Bisogna entrarci da soli nella notte

Bisogna entrarci da soli nella notte e andare a testa alta nel buio, sbattere contro tutto e andare, inciampare, cadere, aggrapparsi agli spigoli di cosa… Bisogna camminare da soli fino a spezzarsi e spogliarsi nel freddo e gelare dell’assenza di tutte le cose, del buio degli sguardi, del tramonto dell’incontro nell’inconsistente presenza che non saprà inutilmente. E salutare un passante che ha visto scivolare lungo i muri il suo stesso dolore e nel cielo spento lo stesso strazio del non capire. È ciò che spaventa a valere, ciò che sdegna e allontana, che strappa e che scuote e che ci fa soli, perfettamente. È il segreto di te stretto contro il cuore come un bene celato ai predoni delle strade. Fino alla fiamma di una candela nel vano della chiesa deserta, fino alla traccia di un cane impressa nella melma, fino al cuore di sperato da quel che non si vede, fino al silenzio dell’anima derelitta, l’odioso silenzio contro cui disertati dal sangue anche oggi scagliano le loro grida senza mistero, l’eco delle loro risate idiote, e calcano i loro passi spenti dal non aver mai intersecato il confine tra l’ora e l’altrove, tra la vita e il possibile. Abbandonata a se stessa la bambina in alto nella testa corre, costantemente corre, ossessivamente corre, senza tregua corre e cade e sbatte e strilla e corre via fin dall’infanzia, dal non essere attesa né capita. È una maschera contorta pittata di compianta e ignota gioventù la Signora dei piani alti, col passo greve che pensa nobile ed è sgraziato, stonato, scomposto come la verità per cui non sa parole, come la disperante sventura della sua impeccabile medietà, come il fremere dei suoi nervi scossi dal non avere un senso per scattare. Si fa grossa la sua voce e insopportabilmente volgare, si dilata il suo volto nella notte come il gigante di tutti i volti senza contorni, come l’occhio enorme della testa tagliata del mondo.

Ferrara, dicembre 2015

 

da La nudità della luce