Cover_Alfabeto_©_foto_Rachel_SladeChiara De Luca, Alfabeto dell’invisibile, Samuele Editore 2015

 

Si apre con un Ritorno, questa nuova raccolta in versi di Chiara De Luca, che va ad arricchire una produzione poetica, e saggistica, vasta e raffinata, riconfermando una personalità di grande impegno e valore nel mondo della letteratura contemporanea.

Si apre con una dedica alla sua città, Ferrara, per poi tessere, pagina dopo pagina, una trama fitta di luoghi e persone, di ricordi e sensazioni che compongono un canto nostalgico e liberatorio. Con quel Ritorno (che dà il titolo alla prima sezione del libro, a cui seguono: Stazioni, Volti, Mare) si decide che è arrivato il momento di ricostruire il nido, portando con sé la paglia, il fango, le foglie degli affanni, “i ramoscelli dei ricordi,// e piume rapprese dall’acqua degli sguardi”. L’immagine è quella di un animale incline al volo, al viaggio, alla libertà, che decide di ritirarsi, con il suo bagaglio di affetti, memorie, presenze da custodire in un luogo sicuro e nella parola: “Ora che ho cercato altrove per vent’anni/ ritorno alla partenza.” In questo verso, e in numerosi altri, è come racchiuso un senso di rinascita: si rinnova la prospettiva, lo sguardo sulle cose che appaiono diverse. Anche la nebbia assume un valore positivo: dona luce e un volto nuovo a ciò che sta intorno, che risulta forse meno chiaro, ma più vero (“Anche la nebbia bianchissima ha una luce”). In questo cambiamento le cose sembrano rovesciate -“Il sole capovolge il castello nel fossato/ (…)/ le carceri ormai si sono aperte al cielo”-, la donna ridiventa bambina, le radici, rami che danzano in cielo, e il cielo arriva sulla terra, come la fine di un incantesimo, o l’inizio.

A chi diceva La tua nonna è andata

in cielo, gridavo Il cielo è in terra

e in tutta questa pioggia

 

di pianto manca nonna

 

Anche il tempo assume una dimensione nuova: “è nell’imprevista alchimia del ritorno/ che addensa vent’anni in un sol giorno”.

Attraverso i luoghi e le persone della sua infanzia, Chiara ricostruisce una mappa del suo vissuto, nominando ogni elemento con cura e precisione, rivelando una conoscenza antica e uno sguardo rinnovato, dove “tutto ha forma/ e tutto è nuovamente”: Ferrara, Via delle Volte, Via della Ghiara, i Parchi, Roma, Tiburtina, Via Napoleone, Bologna, Pisa e poi Teresina, Irma e tutte le creature amate, evocate nel libro. Ogni nome è pronunciato con grazia e le situazioni, così vivide e dettagliate, prendono una tensione nuova, come se esistessero maggiormente. Allora è vero che la poesia sa disegnare nuovi orizzonti, e dal buio, dal silenzio, prende forma un canto nuovo, di bellezza e disperazione.

Questo libro è un viaggio, nel visibile e nell’invisibile, che tesse pacatamente l’intreccio del passato col presente e si pone in ascolto, su ciò che può arrivare, l’imprevisto, il segno da decifrare. In un movimento che è in crescendo, aumenta l’attaccamento alla vita, al bene, la ricerca, il vuoto da colmare, il senso di una perdita, il bisogno di palpito e realtà. Solo così la voce poetica ha saputo forgiare il suo alfabeto, per donarsi al mondo, realizzando il compito della poesia, quando esalta la realtà e fa esistere di più il mondo.

Rossella Renzi

 

 

 

VIALE CAVOUR

 

Il tuo è la somma di ogni ritorno

quando impetra l’aria e riavvolge

nel gelo d’ambra le ali della luce –

 

basterebbe spaccarlo per non essere

Ome ti hanno mentita ma la bimba

che consegnava i fiori per Alloni-

 

Se pedali più forte il sangue si scioglie

nel canto chiuso tra le labbra col timore

che libero nell’aria lo potessero rubare

 

allora che tornando ti lasciavi scivolare

Le mance in tasca come un dono di Natale.

 

 

*

 

 

Tutto un inverno di sguardi sferrati

nella neve vergine delle parole

 

senza mai pronunciare il mio nome,

eppure ancora serbano il ricordo

 

forte di me le strade di un tempo,

rendendomi intera al silenzio,

 

mentre s’intrecciano rami di sole

alle croci d’ombra alla fine del viale.

 

 

*

 

Sono belle le stelle nella distanza

 

che preserva gli occhi dal saperle

quando intona il buio il loro canto,

 

qui non fanno male le luci artificiali

il folle sabba degli auguri e dei regali,

 

qui non rivedrò smantellata per lavori

la tua casa invasa da vocianti muratori

 

né ti sfiorerò come una visione

mano nella mano con lei nella neve.

 

*

 

 

Forse li ha succhiati via geloso

tra le ingorde labbra informi il mare

 

per inghiottirli e dentro il ventre

tenerli come io non ho potuto,

 

forse li ha strappati via beffardo il vento

tra i ricurvi artigli liquidi del cielo

 

per portarli al nido bianco in alto,

 

forse li ha dissolti il fiato dell’estate

perché le braccia enormi delle onde

potessero cullarli fino al sonno,

 

forse li hanno presi i passeri ne becco

frugando tra sabbia vita per l’inverno

 

e adesso stanno al caldo tra le piume

dense in qualche misterioso altrove

 

accanto a un petto solitario senza sole

che al buio ne scioglie pulsando le paure,

 

forse li hanno presi i bimbi per dispetto

oppure distrazione, o luminoso materiale

 

per i bei castelli alti che l’odore intenso

del futuro a forti colpi rapido ha abbattuto,

 

forse li ha sfilati dalla borsa aperta

mentre nella sabbia di me andavo in cerca

 

la coppia collaudata che nel tempo

i suoi li aveva sperperati… o sono io

 

che li ho smarriti-

 

Per questo torno qui e attendo a mani aperte

i palpiti che adesso più non scuotono furiosi

l’anima evacuata dal violento inverno delle tue parole.