La vibrazione dell’esistere

In tutta “La nudità della luce” che Chiara De Luca dispiega nel suo spartito colmo “di mondo e silenzio” risuona un continuo intreccio tra il corpo e gli elementi del reale, tra presenza e assenza, bellezza e spesamento, nell’inebriarsi, come scrive, “di sole di vento forte o d’opaco di luce / di canto d’inverno di pianto di freddo / d’eterno d’inferno di sogno e risveglio”.

Nelle immagini che i versi sfiorano a volte come un tocco di luce leggera, a volte con una dolorosa messa a nudo, pare di scorgere l’Ophelia shakespeariana dipinta da J. E. Millais, a partire dalla figura iniziale, che l’autrice presenta come il salice-donna “che piange / la fine delle storie” riflessa nell’acqua e i cui “capelli le si schiudono a raggiera, / sparsi vibrano del brivido dell’onda”.

La vibrazione caratterizza quest’immersione totale nella vita, dove gli elementi corporei e naturali si dissolvono gli uni negli altri, tra il buio della perdita e la luce della bellezza, come fa risuonare Chiara De Luca, da un lato “su spariti senza voce // leggendone le note per vibrarne”, dall’altro “nel canto che ha l’unisono del sangue”, tra il dolore causato dall’assenza e l’affermarsi forte della pienezza vitale, riuscendo, nel suo ampio respiro a tenere insieme gli opposti, a, come ci conferma l’autrice, dire “di quest’aspra fame di silenzio” e insieme dire “dell’esistere semplicemente”.

In “Carte nel Vento“.

 

 

***

Elegante si china come un giunco,
nebbia la sfiora di una veste da sposa,

i capelli le si schiudono a raggiera,
sparsi vibrano del brivido dell’onda

si giungono e ancora la corrente li separa:

si specchia capovolta finché non la spaventa
un colpo di vento che di colpo la disperde

sulla superficie come una malerba.

Ë una donna il salice che piange
la fine delle storie, stanca del giorno

implora la notte ebbra d’autunno
di baciarle via la luce dal volto.

 

 

Testamento

Mentre aprile nasce io vi lascio
le spoglie di quel che fu soltanto
frammento dei chi che avrei potuto

si deve qui colmare tutto il tempo
fino all’orlo più alto e traboccarlo;

perché non tornano gli anni rubati
da quella che per me li ha vissuti.

Vi lascio le sue mani di cartapesta
fruscianti a ogni stretta concessa

vi lascio la sua pelle di trine sottile
fremente al minimo tocco gentile

il suo silenzioso scusarsi per tutti
gli assolti delitti commessi da altri.

la stoffa dei suoi miti giorni perduti
da pagliaccio docilmente indossati

per stracciarli al circo delle stagioni

ma non prima di lasciarvi in rima

il mare di quei disossati perdoni
delle dolci e scarnite assoluzioni
degli arresi e atterriti abbandoni

il breve cenno nel voltarsi di una mano
riportando in poesia le ali di un gabbiano.