Di Chiara De Luca. In Il resto (parziale) della storia.

A  cura di Carla De Angelis e Stefano Martello, Fara Editore, 2010

Nessuno può capire fino in fondo un altro essere umano, le sue difficoltà e i suoi dolori. Neppure chi li abbia vissuti in prima persona. Perché ciascuno di noi è assolutamen­te unico e affronta ogni esperienza in modo diverso, fosse pure un’esperienza condivisa. È difficile per me riuscire a riordinare le idee e le parole per esprimerle, con la paura sempre di scivolare nella retorica, di essere ipocrita. Perché troppa ipocrisia circonda l’handicap, così come ogni altra malattia mentale. La malattia mentale fa paura, allontana. Molti cercano di esorcizzarla, di starne alla larga, o, ancor peggio, di “abbellirla”, sdrammatizzando, sminuendo. E ciò che avviene in molte trasmissioni televisive, dove mi è capitato di vedere noti personaggi sorridenti, o brillanti conduttori esibire amici “più sfortunati” come fossero tro­fei, fenomeni da baraccone. E di fatto lo diventano anche i protagonisti di tanti film. Penso per esempio al noto Rain Man, film bellissimo, ben fatto, con un cast d’eccezione (Tom Cruise, Dustin Hoffmann, Valeria Golino), pellicola di successo. Ma che offre una rappresentazione soltanto parziale dell’autismo, quasi lo idealizza, identificandolo con il genio. Mentre la maggior parte delle persone auti­stiche sono ben distanti dal nostro Raymond Babbit, non compiono miracoli contabili, non ti consentono di sban­care a Las Vegas. Ma ciò non significa che non sappiano darti molto di più. Chi soffre di una malattia mentale è semplicemente una persona. Una persona che ha più bisogno di aiuto, vici­nanza, attenzione. Ma non di pietà. Un ragazzo disabile ha bisogno di essere trattato come qualsiasi altro ragazzo, di essere responsabilizzato, premiato, all’occorrenza punito. E questa la premessa perché possa inserirsi più facilmente nella società, perché vi possa vivere all’interno, e non sem­pre ai margini. Perché possa essere amato e non tollerato, o peggio, denigrato e offeso, come spesso avviene.

Il problema più grande, quello che ci affligge tutti, è l’ignoranza. Che è prima di tutto ignoranza del dolore, della diversità, del disagio interiore. Perché fanno paura, perché si preferisce non capire e confinarli nella propria parte più oscura. Allora ce ne si allontana, oppure ci si av­vicina soltanto per finta, magari con ostentazione, in attesa dell’applauso, del premio di riconoscimento per la buona azione compiuta. Ma quando ci rapportiamo a qualcuno, anche da una posizione che parrebbe “di forza”, da una condizione privilegiata, non siamo mai lì soltanto per dare. Riceviamo sempre qualcosa, di male, di bene, che ci fa crescere, in uno scambio che non è mai unilaterale. Una persona disabile, o “diversamente abile”, o co­munque la si voglia chiamare, ha molto da offrire, come in potenza ogni altra persona, ma possiede anche qualco­sa di più, oppure, semplicemente, di diverso. Perché non lo conosciamo, perché esula dalla norma, perché in genere non lo riceviamo. O almeno questa è l’impressione che mi sono fatta durante un’esperienza lavorativa con persone che venivano definite “invalidi emotivi e relazionali”. Questa dicitura farebbe pensare che si trattasse di persone incapa­ci, deficitarie nella sfera delle emozioni, delle relazioni con il prossimo. Si tratta invece di persone dotate di un forte sentire, che però spesso sembra seguire binari differenti da quelli che noi conosciamo, così che l’espressione delle loro emozioni ci sorprende, per uno slittamento rispetto al no­stro modo di relazionarci con la realtà e con il prossimo. Ma la loro è in sostanza solo una modalità differente, che non può e non deve essere cambiata, va piuttosto compresa e indirizzata, perché la sua singolarità possa manifestarsi negli aspetti più positivi che le sono peculiari, a dispetto del senso di sorpresa e spaesamento che ci coglie di fronte a qualcosa che non conosciamo, e che per questo temiamo. Avendo sofferto di una grave forma di anoressia, ho conosciuto sulla pelle il timore (o terrore) che suscita la malattia mentale. Perché ci mette di fronte alla debolezza e alla fragilità della nostra condizione, e al contempo ci dà l’illusione che rifuggendo, o peggio, schiacciando, possiamo esserne esonerati. Negli anni in cui il mondo era tramontato dietro un lattiginoso orizzonte distante, ho ricevuto ogni genere d’offese per strada da persone che non conoscevo, anche sputi e lattine vuote in faccia, e quant’altro. Gli amici sparivano con un sorriso strano e imbarazzato, i parenti si vergognavano, i compagni di scuola disegnavano uno scheletro sul calen­dario per festeggiare il giorno del mio compleanno, pro­fessori e altri guru mi condannavano come una persona debole, una fallita. Medici e infermieri mi affibbiavano un numero e mi scrutavano come un freddo oggetto scarno e strano, mi soppesavano e mi rivoltolavano come un calzi­no. Ma nessuno alla fine mi vedeva, né mi parlava. Eppure ero sempre io. In una qualche parte di me ero ancora la persona sorridente e piena di vita che appare e si nasconde oggi. Si nasconde perché la maggior parte delle persone cui ho raccontato ciò che sto scrivendo me lo hanno scagliato contro nel momento più (in)opportuno, a guisa d’arma af­filata, per identificarmi con una parte di me che stona, che non s’inquadra, ma che non rinnego. Così per anni non ho fatto altro che annullarmi in funzione degli altri, per essere accettata, con il senso di una infinita colpa da espiare. Lo stesso sentimento accomuna la maggior parte delle perso­ne cui la società appone il marchio di “malato mentale”, o qualsiasi altra, seppur più pietosa, etichetta. Quel senso di colpa ne informa, condiziona, avvelena la vita. Se sto scrivendo questo è grazie a persone meravigliose, la cui forza e il cui coraggio mi hanno insegnato che ciò che siamo è il prodotto delle esperienze vissute, di tutte, anche le più dolorose, soprattutto le più dolorose. Tra loro c’è Carla De Angelis, la persona più generosa, disponibile e attenta che abbia mai conosciuto. Carla c’è sempre, anche mentre Robertina la sta spogliando, le sta spalmando il letto di dentifricio o cospargendo la casa di broccoli. Lei è lì che ti ascolta, tenendo sempre fede a ogni promessa, a ogni pa­rola data. Perché il dolore le ha insegnato tutta la forza e la pienezza delle parole, le ha insegnato a uscire da sé stessa e andare incontro agli altri, anche se così spesso gli altri non fanno altrettanto. Perché non c’è tempo, perché preferiamo stare a guardare le nostre piccole difficoltà quotidiane, e chi ne ha di più concrete, grandi, reali, sembra privarci del diritto al lamento e all’autocommiserazione.

Il nostro è un tempo in cui le parole vanno sempre più impoverendosi, con la complicità del virtuale e del digita­le, che consentono la stentata sopravvivenza di rapporti propositivi, ma mai fattivi, tra abbracci, saluti e baci da tastiera, che si materializzano all’istante in mail box e di­splay di cellulari, tra eterne promesse di rimandati incon­tri, auguri di festività seriali, facili dichiarazioni d’affetto, stima e vicinanza, confuse con lo spam e imbrigliate nelle maglie della rete. Oggi abbiamo l’impressione che per sen­tirci buoni, complici e partecipi basti premere “invio”, per poi aprire un’altra finestra del browser, o cercare in rubrica un numero più redditizio. Il nostro è un tempo veloce, che aspira al conseguimen­to degli obiettivi ad ogni costo, nel minor tempo possibile. Tutto quanto risulta più difficile e complicato si archivia, si getta via, si cestina. Questo vale per gli oggetti, le auto, i vestiti, così come per i sentimenti, i rapporti e le relazioni d’amicizia e d’amore, per idee politiche, fedi, ideali e appartenenze. Siamo sempre alla ricerca della promessa del nuovo, e neppure ci accorgiamo che spesso si tratta soltanto di un sogno riciclato, di un ideale abdicato, che si traveste da rinnovato stimolo propositivo. Oggi molte anime sono in vendita a prezzo scontato.

La scelta di lavorare come operatore nell’assistenza in­validi è stata dettata proprio dal desiderio di uscire da me stessa, ritrovare gesti concreti e parole pregne, e confron­tarmi con l’oggettiva difficoltà altrui. Ma anche dal desi­derio di ri-conoscere i miei simili. Chi si riempie la bocca di buoni propositi e bei sentimenti, chi si professa “sano” mi fa paura, perché so la crudeltà di cui è in potenza capa­ce nel tentativo di esorcizzare il male che non vuole vedere dentro di sé, e che è parte integrante, essenziale e inevitabile della condizione umana. Il dolore, la diversità, la sofferen­za, invece, non mi hanno mai fatto paura. Chi soffre, chi lotta esercita su di me un fascino irresi­stibile, stimola in me l’impulso a cercare di capire, a sfor­zarmi di non essere inutile, a cercare di arginare e sanare un male che in passato non ho saputo comprendere per combatterlo, ma che è stato sconfitto dalla vita nel mo­mento in cui ho conosciuto persone che sapevano andare oltre le apparenze, che davvero si sforzavano di farsi carico del dolore altrui. Ho sempre svolto ogni genere di lavori, ma negli ultimi anni mi ero dedicata soprattutto ad attività intellettuali. Da ragazzina il mondo della cultura, della letteratura, della poesia mi appariva come una sorta di Eldorado. Ero con­vinta che vi dominassero alti ideali e bei sentimenti. Col tempo ho imparato che in linea di massima è un’azienda come le altre e come in ogni azienda a dominarvi sono le dinamiche che purtroppo governano la maggior parte dei rapporti umani nel loro aspetto più pubblico ed esteriore. Ho imparato come molto spesso le parole non corrispondano ai pensieri, e non siano quasi mai suffragate da azio­ni, gesti concreti. Le ho viste vuotarsi giorno dopo giorno, divenire bellissimi involucri pieni di niente. A un certo punto ho avvertito un senso di saturazione, di stanchezza, diffidenza nei confronti di chi lavora con le parole e crea realtà immaginarie, perdendo di vista la nostra, quella og­gettiva e dura. Avevo fame di verità, gesti semplici, parole che significassero il pensiero. E al contempo avevo bisogno di lavorare. Così ho unito le due esigenze, e ho cominciato a bussare alla porta di enti e associazioni attivi nel sociale. Volevo fare qualcosa di concreto, sentirmi viva, nuova­mente. Ma ero reduce da esperienze soltanto similari, di volontariato, e non mi ero mai trovata ad avere a che fare con un gruppo ampio di ragazzi disabili. All’inizio mi sentivo smarrita, temevo che non ce l’avrei fatta. Eppure, dopo pochi minuti che mi trovavo con i miei ragazzi, ho capito che non sarei potuta tornare indietro, che c’era un mondo tutto da scoprire. Ero entrata in un’altra dimensione, non tanto parallela, quando concentrica. Come un microcosmo che stesse dentro il macrocosmo della realtà quotidiana cui siamo abituati. Ho avuto la sensazione di stare in un “mondo capovol­to”, in cui oggetti, sensazioni, sentimenti, modalità di rap­porto e di comunicazione ci fossero tutti, però disposti in modo diverso, insolito. Per chi non abbia familiarità con le sue coordinate, acce­dere a questo mondo è come entrare al buio in una stanza che non conosci: cozzi contro gli spigoli, inciampi, ti senti smarrito e senza appiglio. Così è stato per me all’inizio. Ma poi ho cominciato a esplorarne gli angoli, li ho ri­conosciuti. I miei occhi si sono abituati a ciò che prima non vedevo, o non volevo vedere. E ho capito che anche io dovevo muovermi con più accortezza, con più attenzione. Che tutto lì dentro aveva un senso più forte, perché univoco, pieno. E quel mondo mi è diventato familiare, mentre l’altro, quello che mi apparteneva, o avrebbe dovuto ap­partenermi, si allontanava. E tornandoci sarei inciampata a ogni passo, avrei cozzato contro spigoli molto più acuti, e ben nascosti in piena luce. Con il passare del tempo, mi sono resa conto che quel mondo, così bello e terribile, così spietato a volte, non è né migliore né peggiore, soltanto altro. E un mondo che quando ci entri, ti fa dimenticare il suo contrappunto spe­culare, ti tira dentro, ti prende tutto. E ti dà più di quanto tu sia in grado di restituire. Dopo essere stata con i miei ragazzi tutto il giorno, a sera avevo paura. Proprio così: paura di tornare alla mia realtà di sempre, al nostro mondo dei dritti, dei “sani”, in cui avevo imparato a stare a galla, forse, mai a nuotare a bracciate sicure. Mi ci sentivo persa, senza più difese. Me le avevano tolte loro, i miei ragazzi. Perché nel mondo ca­povolto tutto è molto più chiaro, diretto, sincero. Sia gli insulti che le frasi d’amore ti vengono detti o sbattuti in faccia senza alcun giro di parole, alcuna considerazione opportunistica o valutazione preventiva di comodo. Avevo l’impressione che non ci fosse scarto e deviazione tra pensiero ed espressione, gesto e sentimento. Nel mon­do capovolto un abbraccio è un abbraccio, è vero, signi­fica soltanto quello, significa amore. E se sgarri fa presto a trasformarsi in schiaffo, in pianto, in rabbia bambina e indomabile. Perché questi ragazzi chiedono molto, non vo­gliono essere ingannati, questi ragazzi non li freghi. Perché loro non lo fanno, e pretendono altrettanto. E io lì dentro mi sentivo al sicuro. Nel senso che ciò che vedevo e senti­vo era reale. Mi dicevo: “Allora è possibile…”, mi ricordavo di ciò che ero davvero, nella sostanza. Non c’era alcun bisogno di difese, e nascondimenti, di sorrisi da moneta falsa o strette di mano al vetriolo. I ragazzi ti chiedevano soltanto di essere te stessa, di non mentire, non ingannarli. Così alla fine sono loro che mi hanno insegnato a ritrovarmi, a non avere paura di me.

 

Mas um ou outro, um momento,

Olbando bem, pode ver

Na sombra e seu movimento

Qual no outro mundo è o intento

Do gesto que o faz viver.

Fernando Pessoa

Ma uno o l’altro, un momento,

scrutando, può vedere

nell’ombra e nel suo movimento

quale nel mondo altro è l’intento

del gesto che lo fa vivere.

Fernando Pessoa

 

 

Basteranno i vostri volti nel ricordo

 

a ridare ai gusci

di parole un corpo,

 

perché se li riporti come l’onda

via di senso,

 

respiro a notte fonda

rappreso di silenzio.

 

*

 

Non so se per fortuna o per condanna

Chicco, il più bello

dei ragazzi ha sul volto

disegnate le sembianze

invariate di sorriso.

 

Hai solo gli occhi per leggergli l’umore,

la rabbia, la gioia, l’attesa, il rancore

 

e forse è ciò che sempre

andando incontro all’altro

 

dovremmo ritentare.

 

*

Sotto la sottile pioggia senza suono

 

oggi lungo Via del Carrozzaio

non ci sono neanche i capannelli

 

di stranieri usciti dalle imprese

a chiacchierare in cerchio in pausa pranzo.

 

Mentre procediamo a stento

cozzano gli ombrelli alla rinfusa

 

s’incrociano le grida e c’inzuppiamo.

 

Ho Chicco stretto al fianco,

Titti appeso al braccio

sotto il cappelletto

rosso piange piano

se le auto non ci lasciano passare.

 

Penso che sarebbe stato bene

prendere negli occhi ieri un po’ di sole,

 

ma lascio che s’imbevano le pieghe

dei jeans nelle pozzanghere,

 

mi vedo nello specchio

di un camion parcheggiato e rido

dei capelli che mi scendono sul viso perché so

 

i vostri passi strambi e dolci alle calcagna

e sempre qualche mano che mi stringe forte e che non molla.

 

*

Mentre alla TV il cardinal Tonini illustra

l’utilità indiscussa delle figurine dei santini

hai chiuso gli occhi sul tuo volto

così magro e buono da stordire.

 

Quando al pianoforte la cantante

grida una canzone che risveglia

un vago tuo ricordo risparmiato

tu che lasci scivolare sempre poche

tra le labbra semichiuse le parole:

 

Non ne posso più, poi spalanchi

gli occhi, perché sempre a sedere,

non ne posso più, sempre a sedere!

 

Non mi salverà stavolta

sorriderti, riaprirti

la mano chiusa a pugno,

 

che ci sembra sempre basti poco all’occorrenza

a rimediarvi in fretta un qualche senso,

 

anche quando già da tante ore sono

naufragate tutte le mie inutili e bellissime parole.