L’oltre è visibile. Ci ricorda la mappa per tornare a vivere, per prendere le cicatrici e soffiarci dentro un nuovo spirito. Ma c’è qualcosa da bruciare tra queste rovine di uomini e donne, tra queste allucinate ricerche che fanno della salvezza l’unico credo. La fiamma è un Sì, netto, come il colpo di un pugnale che incide la scelta, un fiorire di coincidenze, un’impronunciabile vergogna. Coincide con il pianto, con il sudore, con l’incendio che ha infiammato la voce, prima che la memoria si facesse sghemba e il battito piantasse nel buio le immagini del naufragio. Prima dei grani, del rosario divorato dalla deriva, una guerra segreta ha contagiato l’orizzonte. Le leggi d’amore si posano agonizzanti nel dilatarsi del sogno, come una promessa distratta, rubano il sonno alla notte. Non basta l’attesa per frugare tra i confini del silenzio, non bastano le ombre a inscenare un teatro crudo e cieco, dove gli uomini si annidano come spettri, per non dover più credere al contatto della pelle, allo sfiorarsi delle dita. Animali prima del diluvio è un libro che risale nel corpo dopo la lettura, che ritenta la strada del cuore, assediando le vene. Riavvolte nella tenerezza, le sere sputano le salme di ciò che siamo stati. Estirpano la radice dalle costole, l’alfabeto dal ventre. È necessario carpire questo tacere dei chiodi, questi stipiti immaginati che ci condannano a un varcare dissennato e implacabile.

Le porte coi loro lumi, attirano il sentimento fin dentro le nervature dell’altro, in somiglianze indecifrabili ritraggono le svolte del destino. Il sangue è bianco di una carta che non vuole rappresentare tragedie. Pieno di figure incerte che camminano tra le mani, dove le linee del tempo continuano a scavare, un mare d’anime cucito alla resa. C’è una voracità che trasloca dalle labbra all’aurora, in questo piovere d’astio e dispersi, deviando gli spartiti verso il canto, ascoltando del vento la preghiera. Chiara De Luca penetra in queste pagine, la tempesta delle coscienze, lo smarrimento degli occhi di fronte ai ruoli, di fronte all’eterno artificio. Ritrova una prigione a tutela delle piccole luci via via disseminate nei tremori. Se l’attimo crolla nell’altrove, senza compiere la vicinanza, le parole come gocce devono lasciarsi assorbire da questa morte che precede il lievitare, questa nuova terra che ringrazia gli alibi che hanno strappato la solitudine, come una poesia sbagliata. Dimenticando la furia degli sguardi, la pazienza velata dal terrore, il morso che fissa ogni verso tra delirio e desiderio, armando gli angeli di minuscoli singhiozzi. L’alluvione non è una predica. È cedere la propria carne tra le pieghe dell’assenza. Svanire nel domani, nel nome che porta tra le labbra, le pronunce di grazia e abbandono.

Gianluca Chierici

What is beyond can be seen. Maps remind us to go back and live, to take the scars and breathe a new spirit into them. But there is something among this rubble of men and women, something among these hallucinated searches that makes salvation the only credo, something to be burned. The flame is a clear “Yes”, like a stab with a knife that cuts into choice, a flowering of coincidences, an unspeakable shame. It coincides with the crying, the sweat, the fire that inflamed the voice before memory went askew and the pounding planted images of ruin in the dark. Before the seeds, the rosary devoured by drift, a secret war poisoned the horizon. Like a distracted promise, the laws of love settle in agony upon the expansion of the dream and steal sleep from night. To rummage around among the borders of silence, suspense is not enough; to stage a crude, blind theatre where men hide like ghosts so they no longer have to believe in the touch of skin, the stroking of fingers, shadows are not enough. Animals Before the Flood is a book that after reading rises in the body, besieges the veins, and tries the road of the heart once more. Wrapped in tenderness, evenings spit out the corpses that once were us. They tear out the roots from our ribs, the alphabet of the stomach. The silence of these nails needs to be pulled out, these imaginary stocks that condemn us to an unhinged, implacable crossing.

With their lights, doors attract feeling right into the other’s veins, and in undecipherable likenesses depict the twists and turns of destiny. Blood is white as paper that does not want to represent tragedies. Full of uncertain figures walking among its hands, where the lines of time continue to dig down, a sea of souls settled up with. There is a voracity here that moves from the lips to the dawn, in a shower of acrimony and lost souls, and that hearing prayer in the wind nudges the scores to song. In these pages Chiara De Luca reaches deep into the storm of consciousness, the bewilderment of the eyes when faced with roles, with eternal artifice. She finds a jail in defence of the tiny lights gradually scattered in the shaking. If the moment collapses somewhere else, without closeness appearing, her words like drops have to let themselves be absorbed by this death that precedes fermentation, this new earth that thanks the alibis that have removed solitude like a mistaken poem. Forgetting the fury of the gaze, the patience veiled by terror, the bite that fixes every line between delirium and desire, arming the angels with tiny sighs. The flood is not a sermon. It is yielding our own flesh between the folds of absence. Fainting tomorrow, in the name she bears on her lips, the pronunciation of grace and abandonment.

Translated by Gray Sutherland

È un campo ferito la storia di ciascuno
sentieri infiniti si aprono ai confini
selci sono pietre miliari di domande
sabbia morbida ad accogliere le orme,
in un proliferare dissennato di stagioni.
Puoi entrare di tallone, o più leggero
lasciando tra le dita scivolare i grani,
di piatto calpestare l’erba o consentire
che disteso a croce ridisegni il tuo profilo,
strappare vorace frutti acerbi o avere cura
di arbusti che crescano in tronchi da scalare
Lei sulla sua terra incoronò un assoluto
sovrano conferendogli potere
di vita, di morte,
o di capire.

 

 

 

 

Abbiamo aperto i boccaporti del buio
a farci caldo solo di pensiero,
entra freddo nelle parole
nudate del senso fino al silenzio.
La mano me la strappi di mano
mi chiudi in un angolo e torni
a forzare il fiume dentro un bicchiere.
Faccio pressione sulle pareti
di vetro scompongo frantumi:
acqua si divincola, e cocci.

 

 

 

 

Snocciolo
come un rosario le nocche,
li vedi i sentieri che abbiamo
lasciato la ghiaia che scricchiola
sotto la pelle tornata
insensibile al taglio
profondo dei giorni.
Fasci di canne ingrossate
sembrano aver prosciugato
il vanto guerriero del fiume.
Blocchiamo le zampe sottili
in corsa di un lampo e due anni
d’acciaio in ostacoli
ci hanno spezzato i ginocchi.
Il tuo nome è un prisma infinito
riverbera sillabe che ricombino
a chiamarti, e ogni cosa.

 

 

 

 

Ci vorrei stanotte ritornati
animali prima del diluvio,
lasciarci il coraggio di un approdo
sicuri incastonare la prua della nave
nella sconosciuta baia del vissuto.
Raccogli naufrago nel vento il mio sbandare
agitarsi di mani appese a rami emersi,
appuntando gli occhi brancolanti a una cima.
Perché la pelle nuda da sola non riscalda,
avvolgersi del manto generoso dell’infanzia
accovacciati in fondo a una tana condannata
dove il gioco lento è scivolato nel massacro,
riapriamo nella carne cicatrici per leccare
animali prima del diluvio.

 

 

 

 

Ha slarghi di sonno l’incedere del giorno
impastando notturno la farina della resa,
in alto si schianta il corpo di un lampione
profila nel nada la testa luminosa,
passi sono spari di silenzio nel viavai
d’auto in branco nel recinto delle strade,
fughe di guardrail finiscono nel ventre
di colline disadorne all’altare della resa.
Avvolti di vibrante solitudine ferina
abbiamo volto gli occhi di miseria nel passato
denocciolato il senso alla polpa del futuro,
abbiamo indurito lo sguardo contro il muro,
ceppi spezzati impedivano l’andare
contratto allo spiraglio dove
un fiore stringe, incapace a risalire.

 

 

 

 

Ho spiato scendere la luce
tra le fitte tegole nascondere
rosata la vergogna, e proprio lei
che denudava gli occhi nel mattino
Ne ho visto il barcollare lieve
lungo i vetri come a non volere
abbracciando ombre camuffarsi
per svanire. Dicono sia errore
anche in incognito il peccato
vestendo panni candidi d’amore.

 

 

 

 

Si apre la grotta d’aria spessa
sul tunnel di silenzio dei giardini,
allineo i passi con cura sul sentiero
centrando spazi liberi tra i sassi.
Si svelano gli alberi del primo scialle d’aria
che scivola leggero tra i rami semiaperti
dal primo distaccarsi delle foglie all’improvviso.
I bimbi hanno lasciato il sentore della gioia
sopra le altalene che dondolano vuote
quando senza scioglierle strattono le catene.

 

 

 

 

Perfino aprire gli occhi è diventato naturale,
vestirsi, prepararsi, anche il dolore:
non infuria in gorghi nelle tempie
non preme in gola o sotto il velo
degli occhi che indosso per uscire.
Falda sotterranea scorre quieto
sottopelle, non asseta.
Adesso sono io a chiedere
d’essere salvata.

 

 

 

 

Vedi com’è chiara questa luce di settembre,
limpida e tagliata senza tregua in trasversale
da lame d’aria così fredda che ti chiedi
come facciano a convivere col sole al suo placarsi.
Vedi com’è bella Bologna specie a piedi
nelle strade che improvvise rinascono nel centro
quando arrossa e commuove tutto nella sera.
Sembra quasi possibile ogni cosa al suo finire

 

 

 

 

Il tempo ha evacuato la terra dei fantasmi
snudato le lunghe lance della luce
che sfiora il tocco lieve dell’aria,
mentre si allungano a carezzare
insinuando la punta sul tavolino
per raddoppiarmi d’ombra le mani,
cammino dove più non potevo,
è solo chi il buio l’ha sceso
a vedere dove viene l’amore
come un fuoco dentro distante
in sentieri che non hanno riparo.

 

 

 

 

Adesso le cose non ti dicono più
si può anche tornare a sentire
il canto vorace del fiume
quando piega la schiena la sera.
A impazzire basta il dolore
e le foglie non hanno perdono,
solo sono grate alla mano
che decisa recise lo stelo
riaprendo l’ansia del volo.

 

 

 

 

Nel tempo s’impara a migrare internamente,
per cambiare casa non occorre traslocare:
sbiadiscono le voci come stanche foto
non danno nostalgia paesaggi già sommersi,
s’incartano i ricordi belli per riporli
in ciò che del vissuto è stato risparmiato.
È una musica l’assenza che sfuma intensamente,
siamo note nel vuoto a cercare uno spartito

 

 

 

 

Sulle strade si gonfiano le reti dell’aurora,
maglie bianche dilatate deviano la luce
guizzante contro i vetri del treno che si apre
sferragliando un tunnel nell’oceano del giorno
quando il buio lento è rifluito tra gli scogli
di nuovo sommersi dalle alghe della notte.
Sulle cime dei monti al cambio della guardia
con la bruma il vento a riprendere il tragitto
all’infinito. E alla vita àncora il respiro.

 

 

 

 

La notte è un cimitero di luci
hanno sensi le foglie sussurri
quando cadute segnano i muri
il respiro in canna dentro la gola
è lo sparo di un grido inesploso
lo stesso si attende lo schianto
di un rotto silenzio che d’ombre
restano solo nel vento le croci.

 

 

 

 

Come questo stralcio di strada che nessuno
ha sporcato eppure piano ti riapre nel mattino
un varco ampio tra i grani che hanno appreso
a mutarsi verso il sole senza essere parlati,
un anno ha fatto il buio da confine al buio
ha chiuso la sembianza di parole in ombre
occultato oscuri spigoli in vastità di attese
di una luce relegata nell’eterno suo a venire
la bellezza devastante che va oltre la miriade
di pupille iridescenti tra le onde spalancate
su quello che neppure abbiamo rinunciato
per avere chiuso gli occhi prima di guardare
rivenuto a piedi scalzi l’incubo peggiore
dissolverà o divorerà domani

 

 

 

 

Disegna una curva malinconica
il dorso della sera nel piegarsi
attenta a non lasciarmi tracce
alle spalle su spiagge di silenzi
scruto una promessa di orizzonte
un filo solo perduto dal tramonto
sdrucito tra le pieghe delle tegole
sul tetto che rilascia il suo respiro
caldo e trasparente contro il cielo
Non hanno fatto spazio le parole
resta stretto il tempo nelle ore
senza soluzione il mio svanire

 

 

 

 

Hanno occhi piccoli le foglie aperti
da insetti sulla carta straccia della pelle
a passi lievi e tesi danzano discoste
ognuna ha la sua musica nel giro
del turbinoso assenso alla caduta
quando il tempo a ossequio dell’inverno
si disfa del suo peso e scioglie invano
la benda che ha inchiodato gli occhi
al desiderio, al volo,
ciascuna per suo conto si dimentica
della furia estiva dell’incontro
a rami tesi, palmi al pane
bianco di cielo lievitato dal vento.

 

 

 

 

Adesso non so più se sono io
che vengo al mondo o il mondo
che traccia ritrovato il proprio nome
se a leggerlo vuol dire nominare
tra le labbra imito le forme
con gli occhi avvicino i confini dei colori
lo sguardo si spiana in un ventaglio di stagioni
se ci abbia infine perdonati il tempo
o soltanto graziati in assenza nel passare

A wounded field is everyone’s story
endless paths open at the borders
flints are milestones of questions
soft sand for gathering footprints,
in a senseless proliferation of seasons.
You can enter on your heels or lighter
leaving the grains to slip through your fingers,
trample the grass flat or give your consent
hanging on the cross to have your profile redrawn,
tear bitter fruits off fiercely or take care
of shrubs growing in trunks well worth climbing
She on her earth crowned an absolute
sovereign conferring on him power,
of life and death,
or of understanding.

 

 

 

 

We opened the hatchways of the dark
to make us hot but only in thought,
then cold enters words stripped of sense
till all that remains is silence.
With your hand you tear mine off
back me into a corner then return
to force the river into a glass.
I make pressure on the walls
of glass break up fragments:
water wriggles, and potsherds.

 

 

 

 

I rattle off
my knuckles like a rosary,
see them, the paths we have
left the gravel that crunches
under the skin that is once more
insensitive to the deep
cuts of day.
Sheaves of swollen reeds
seem to have dried up
the warlike bragging of the river.
We jam the slender hooves
like a bolt of lightning and two years
hard as steel spent in obstacles
have left us with broken knees.
Your name is an infinite prism
reverberating syllables I recombine
to call you, and everything.

 

 

 

 

Tonight I wish we were once more
animals before the flood
to leave us the courage of a landing place
in safety to set the vessel’s prow
in the unknown bay of experience.
Gather shipwreck in the wind my listing
toss at hands hanging from floating branches
pointing your eyes groping for a peak.
Because bare skin does not warm on its own
wrap in the generous blanket of childhood
crouching at the bottom of a condemned lair
where the slow game slipped during the slaughter,
let us reopen scars to lick in our flesh
animals before the flood.

 

 

 

 

It has stretches of sleep the advance of the day
kneading the wheat of surrender at night,
the body high up of a street light shatters
its luminous head a profile in nada,
steps are shots of silence in the come and go
of cars in swarms in the enclosure of the streets,
flights of guardrails finish in the stomach
of hills disadorned on the altar of surrender.
Wrapped in vibrant feral solitude
we have turned the eyes of misery to the past
pitted the sense to the pulp of the future,
have hardened our gaze against the wall,
fragmented stumps impeded our
contracted going to the fissure where
a flower presses, unable to climb.

 

 

 

 

I have watched the light come down
among the close-packed tiles to hide
its rose-pink shame, and it was light
that in the morning stripped eyes bare
I have seen it tottering lightly
along glass panes as if unwilling to
disguise itself by embracing shadows
and thus disappear. They say it is wrong
for sin even unwittingly to don
the innocent attire of love.

 

 

 

 

The grotto of dense air opens on
the tunnel of the silence of gardens,
carefully I align my steps on the path
centring on gaps between the stones.
Trees reveal themselves at wind’s first shawl
that lightly slips between half-open boughs
when unexpectedly they first shed leaves.
The children have left their inkling of joy
above the swings that still sway, empty, when
they pull the chains without letting them go.

 

 

 

 

Even opening my eyes has become natural,
getting dressed, prepared, also the pain:
it does not go wild in whirlpools at my temples
it does not push in my throat or under the veil
I wear over my eyes to go out.
Subterranean layer calmly slips
beneath my skin, does not arouse desire.
It’s my turn now to ask
to be saved.

 

 

 

 

See how clear it is, this my September light
limpid and mercilessly sliced on the bias
by blades of air so cold you cannot but wonder
how they manage to live with the abating sun.
See how lovely Bologna is, especially when you stand
on city centre streets that unexpectedly appear
when all grows red and moves you as the evening falls.
All seems almost possible as its end draws near.

 

 

 

 

Time has emptied the earth of ghosts
has bared the long spears of light
that air’s light touch brushes over
while hands reach out to caress
insinuating their point on my desk
to reduplicate with shadow my hands,
now I walk where once I could no more,
the one is now alone whom darkness has
lowered to see where love comes from
like a distant inner flame
on paths that have no shelter

 

 

 

 

Now things no longer tell you
you can also go back and hear
the voracious song of the river
when evening bends its back.
To go mad all you need is pain
and the leaves have no forgiveness
are grateful only to the hand
that decisively cut the stem
reopening your fear of flying.

 

 

 

 

In time you learn how to migrate within,
to change houses you don’t have to move:
voices fade away like tired photographs
landscapes already submerged inspire no nostalgia,
sweet memories wrap themselves to find a place
in what has been spared in that which has been lived.
Absence with its intense nuances is music,
we are notes in the void in search of a score

 

 

 

 

On the streets expand the nets of dawn
swollen white sweaters divert the light
darting against the windows of the train that opens
clattering a tunnel in the ocean of day
when slow dark flows back between the cliffs
drowned once more in the seaweed of the night.
On mountain peaks at the changing of the guard
with the mist the wind resumes its way
to infinity. And to life is anchored breath.

 

 

 

 

Night is a cemetery of lights
they have senses the leaves whispers
when they fall and mark out the walls
breath in a reed within the throat
is the burst of an unexploded scream
the same thing expects the snap
of a silence broken that of shadows
only crosses in the wind remain.

 

 

 

 

Like this chunk of road no one has sullied
yet slowly it reopens you in the morning
a wide gap between grains that have learned
to turn towards the sun without being spoken
a year has made of darkness the edge of dark
has closed the semblance of words in shadow
concealed dark corners in the vastness of waiting
for a light relegated to come in its own eternity
devastating beauty that goes beyond the myriad
iridescent pupils between waves parted
on what we have not renounced either
for having closed our eyes before watching
having returned barefoot the worst nightmare
will dissolve or will devour tomorrow

 

 

 

 

A melancholy curve it draws
the back of evening when it bends
careful not to leave me traces
on my shoulders on silent beaches
I scan the promise of horizon
a single line lost by the dusk
ripped between the folds of tiles
on the roof that leaves its breath
hot, transparent against the sun
They’ve left no room, the words
while time remains squeezed in the hours
and my disappearance solves nothing

 

 

 

 

They have small eyes, leaves that are opened
by insects on the waste paper of skin
with tight light steps far away they dance
each with its own music in the whirl
the wheeling spin assenting to the fall
when time in homage to winter
sheds its weight and chooses in vain
the band that once nailed eyes fast
to desire, to flight,
each on its own forgets
the summer rage of meetings
branches stretched out, palms to the white
bread of heaven leavened by the wind

 

 

 

 

I don’t know any longer now if it is me
who comes before the world or if the world
casting about has found its own name
if reading it means naming it between
my lips I imitate the forms with my eyes
draw near to colour’s edge my stare smoothes
into a fan of seasons if time finally
has forgiven us or in our absence
has merely granted us in passing a reprieve

Da Animali prima del diluvio/Animals Before the Flood (Bologna, 2010). Translated by Gray Sutherland.