanto alla vita.
Credo nel sacro di ogni incontro/ nell’irripetibile stagione di un momento/ di eterno presente che redime il tempo.
C’è in Chiara una poetica del battito, un generare versi ascoltando le ritmiche contrazioni del cuore del vivere: il battito in ascolto alla parola. E ancora: Sul cuore immerso nel battito. Ma il battito ha il ritmo di un’altissima canzone.
E la poetica del sentire, del pulsare quotidiano deriva a questo libro la natura di diario; avvertiamo che ci viene raccontata la verità più profonda dell’autrice senza farne chiacchiera, senza dirne i fatti. Al termine della lettura noi ne conosciamo l’esatta biografia, quella più viscerale e meno defettiva, che è formata dai soli sentimenti e non dalle azioni. In questo stile diaristico troviamo inoltre componimenti dedicati perché abbiamo bisogno di destinatari per far emergere ciò che vive nella profondità. Ci sono date incise in calce ai componimenti a segnare una dedicazione a quell’esatto pulsar di tempo e alla condizione che in esso siamo. Tutto il libro si sviluppa in percorso cronologico ed esistenziale grazie al quale, mentre leggiamo le pagine, sentiamo venirci restituito il percorso evolutivo del dolore, codice primario per decifrare il cammino dell’umano.
Ma se i versi di Chiara ci insegnano che la via dell’uomo è via del dolore, in essi percepiamo anche che questo sentiero non è lineare, bensì sinusoidale, fatto d’alti e bassi e di sentire contrastante. Adesso sono io a chiedere d’essere salvata, allo sfogliare delle pagine, diventa: quasi spero non giunga a salvarmi.
E proprio in questa dinamica Chiara pare arrotare un circolo dialogico con se stessa, e innescare una conversazione interiore di persuasione e di elaborazione della mancanza che si fa esercizio d’apertura, precondizione dell’avvento di un nuovo orizzonte non ancora visibile. Vedi/ non torna l’asciuttezza calma del terreno/ nei viali foglie marce che dissolveranno/ grandi pozze dove come un sasso cade/ lo sguardo che ha cessato di cercare
E da questo stesso passaggio poetico, scopriamo inoltre che, come quello di numerosi poeti che Chiara ama e pubblica, il suo poetare ha un legame stretto con il paesaggio naturale. L’organismo della natura acquista nel suo comporre una dimensione simbolica, capace di abbracciare le vicende umane, farsi figura e riflesso della stagione esistenziale. Il tempo meteorologico, il mondo vegetale non solo scandisce il tempo dell’uomo, ma ne offre una chiave espressiva del senso e, come in un gioco d’eco, si fa referente esterno con il quale costruire la propria autocoscienza.
Il paesaggio si fa alter ego, doppio della poetessa, specchio che riflette, misura, compara e complementa il proprio sentire.
E nella sintassi della natura, essenziale è per Chiara la costruzione della luce.
Frequente è quest’attenzione nelle poesie; la poetessa cerca una luce tersa che scavi un tunnel profondo, oppure un fascio d’ombra che sappia modulare in terza dimensione il vissuto e superare l’impoverimento, la banalità del tutto di luce, che appiattisce. Tutto ciò che è tutto appiattisce; l’attimo, così come la particella luminosa, svela.