Emily Dickinson e le api


L’ape fa la corte al fiore, il fiore risponde al suo appello,
ed essi celebrano nozze gioiose, i cui invitati sono cento foglie;
il vento corteggia i rami, i rami si fanno conquistare,
e il padre affettuoso cerca la fanciulla per il figlio.

(Emily Dickinson, Poesie, 1850)

 

c’è un altro cielo,
sempre sereno e bello,
e c’è un’altra luce del sole,
sebbene sia buio là –
non badare alle foreste disseccate, Austin,
non badare ai campi silenziosi –
qui è la piccola foresta
la cui foglia è sempre verde –
qui è un giardino più luminoso –
dove il gelo non è mai stato,
tra i suoi fiori mai appassiti
odo la luminosa ape ronzare,
ti prego, Fratello mio,
vieni nel mio giardino

(1851)

 

Nessuno conosce questa piccola Rosa –
Potrebbe essere una pellegrina
Non l’avessi presa dalla strada
E colta per te.
Solo a un’Ape mancherà –
Solo a una Farfalla,
Che si affretta da un remoto tragitto –
Per giacere al suo seno –
Solo un Uccello si stupirà –
Solo una Brezza sospirerà –
Ah Piccola Rosa – com’è facile
Per chi è come te morire!

(1858)

 

È tutto ciò che ho da offrire oggi –
Questo, e il mio cuore accanto –
Questo, e il mio cuore, e tutti i campi –
E tutti gli ampi prati –
Accertati di contare – dovessi dimenticare –
Qualcuno la somma potrà dire –
Questo, e il mio cuore, e tutte le Api
Che nel Trifoglio dimorano.

(1858)

 


Nel nome dell’Ape –
E della Farfalla –
E della Brezza – Amen!

(1858)

 

Un sepalo – petalo – e una spina
In un comune mattino d’estate –
Una boccetta di Rugiada – Un’Ape o due –
Una Brezza – una capriola fra gli alberi –
Ed io sono una Rosa!

(1858)

 


Fugge così il prato fantasma
Davanti all’ansante Ape

(1858)

 

Non l’ho ancora detto al mio giardino –
Perché potrei esserne sopraffatta.
Non ho proprio la forza ora
Di svelarlo all’Ape –

(1858)

 

Quando conto i semi
Che sono sparsi là sotto –
Per sbocciare così, via via –
Quando rifletto sulle persone
Distese così in basso –
Per essere accolte tanto in alto –
Quando credo nel giardino
Che il mortale non vede –
Colgo con la fede il suo fiore
E sfuggo la sua Ape,
Posso rinunciare a questa estate – senza esitare.

(1858-1859)

 

Io mantengo la mia promessa.
Non fui chiamata –
La morte non si è accorta di me.
Porto la mia Rosa –
M’impegno di nuovo –
Per ogni Ape consacrata –
Per la Margherita chiamata dal pendio –
Per il Bobolink dal sentiero –
Il fiore ed io –
Il suo giuramento, e il mio –
Certamente ritorneremo –

(1858-1859)

 

Il mio amico dev’essere un Uccello –
Poiché vola!
Mortale, il mio amico dev’essere,
Poiché muore!
Ha pungiglioni, come un’Ape!
Ah, curioso amico!
Tu mi confondi!

(1859)

 

Non baderemmo a un così piccolo fiore –
Se discreto non portasse
Il piccolo giardino perduto
Di nuovo al nostro Prato.
Così fragranti i Garofani ciondolano –
Così ubriache, barcollano le Api –
Così argentei cento flauti furtivi
Spuntano da cento alberi –
Che a chiunque veda quel fiorellino
La fede renderà palesi
I Bobolink intorno al trono
E i dorati Dente di leone.

(1859)

 

Forse vorresti comprare un fiore,
Ma io non potrei mai venderlo –
Se tu lo volessi in prestito,
Finché la Giunchiglia
Scioglierà il suo Berretto giallo
Sotto la porta del villaggio,
Finché le Api, dalle file di Trifoglio
Vino, e Sherry, caveranno,
Be’, lo presterò giusto fino ad allora,
Ma non un’ora di più!

(1859)

 

L’Ape non è impaurita da me.
Conosco la Farfalla –
Il grazioso popolo dei Boschi
Mi riceve cordialmente –
I Ruscelli ridono più forte
Quando arrivo –
Più folli giocano le Brezze;
Perché il tuo argento mi appanna la vista,
Perché, Oh Giorno d’Estate?

(1859)

 

Se la Campanula si slacciasse il corsetto
Per l’ape innamorata
L’Ape la Campanula adorerebbe
Tanto quanto prima?
Se il “Paradiso” – persuaso –
Concedesse il suo fossato di perla –
L’Eden sarebbe un Eden,
O il Conte – un Conte?

(1860)

 


Le sognanti Farfalle si scuotono!
Stagni in letargo riprendono il fruscio
Dell’interrotta melodia dell’anno prima!
Da qualche vecchia Fortezza sul Sole
Blasonate Api – marciano – una ad una –
In mormorante plotone!

(1859-1860)

 

Eccetto per il Cielo, è nullità.
Eccetto per gli Angeli – sola.
Eccetto per qualche Ape vagabonda
Un fiore sbocciato inutilmente.
Eccetto per i venti – provinciale.
Eccetto per le Farfalle
Ignorata come una goccia di rugiada
Che giace sul Terreno.
Una minuscola Massaia in mezzo all’erba,
Eppure strappatela dal Prato
E qualcuno avrà perso il volto
Che rendeva l’Esistenza – Familiare!

Emily Dickinson, Poesie (1860)

 


Quando gli “Osti” getteranno l’Ape ubriaca
Fuori dalla porta della Digitale –
Quando le Farfalle – rinunceranno ai loro “sorsi” –
Non farò che bere di più!

(1860-1861)

 

Il mormorio di un’Ape
Una Magia – produce in me –
Se qualcuno mi chiede perché –
Sarebbe più facile morire –
Che dire –

(1860-1861)

 

Li rubai a un’Ape –
Per – Te –
Dolce pretesto –
Lei mi perdonò!

(1860-1861)

 

La Rosa non deve incolpare l’Ape –
Che cerca la felicità
Troppo spesso alla sua porta –
Ma istruire il Valletto di Vevey –
La signora “non è in casa” – a dire –
Alla gente – non di più!

(1860-1861)

 


Poi ho “interessi” in “Banchi” di Pratolina –
Giunchiglie in Dote – odorose “Azioni” –
Domini – estesi come la Rugiada –
Sacchi di Dobloni – che Api avventurose
Mi portarono – da mari celesti –
E Porpora – dal Perù –

(1861)

 

È come la Luce –
Una Delizia senza forma –
È come l’Ape –
Una Melodia – senza tempo –
È come i Boschi –
Privata – Come la Brezza –
Senza parole – eppure agita
Gli Alberi più superbi –
È come il Mattino –
Migliore – quando è finito –
E gli Orologi Eterni –
Battono – Mezzogiorno!

(1861-1862)

 

Il Sogno più vicino recede – irrealizzato –
Il Cielo che inseguiamo –
Come l’Ape di Giugno – davanti allo Scolaro –
Invita alla Gara –
Si china – a un facile Trifoglio –
Si tuffa – evade – infastidisce – dispiega –
Poi – alle Nuvole Regali
Innalza la sua Barca leggera –
Incurante del Ragazzo –
Che guarda – sconcertato – al cielo beffardo –
Nostalgico di Miele duraturo –
Ah – non vola l’Ape
Che produce quella rara varietà!

(1860-1861)

 

Temevo, tanto, quel primo Pettirosso,
Ma lo padroneggio, ora,
Mi sono quasi abituata al Suo ritorno,
Un poco ferisce, tuttavia –
Pensavo che se fossi riuscita a sopravvivere
Finché quel primo Grido fosse passato –
Tutti i Pianoforti nei Boschi
Non avrebbero potuto straziarmi –
Non osavo incontrare le Giunchiglie –
Per paura che la loro Veste Gialla
Mi trafiggesse con una foggia
Così estranea a quella mia –
Desideravo che l’Erba si sbrigasse –
Così quando fosse tempo di vedere –
Sarebbe stata troppo alta, perché il più alto
Potesse allungarsi per guardarmi –
Non riuscivo a sopportare l’arrivo delle Api,
Desideravo che se ne stessero lontane
In quelle incerte regioni dove vanno,
Quali parole avevano, per me?
Tuttavia, sono tutti qui; non manca nessuno –
Nessun Fiore è rimasto lontano
Per cortese deferenza verso me –
La Regina del Calvario –
Ciascuno mi saluta, appena arriva,
E io, le mie infantili Piume,
Sollevo, in luttuosa consapevolezza
Dei loro spensierati Rulli di Tamburo –

(1862)

 

…L’anima ha momenti di Fuga –
Quando sfonda ogni porta –
Danza come una Bomba, là fuori,
E oscilla sulle Ore,
Come fa l’Ape – spinta al delirio –
A lungo Separata dalla sua Rosa –
Che tocca la Libertà – poi non capisce più niente,
Tranne il Mezzogiorno, e il Paradiso –

(1862)

 

Come Fiori, che udirono notizia di Rugiada,
Ma non pensarono mai che il gocciolante premio
Spettasse ai loro – umili Cigli –
O Api – che credevano il nome dell’Estate
Una qualche chiacchiera Delirante,
Che nessuna Estate – poteva – per Loro –
O Artiche Creature, confusamente agitate –
Da Cenni di Tropico – qualche Uccello Viaggiatore
Introdotto nel Bosco –
O il nitido segnale del Vento all’Orecchio –
Che lo rende familiare, e severo,
Soddisfatto, noto, prima –
Il Cielo – arriva inaspettato,
Per i Vivi che credevano l’Adorazione
Un troppo presuntuoso Salmo –

(1862)

 

Bado ai miei fiori per te –
Fulgido Assente!
I Bordi color Corallo della mia Fucsia
Si aprono – mentre la Seminatrice – sogna –
I Gerani – si tingono – e si chiazzano –
Umili Margherite – si spargono –
Il Cactus – divide la sua Barba
Per mostrare la gola –
I Garofani – versano i loro aromi –
E le Api – li colgono –
Un Giacinto – che ho nascosto –
Sporge la Testa Arruffata –
E odori cadono
Da fiaschi – così piccoli –
Che ci si chiede come li contenessero –
Bocci di Rose – spezzano fiocchi di raso –
Sulla terra del Giardino –
Eppure – tu – non ci sei –
Tanto varrebbe che non nascesse
Più – il loro Carminio –
Il tuo fiore – allegro –
Il suo Signore – lontano!
Mi fa star male –
Abiterò in un Calice – Grigio –
Come umilmente – sempre –
La tua Margherita –
Si vestirà per te!

(1862)

 

Sarà Estate – finalmente.
Signore – con parasoli –
Signori a zonzo – con Bastoni da passeggio –
E Bambine – con Bambole –
Coloreranno il pallido paesaggio –
Come fossero un radioso Bouquet –
Sebbene sommerso, nel Pario –
Il Villaggio giaccia – oggi –
I Lillà – curvati dai molti anni –
Si piegheranno sotto il peso purpureo –
Le Api – non disdegneranno la melodia –
Che i loro Antenati – ronzarono –
La Rosa Selvatica – arrosserà nello Stagno –
L’Aster – sulla Collina
Sistemerà – il suo aspetto perenne –
E le Genziane del Patto – le frange –
Finché l’Estate ripiegherà il suo miracolo –
Come le Donne – ripiegano – le loro Gonne –
O i Preti – ripongono i Simboli –
Quando il Sacramento – è terminato –

(1862)

 

L’Erba ha così poco da fare –
Una Sfera di semplice Verde –
Con solo Farfalle da covare
E Api da intrattenere –
E agitarsi tutto il giorno alle amabili Melodie
Che le Brezze portano con sé –
E tenere la Luce del Sole in grembo
E inchinarsi ad ogni cosa –
E infilare Gocce di Rugiada, tutta le notte, come Perle –
E farsi così fine
Che una Duchessa sarebbe troppo comune
Per degnarla di uno sguardo –
E anche quando muore – trapassare
In Odori così divini –
Come Umili spezie, che giacciono nel sonno –
O Nardi indiani, morenti –
E poi, in Sovrani Fienili dimorare –
E sognare i Giorni lontani,
L’Erba ha così poco da fare
Che vorrei essere Fieno –

(1862)

 


E nonostante l’Ape – si industriasse –
E il Fiore – sbocciasse zelante –
Questo Pubblico di Oziosi
Non li degnava di uno sguardo, dal Cielo –
Finche non si insinuò il Tramonto – una Marea costante –
E gli Uomini che avevano sistemato il Fieno –
E il Pomeriggio – e la Farfalla –
Si estinsero – in quel Mare –

(1862-1863)

 

Di interrompere il Suo Giallo Programma
Il Sole non permette
Ai capricci dell’Atmosfera –
E anche quando la Neve
Lancia Palle di Pulviscolo, come un Ragazzaccio
Direttamente nei Suoi Occhi –
Non volta nemmeno la Testa –
Preso dalla sua Maestà –
È Lui che stimola la Terra –
E magnetizza il Mare –
E mantiene l’Astronomia, al suo posto,
Eppure un Qualsiasi passante
Riterrebbe Noi – i più occupati
Giacché l’Ape più minuscola
Che vola – emette un Tuono –
Degno – di una Bomba –

(1862-1863)

 


Le Api – diventavano come Farfalle –
Le Farfalle – come Cigni –
Si accostavano – e sdegnavano l’Erba sottile –
E persino i più insignificanti Motivi

(1862-1863)

 

C’è un fiore che le Api preferiscono –
E le Farfalle – desiderano –
A ottenere il Purpureo Democratico
Il Colibrì – aspira –
E Tutti gli Insetti che passano –
Del Miele portano via
Proporzionato ai loro diversi bisogni
E alla sua – capacità –
Il suo volto è più tondo della Luna
E più rosso della Veste
Che nei Pascoli le Orchidee –
O i Rododendri – indossano –
Non aspetta che sia Giugno –
Prima che il Mondo sia Verde –
La sua robusta piccola Figura
Contro il Vento – è visibile –
Mentre gareggia con l’Erba –
Sua parente stretta –
Per il Privilegio della Zolla e del Sole –
Dolci Litiganti per la Vita –
E quando le Colline sono colme –
E più fresche fogge sbocciano –
Non concede nemmeno un aroma
Per spasimo di gelosia –
Il suo Pubblico – è il Mezzogiorno –
La sua Provvidenza – Il Sole –
Il suo Successo – dall’Ape – proclamato –
In sovrana – Lineare Melodia –
Il più Valoroso – della Schiera –
Che capitola – per ultimo –
Né di Sconfitta – consapevole –
Quando il Gelo lo cancella –

(1862-1863)

 

Rispondi Luglio –
Dov’è l’Ape –
Dov’è il Rosseggiare –
Dov’è il Fieno?
Ah, disse Luglio –
Dov’è il Seme –
Dov’è il Germoglio –
Dov’è il Maggio –
Rispondi Tu – a Me –
No – disse il Maggio –
Mostrami la Neve –
Mostrami le Campanule –
Mostrami la Ghiandaia!
Cavillò la Ghiandaia –
Dove sarà il Mais –
Dove sarà la Foschia –
Dove sarà la Castagna?
Qui – disse l’Anno –

(1862-1863)

 

Gli Uccelli riportarono dal Sud –
Notizie espressamente per Me –
Un Carico fragrante, Miei piccoli Postini –
Ma io sono sorda – Oggi –
I Fiori – chiamavano – in timida Folla –
Io sprangai la Porta –
Sbocciate per le Api – dissi –
E non seccatemi – Più –
La Grazia dell’Estate, lottava per farsi notare –
Remoti – i Suoi migliori Ornamenti –
Il Cuore – di stimolare l’Occhio
Rifiutava totalmente –
Infine, in Lutto, come Me,
Si ritirò austera –
I Suoi geli a meditare – fu allora
Che mi ricordai di Lei –
Mi sopportò, perché ero in lutto –
Non le offrii parola –
Il Mio Testimone – era il Nastro che indossavo –
Il Suo – Testimone – erano i Suoi Morti –
Da allora in poi – Noi – abitammo insieme –
Lei – non interrogò mai Me –
Né Io – Lei –
Il nostro Contratto
Una silenziosa Simpatia

(1863)

 

Preziosa per Me – Lei sarà sempre –
Anche se ha dimenticato il nome che porto –
La foggia della veste che indosso –
Il giusto Colore dei Miei Capelli –
Così come i Prati – ora –
Osai mostrarne una Treccia –
Nel caso – Lei non disdegnasse
Un Aspetto di Ranuncolo –
So che l’Intero – oscura la Parte –
La frazione – che appagò il Cuore
Fino all’Imperio dei Numeri –
Ricordata – come il Fiore artificiale
Quando l’Eterno Dono dell’Estate –
Si dispiega all’abbagliata Ape –

(1863)

 

Questo Ninnolo fu preferito dalle Api –
Dalle Farfalle ammirato
A Celestiale – Disperata Distanza –
Fu legittimato dall’Uccello –
Il Mezzogiorno – decorò – di Sé
Fu Estate per una Compagine
Che dell’Universo sapeva soltanto
Che L’aveva creato –

(1863-1864)

 

La più piccola Ape che distilla –
Un Carico di Miele
Moltiplica l’Estate –
Paga che il Suo più esiguo frammento accresca
La Quantità d’Ambra –

(1863-1864)

 

C’è un arido Piacere –
Tanto diverso dalla Gioia –
Quanto il Gelo è diverso dalla Rugiada –
Elementi affini – sono –
Eppure l’uno – fa gioire i Fiori –
E l’altro – i Fiori aborrono –
Il Miele più fine – rappreso –
È senza valore – per l’Ape –

(1863-1864)

 

Esalterebbe – un’Ape –
Tu non sei nessuna delle due –
Nessuna delle due – ha la tua capacità –
Ma, Fiore, fossi io,
Sarei più volentieri
Il tuo istante
Che l’Eternità di un’Ape –
Contentarmi di svanire
È abbastanza per me –
Svanire nella Divinità –
E il Morire – una Vita –
Ampia come l’Occhio –
Che con noncuranza Lei alza su di me –

(1863-1864)

 

Come sembrerebbero Sonagli di Slitta in Estate
O Api, nel cerimoniale Natalizio –
Così fantastici – così fittizi –
Sembrano gli individui
Sottratti all’Osservazione –
Una Persona che conoscevamo –
Più distante in un istante
Dell’Alba a Timbuctù –

(1864)

 

Gli incantevoli fiori mi imbarazzano,
mi fanno rammaricare di non essere un’ape.

(1864)

 

…Che Mattini nel nostro Giardino – immaginati –
Che Api – per noi – a mormorare –
Con solo gli Uccelli a interrompere
L’Incresparsi del nostro Tema –

(1864)

 

È l’Alba – Piccola Fanciulla – Non Hai Tu
Un’Occupazione per la Giornata?
Non era tua abitudine, indugiare così –
Riprendi il tuo lavoro –
È Mezzogiorno – Mia piccola Fanciulla –
Ahimè – e stai ancora dormendo?
Il Giglio – è in attesa delle Nozze –
L’Ape – Hai dimenticato?
Mia piccola Fanciulla – È Notte – Ahimè
Quella Notte che sarà per te
In luogo di Mattino – Avessi tu annunciato
Il tuo piccolo Progetto di Morte –
Se a dissuaderti, non fossi riuscita, Cara,
Avrei potuto – sostenerti –

(1864)

 

Prendine come fa l’Ape –
Moderatamente.
Una Rosa è un Patrimonio –
In Sicilia –

(1864-1865)

 

Poiché l’Ape può ronzare impunemente
Per Te un’Ape divento
Ascolta allora Me –
Poiché i Fiori impavidi
Possono alzare lo sguardo su di te, una Fanciulla
Sempre un Fiore vorrebbe essere –
Né i Pettirossi, i Pettirossi non debbono celarsi
Quando Tu nelle loro Cripte t’introduci
Perciò Ali concedimi
O Petali, o il Dono d’un Ronzio
Quell’Ape cavalcare – o un Fiore di Ginestra

(1864-1865)

 

Qui dentro un Fiore giace –
Un Sepolcro, nel mezzo –
Attraversalo, e superi l’Ape –
Resta – è solo una Corteccia –

(1864-1865)

 

Di Serico Eloquio e Scarpa Vistosa
Una Traditrice è l’Ape
I suoi servigi al novello Sua Grazia
Offre continuamente
Il suo Corteggiamento è a caso
La sua Fedeltà a Termine
Durevole come la Brezza
Continui Bandi di Nozze propone
Continui Divorzi.

(1864-1865)

 

Questa Polvere quieta fu Signori e Dame
E Giovani e Fanciulle –
Fu riso e abilità e Sospiro
E Vesti e Riccioli.
Questo Luogo Passivo è la vivace magione Estiva
Dove Fiore e Api
Esistono in un Ciclo Orientale
Poi cessano, come quelli –

(1864-1865)

 

Si slanciava come Petali da una Rosa –
Violati dal Vento –
Una fragile Aristocratica della garanzia
Del Tempo alla scoperta –
Che lascia alla Natura una Mancanza
Come un Grillo, o come un’Ape,
Ma Ande – nei Petti dove
Aveva iniziato a posarsi.

(1865)

 

Ape! Ti sto aspettando!
Stavo dicendo Ieri
A Qualcuno che conosci
Che eri in arrivo –
Le Rane sono a Casa da una Settimana –
Sistemate, e al lavoro –
Gli Uccelli in gran parte tornati –
Il Trifoglio caldo e folto –
Riceverai questa mia entro
Il Diciassette; Rispondi
O meglio, sii da me –
Tua, Mosca.

(1865)

 

La Primavera arriva nel Mondo –
Avvisto gli Aprili –
Incolori per me, finché non arrivi tu
Come, fino all’Ape
I Fiori restano negativi,
Mossi a Qualità
Da un Ronzio -(1865)

 

Potessi cavalcare alla ventura
Come fa l’Ape sul Prato
E far visita solo dove mi piace
E Nessuno far visita a me
E civettare tutto il Giorno coi Ranuncoli
E sposarmi con chi voglio
E soffermarmi un poco qua e là
O meglio ancora, scappar via
Senza nessun Poliziotto che m’insegua
O corrergli dietro io se lo fa –
Fino a fargli scavalcare Penisole
Per fuggire via da me –
Ho detto “Non essere che un’Ape”
Su una Zattera d’Aria
E remare a Zonzo per tutto il Giorno
E ancorare “oltre la Sbarra”
Che Libertà! Cosi la immaginano i Prigionieri
Che stanno ben chiusi nelle Segrete.

(1862-1865)

 

I Grilli cantavano
E tramontava il Sole
E gli Operai concludevano uno ad uno
Il loro Contatto con il Giorno –
L’Ape era svanita dalla Scena
E distanti come un Ordine eseguito
E incerte come Cronache immediate
Le Moltitudini del Mezzogiorno –
L’Erba bassa si colmò di Rugiada
Il Crepuscolo s’inchinò come fanno gli Estranei
Col Cappello in mano, cortesi e spaesati
Sul restare, o andare –
Una Vastità, come un Vicino, venne –
Una Saggezza senza Volto o Nome –
Una Pace, come Emisferi in Casa
E così, la Notte prese forma –

(1865-1866)

 

Questi sono i Segnali per le Locande della Natura –
Il suo aperto invito
A Chiunque sia affamato
A gustare il suo mistico Pane –
Questi sono i riti della Casa della Natura –
L’Ospitalità
Che apre con uguale ampiezza
Al Mendicante e all’Ape
Come Garanti dei suoi solidi Beni
Delle sue immarcescibili Vivande
Il Porpora a Oriente è posto
E a Settentrione, la Stella –

(1865-1866)

 

Il mormorio delle Api, è cessato
Ma il mormorio di qualcuno
Posteriore, profetico,
È giunto simultaneo.
I più sommessi ritmi dell’Anno
Quando il riso della Natura è finito
L’Apocalisse del Libro
La cui Genesi fu Giugno.
Appropriate Creature al suo mutare
La Tipica Madre manda
Come l’Accento sbiadisce in intervallo
Tra Amici che si separano
Finché ciò che prevediamo, ha luogo
E pensieri che non esibiremo
Più intimi a noi diventano
Di Persone, che conosciamo.

(1867-1868)

 

Il Sole divorava le miglia
Così cieco di gioia da non saper scegliere
Fra le sue Vacanze –
Il mattino era su – i prati fuori
Gli Steccati quasi correvano –
Repubblica di Gioia, pensavo
Dove ognuno è Cittadino –
Da Lande gravate di Dolore a te
Ci fossero mari da attraversare
Un Caspio sarebbe affollato –
Troppo vicina sei per la Fama –

(1867-1868)

 

Una Rosa ben nutrita su granaglie di Colore
La Cena per un’Ape
Nel corso del Meriggio diventa –
Ogni radiosa mortalità
È il Pegno della Creatura bella
In sé, che adorata prima
Si rassegna per il nostro ignoto beneficio
A non essere più apprezzata

(1867-1870)

 

È vivo, stamane –
È vivo – e sveglio –
Gli uccelli ricominciano per Lui –
I fiori – si abbigliano per amor Suo –
Le api – alle loro Pagnotte di Miele

Aggiungono una Briciola d’Ambra
Per deliziare – Lui – a Me – Soltanto –
Un cenno, e resto muta

(1870)

 

Dove ogni Uccello è libero di andare
E le Api giocano sfrontate
Lo Straniero prima di bussare
Deve le Lacrime allontanare –

(1870)

 

Un soffice Mare bagnava tutt’intorno la Casa
Un Mare d’Aria Estiva
E salivano e scendevano le magiche Assi
Che navigavano senza affanni –
Il Capitano era la Farfalla
Il Timoniere era l’Ape
E un intero universo
Il felice Equipaggio –

(1871)

 

Come Carovane di Carri su Piste di Felpa
Odo l’Ape uniforme –
Scorre un fremito tra i Fiori
Le loro Mura Vellutate
Resistono finché il dolce Assalto
Non consuma la loro Cavalleria –
Mentre Lei, vittoriosa si slancia
Alla conquista di altri Fiori.

(1871-1872)

 

Un unico Asse di Trifoglio
Fu tutto ciò che salvò un’Ape
Un’Ape che conoscevo di persona
Dall’affondare in cielo –
Tra il Firmamento sopra
E il Firmamento sotto
Le Ondate della Circonferenza
La stavano spazzando via –
L’Asse oscillava pigramente
Di nulla consapevole
Un improvviso Carico di Vento si accollò
E il Ronzio dell’Ape cessò –
Questo straziante evento
Capitato nell’Erba
Non fece nemmeno in tempo a strapparle
Un vagabondo “Ahimè” –

(1873-1875)

 

Che appartamenti di Trifoglio
Si preparano per l’Ape
Che edifici d’azzurro
Per le Farfalle e me
Che residenze leste
Sorgono e svaniscono
Senza un ritmico preannuncio
O un’ipotesi che assale.

(1875)

 

Le Api sono Nere – con Bordature Dorate –
Bucanieri del Ronzio –
Vanno in giro con ostentazione
E vivono di Polline –
Polline predestinato – non Polline contingente –
Midollo delle Colline.
Boccali – che la frattura di un Universo
Non può scuotere o versare.

(1877)

 

Feroce come un’Ape senza un’ala
Il Principe del Miele e il Principe del Pungiglione
Così semplicemente un fiore offre il suo Disco a te

(1879)

 

Le sue eresie orientali
Rallegrano l’Ape,
E riempiono la Terra e l’Aria
Di gaia apostasia
Affaticata infine, un semplice Trifoglio
Alletta il suo Occhio esausto
Quell’umile Seno dove le Farfalle
Hanno sentito appropriato morire –

(1881)

 

Il pedigree del Miele
Non interesse l’Ape,
Né lignaggio d’Estasi
Ritarda la Farfalla
Nei lucenti viaggi sul picco
Di qualche Cosa d’impercettibile –
Il diritto di passaggio per Tripoli
La cosa più essenziale –

(1884)

 

Dentro quel piccolo Alveare
Tali Indizi di Miele vi sono
Da rendere la Realtà un Sogno
E i Sogni, Realtà –

(1884)

 

Il Sole si appartò in una nuvola
Vasta come uno scialle Femminile
E poi s’imbronciò ardente
Su un ceppo scarlatto –
Le gocce sostavano sulla fronte della Natura
A casa volavano le api appesantite
Il Sud srotolò un ventaglio purpureo
E lo porse agli alberi

 

 

Per fare un prato va benone un trifoglio e un’ape,
Un trifoglio, e un’ape,
E immaginazione.
L’immaginazione da sola basterà,
Se di api penuria ci sarà.

 

 

La fama è un’ape.
Ha un canto –
Ha un pungiglione –
Ah, e poi, ha un’ala.