Chiara_De_Luca_La_mina_(stra)_vaganteDiedi gas. Amavo la mia vespa. Era la libertà in prestito senza interessi, la leggerezza di passare nella vita della gente, solo per un attimo, senza fermarsi. Quando si ammalava gravemente, e non potevo evitare di portarla dal medico, perdevo tutta la mia libertà. Ero costretta a dipendere da quei bruchi ondeggianti e gonfi di gente che chiamano autobus, e tornavo a casa frullata come un uovo sbattuto. Quando la andavo a riprendere, guarita e tirata a lucido, era sempre una festa, come il primo giorno che ci siamo incontrate. La mia vespa viveva con me da oltre sedici anni, era più vecchia di me, ma più in salute, e forse sarei morta prima di lei.
L’unico inconveniente era che vigili, poliziotti e carabinieri la sentivano già da lontano, cominciavano a darsi di gomito non appena la avvistavano, e mi fermavano per principio. I carabinieri mi stavano anche simpatici, a volte. In genere erano meno autoritari e minacciosi degli altri, e ogni tanto sorridevano anche. – Mi piace la striscia rossa sulle divise, spezza un po’. Anche le auto sono meglio. Non amo l’azzurro, preferisco il blu cupo.- Ma la multa la facevano un po’ tutti, anche i CHIPs in moto, con il sorriso a 36 denti e gli occhiali da sole in pieno inverno. – No… tedimmi… ma si può far la multa a una creaturina solo perché è vecchia e respira male? Mi fanno sempre perdere un sacco di tempo e di sorrisi idioti. E poi sono allergica all’autorità.

Ma non avrei mai potuto cambiarla con uno scooter ad accensione elettrica. – Scherzi? Quei cosi tutti di plastica che quando ti lasciano a piedi non sai mai dove mettere le mani? Non sopporto il loro ronzio uniforme, mi fa addormentare. La mia vespa vive, la sento respirare, ridere, sbottare, sbuffare. – Avevo imparato a riconoscere i suoi segnali e interpretare i suoi desideri. Capivo sempre quando voleva un colpetto di frizione, una pinta di miscela, un fiato di gas. E non aveva bisogno di occhieggiarmi minacciosamente con una qualche spia luminosa. Sapeva che amavo sfidare il destino, che in genere restavo a secco di soldi e benzina alle tre di notte. E che anche se avessi trovato un’anima pia che mi avesse fatto dono di un litro di verde, non avrei avuto con me l’olio per la miscela.

Grazie alla mia vespa, quando passavo io si voltavano tutti, chiedendosi come mai un aeroplano stesse atterrando nel bel mezzo della città. E grazie a lei ricevevo periodicamente conferma che al mondo la generosità esiste ancora, perché ogni volta che mi lasciava a piedi, qualcuno si fermava pensando che una donna non avesse assolutamente idea che una vespa potesse avere un motore, e che, anche nel caso in cui gliene fosse venuto il sospetto, non avrebbe mai saputo dove cercarlo.
Soltanto in occasione del mio incidente venuto meglio si fermarono in pochi, facendo capannello in disparte. Tra questi un tizio che sentii dire confortato: – Un incidente tra studenti. – Già… in pronto soccorso non ne possono più di studenti, drogati e ubriachi – Il tizio cui la collisione aveva rovinato la moto, invece, mi brontolava qualcosa ben fuori dai denti. – Ci son tutti i miei denti? Pare di sì… ma le ossa… che vuole la pertica? Non si insulta un ferito! Mi ci mancava lo zoccolo duro dello sticazzismo piccoloborghese (ma la mia bimba come sta?) Senti te, ci si aggiorna dopo, ok? Sei troppo alto, visto da quaggiù. Portatemi via! Chiamate un’ambulanza! E la neuro per il filosofo!

La mia vespa mi teneva sempre sveglia, e non partiva di gran carriera, lei sapeva prendersi i suoi tempi. È vero, aveva anche i suoi capricci da diva. Per esempio non ne voleva proprio sapere di andare in folle da ferma, e quando era in prima non aveva nessuna intenzione di starsene sul posto, e dovevi tenerla a freno come un cavallino impazzito, che s’impennava e balzava in avanti al primo verde sussulto del semaforo. Se poi non la trattavi con gentilezza, passava dalla prima alla quarta senza soluzione di continuità. Voleva soltanto candele nuove di zecca, o perfettamente pulite, e scotch fresco ogni giorno sullo spinterogeno. Quando poi c’era il fondo bagnato, scalciava e sgroppava, e io dovevo condurre il rodeo con fermezza e al contempo dolcezza. La luce posteriore ogni tanto si riposava, ma bastava un colpetto amorevole, e lei si rimetteva ubbidiente all’opera.
Un giorno, i supporti del portapacchi avevano cominciato a staccarsi, finché la ruota di scorta non restò precariamente appesa alla vespa soltanto per mezzo di un piolo traballante fissato sotto il sellino. Come un anziano che non voglia rinunciare al suo ultimo dente, io fingevo di non accorgermene, anche se ad ogni curva l’ondeggiare della ruota di scorta rischiava di scardinare l’equilibrio, facendo cadere me, e tutti i miei denti. Finché la ruota non divelse anche il fanale posteriore, o ciò che ne restava, e fui costretta a cavarmi il dente. – Ok, potrei anche farla curare, forse basterebbe un trattamento non invasivo: un lieve lifting, una lavanda gastrica al carburatore, un trapianto di fanale, dischi, ruote, e spinterogeno. Ma succede spesso che si impari ad amare i difetti degli amici.

Io la chiamavo Mina Vagante, perché lei era la mina, e io la vagante. Nel quartiere dove abitavo prima, invece, la chiamavano Il Mostro, per via del suo vocione metallico e profondo.
Io le volevo un bene dell’anima.

da La Mina (stra)vagante, Fara Editore, 2005.

[…]

All’uscita dalla banca, raggiungendo in tre balzi la Minuzza, notai un foglietto giallo incastrato con minuziosa perizia nel freno. Lo presi, lo piegai con gesto vigliacco, e lo misi in tasca ostentando indifferenza, senza neppure verificare a quanto ammontava il nuovo salasso. Diedi gas.
– Fiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!!
– Che c’è?
– Le luci.
– Che hanno le luci?
– Sono spente.
– Ah, aspetti che le accendo.
– Click…. – No, eh? Proviamo così… – Click click… click… – No, eh?– Click… click… cli – click… cli- cli- click… – Sigh
– Allora?
– Eh, mi sa che non funzionano.
– Documenti prego.
– Me li hanno rubati.
– E lei va in giro senza documenti?
– Ero già in giro.
– Ah. E dove stava andando?
– Dai carabinieri.
– Perché? – Mi fece il vigile, incuriosito.
– Per fare la denuncia.
– Di cosa?
– Di smarrimento.
– Di che?
– Dei documenti.
– Quali?
– I miei.
– Ma non mi aveva detto che glieli avevano rubati?
– Non lo so.
– Allora se ne accerti prima di parlare.
– Di cosa?
– Di avere i documenti.
– Ma le ho detto che non li ho.
– Non si può girare senza documenti.
– Lo so, ma io ero in giro da prima.
– E dove andava?
– A fare un giro.
– Ah. Senza documenti?
– Quando sono uscita non sapevo di essere senza documenti.
– Ma lei deve portarli sempre con sé.
– Credevo di averli con me.
– E invece?
– Mi sa tanto che li ho persi.
– Sa che deve fare la denuncia di smarrimento?
– Ci stavo andando…
– E lei esce senza documenti per andare a fare la denuncia di smarrimento?
– Se avessi avuto i documenti non sarei andata a fare la denuncia di smarrimento.
– Ovvio. Ma non ha pensato di usare i mezzi pubblici?
– No, me ne sono accorta dopo.
– Di cosa?
– Di aver perso i documenti.
– E perché prima di uscire non ha verificato se aveva i documenti?
– Perché sono uscita in fretta.
– E perché è uscita in fretta?
– Per andare a fare un giro.
– E perché in fretta?
– La forza dell’abitudine.

– Ah.
– Già… posso andare?
– Dove?
– Dai carabinieri.
– Perché dai carabinieri?
– A fare la denuncia di smarrimento.
– Può venire da noi.
– Ma i carabinieri mi stanno più simpatici.
– Ah. Dunque io le sto antipatico?
– No. Non è un fatto personale.
– Non si deve fare di tutt’un’erba un fascio.
– Bisogna saper distinguere il grano dal loglio. minuzza_back
– Cos’è il loglio?
– Erba, credo.
– Erba?!?
– Scarti.
– Pure di scarto?
– Scarto del grano.
– Ah.
– Già.
– Quindi le sto simpatico?
– Sì.
– Vada, vada. Ma si ricordi le luci.
– Certo. Arrivederci.

 

Chiara De Luca, La mina stra(vagante), Fara editore, Santarcangelo di Romagna, 2006