Il non capire non è prerogativa degli scemi, non è il privilegio dell’idiota, è l’abbandono. Essere nell’abbandono non significa essere deficienti, significa non esserci, smarrire, non essere più in casa.

Carmelo Bene

Ieri un’amica mi ha chiesto in base a cosa io scelga i libri da pubblicare con Kolibris. Ci ho pensato un po’ e ho concluso che le cose sono tante, ma stanno alla fine tutte dentro una parola sola: gioia. Quella che provi quando tra tanti manoscritti t’imbatti in quello che (ri)suona, che riposa su una partitura, dove fin dai primi versi si dipana un ritmo che fa da ossatura al corpo del libro, talvolta da leit motiv, comunque segnando il passo del respiro.
La poesia è essenzialmente melodia, il verso è la direzione più musicale che ci è data per veicolare il senso. E non c’è linguaggio più astratto, più universale e universalmente comprensibile della musica.
Per questo motivo, quando facevo più letture pubbliche, amavo leggere gli autori anche in lingua originale, sebbene non tutti gli astanti potessero riconoscere le parole. Mi piaceva chiamare il pubblico alla comprensione, vederlo abdicare al capire in virtù del sentire, che è la più profonda e vera forma di ascolto. Amavo avvertire la silenziosa energia che in tal modo si sprigionava in sala, come non avviene in nessun’altra occasione. Mi piaceva osservare i segni d’attenzione: gli occhi stretti sugli sguardi concentrati, le fronti corrugate, e soprattutto lo stupore, lo stesso che mentre impariamo una lingua straniera ci rende simili a bambini che non sanno ancora parlare, e gattonano felici, in mezzo alle loro prime parole. La stessa cosa avviene quando si legge generosamente, aperti a ricevere l’altro, nella predisposizione all’ascolto.

La poesia è fatta di armonie e rotture, assonanze, e dissonanze, rime e consonanze. Quando mi trovo a leggere un autore che scrive seguendo un suo spartito interiore, provo gioia, e avverto la necessità di condividerla, pubblicandolo. Quando invece leggo un autore che dice tutto e spiega troppo e non ha ritmo, mi trovo spiazzata, come esposta a una sfiducia. L’ascolto della poesia non poggia sul capire (ogni immagine, ogni singola parola), ma sulla comprensione, che presuppone un completamento e una immedesimazione, un’empatia e un sentire, opposto o affine, da parte del lettore. E non voglio pensare che il lettore sia un imbecille, aggrappato al bisogno che tutto sia dato, tutto spianato e spiegato. Non voglio rassegnarmi a piegare la poesia ai limiti degli ignoranti. E con ignoranti non intendo le persone incolte, tutt’altro. Intendo persone limitate da una deficienza della facoltà di comprensione, frutto di una ingenerosità che rende incapaci di abbracciare l’alterità e il suo segreto, da una ottusa ostinazione al capire (e non comprendere), che la poesia di fatto non chiede, la cui pretesa anzi la uccide. La poesia che si capisce tutta deraglia dal pentagramma, come le note di una musica stonata, come uno scatto col flash, o alla luce artificiale di uno studio fotografico deraglia dalla figura, che non è mai chiusa dentro i suoi confini, non è nacked ma nude.

 

da La nudità della luce