Soglia. Alla vigilia del risveglio. C’è un cielo socchiuso sulla sommità dell’alba, con la veste degli angeli di schiena che depongono le armi, a mani nude sul cimitero dei nomi. Le forme filtrano dallo sfregio delle ciglia, mentre guado la penombra cercando a tentoni l’altra stanza. L’acqua ha sul viso la fredda meraviglia della nascita abdicata dall’ombra. Nel bianco giace tutto il rinunciato e i sogni scordati hanno riscritto le chiuse spogliate di ragioni. Il possibile è nei passi della prima luce, il gesto iniziale nel cessare, l’ultimo esercita il vedere: fendersi dagli occhi e far entrare.

Apro l’oblò della nave e il cielo irrompe in onde sferzanti. La fortezza riaffiora dalla foschia mentre sfioro le tegole ancora gelide di buio. Il traffico è appena un soffio distante dall’atlantide d’asfalto, la terraferma chiude nel fazzoletto il vento sul saluto. Il mattino è faro che riaccende in distanza la puttana speranza. Tieni a bada nella mente l’avversario di buio, impara ad attendere il tempo passare a non dare, ma eleggere luogo per sorgere al primo giorno del mondo, nel punto in cui schiude primordiale lo sguardo. Prepara una sedia confortevole all’assenza, nella stanza inarredata, accanto alla finestra. “In fondo vivere è camminare sulle braccia degli amici, sospesi sull’abisso”, dici al tavolino di un caffè del centro, mentre tutto l’attorno riprende la sua corsa. “Fanne un verso”.