Alla fin fine, quando sei tornato al sicuro, ti rendi conto che in fondo anche scendere tra i branchi umani ammassati nel virtuale ha un suo perché. Vedere le loro strambe modalità di non-rapporto e mancata interazione in un mondo di pixel, like e cuoricini, che spegni quando vuoi e con un click si dissolve; osservarli mentre si aggirano ovunque con quei grandi telefoni sempre connessi, a filmare e fotografare tutto, anche la gente che muore, o che scopa per le strade (vizio diffuso ultimamente) anche il simulacro di se stessi, racchiudendosi in fumetti di selfie tutti lisci, tutti senza rughe, tutti senza tempo sul viso, né vita sulle spalle (molto meglio la reflex, che ti fa vedere anche le rughe che avrai tra dieci anni); osservarli mentre si portano quei grandi telefoni connessi e le cuffiette perfino a correre (!), parlando ad alta voce al vento, in bicicletta, al mare, al cesso; vederli ridere da soli e spippolare instancabili perfino quando sono a tavola con persone in carne ed ossa, come se la vita non bastasse mai, a meno di poter essere documentata, riferita, “condivisa” all’istante, altrimenti niente esiste, nemmeno la bistecca che stanno mangiando, o la brioche del mattino; vedere l'”amore” ridotto a una farsa penosa, grottesca e carnevalesca, a un gioco idiota di parole al vento, così come l'”amicizia” – meglio se illustre – esposta, ostentata, strillata, ridicolizzata.

Quando smetti facebook in molti “amici”, pur avendo ogni genere di recapiti tuoi, ti danno per morto, e ti fanno il funerale (che se la bara è vuota porta un gran bene!), perché ormai loro vivono là dentro, nella surrealtà, tanto che se le conversazioni non possono essere condivise, falsate, composte come cadaveri di parole mummificate, se non si ha un pubblico in ascolto pronto ad approvare ogni superflua sillaba, per i bipedi 2.0. diventa inutile interagire. Del resto che parli a fare con la gente se non becchi manco uno straccio di like?

Così te ne torni nell’armonia del tuo paradiso, consapevole, una volta di più, di non esserti mai perso niente a evitare il grande show.

Quando rinunci ai numeri, alla falsa illusione (o condanna) di non essere mai soli, che ci vogliono imporre per meglio sciacquarci il cervello, capisci quanto sia meglio avere cinque persone che si ricordano del tuo compleanno, che cinquemila cui lo ricorda facebook, e che fanno gli auguri a te, come a mille altri, che come te esclameranno: Uh, ma quanti siete!! Anche in pvt, eh! Peccato che in pvt non si veda, che non si sappia fino in fondo quanto immensamente io sia amato! Dio che persona meravigliosa che sono!! Come sono buono. Che animabella che sono! Ho preso 77 auguri in più di quel grandissimo pezzo di merda del mio collega l’anno scorso, questa è la volta che quello stronzo schiatta davvero tra i peggio tormenti. Ma graziegrazie a tutti & tutte!! Ma quanto immeritato ammore, quanto incomparabilmente, quanto incommensurabilmente tutto ciò mi muove, sommuove & commuove! ♡♡♡♡♡♡ In attesa di precipitarsi a fare le condoglianze e a mettere i like sotto il video del funerale di qualcuno che ha avuto la brillante idea di morire proprio nel momento in cui ci si annoiava a morte, ma non c’era nulla di cui (virtualmente) indignarsi… video postato da un “amico” di fb che era in chiesa prima di tutti gli altri, pregustando l’inedita occasione di condivisione (cazzo, corri, la morte è uno spettacolo che tira quasi più dell’ammore, e per di più si condivide una volta sola!).


Meglio imparare a contare fino a dieci (ma anche a cento, a mille), per poi condividere la gioia e i progetti con due o tre persone che ti vogliono bene, piuttosto che con due- o tremila persone capaci soltanto di maledire e rosicare, di sparlare e calunniare, e che quella gioia e quell’entusiasmo te li faranno andare per traverso. Meglio fare a meno dell’approvazione per ogni starnuto, o scorreggia emessi (e dell’indifferenza per ogni cosa importante). Meglio avere cinque amici che vengono a trovarti in paradiso e se ne vanno carichi di libri, mentre tu ti ricordi che non gli hai offerto neppure un caffè, piuttosto che cinquemila persone in attesa soltanto che le cose ti vadano male. Meglio gli sguardi, meglio le parole senza like, quelle che non devono per forza piacere, né chiamare qualcuno a testimone. Meglio gli incontri da ricordare, e nemmeno il fumetto di un selfie col filtro a testimoniare di quanto si sia stati bene insieme.