LA CASA DEL PANE

 

Non so come voi l’alfabeto degli odori
ne seguo brancolando la grafia millenaria
dall’alba dove da sempre sono tratti
puri e netti che intarsiano l’aria;

chiudo gli occhi piano si disegna il pane
che hanno finito da poco di sfornare,
ha un ricordo di farina e stretta ancestrale
tra l’uomo e il grano in un tempo animale;

al mercato è intero l’odore delle mele
ha un sentore di raccolta, rosso, di sudore
ben prima che il traffico lo possa dissipare
e ogni via del centro cessi di ricominciare.

Gli odori a mezzogiorno sono un arabesco
vertigine che sfianca, inganno della fame,
chiudo i miei e vedo: gli occhi di mia madre
le sue mani cariche di pizza da infornare,
una neve di ricotta su un prato di sformato,
un cuore di riso, il petto rosso spalancato
dei pomodori rustici dell’orto di Mignano;

è sempre speciale l’odore delle mele
fatte con cura a spicchi da una madre
bucce si radunano rapide in un canto,
la polpa sul piatto nella casa infanzia.

A sera il disegno degli odori va sfumando,
si attenua con la luce il sentore più vorace,
chiudo gli occhi, fiuto il sangue delle foglie
che perde nel vento il senso acre del verde;

gli occhi delle case si rivolgono all’interno
dove custodiscono il principio dell’inverno;
la sera è più greve l’odore delle assenze
o soltanto più lieve quello delle mele

la notte ha un’attesa di pane da infornare