Non essere amati non è uno squalo, è una medusa morbida che non si muove, ma se ci appoggi il piede sopra ti fa scivolare, e se scivoli di schiena con la rincorsa fa male. Il bene è solo vaga speranza futura per chi fin da bambino si è bruciato tanto da non sopportare il tepore, e sa solo appiccare un fuoco altissimo a tutte le cose. Per questo negli amici mi sfiancano la menzogna e la disattenzione, la mancata risposta e la noncuranza, la levità dell’impegno e la presenza solo opportuna. Mi stremano fino a cadere. Preferisco uno sputo alla mezza misura, un calcio all’esserci con moderazione. Non ho bisogno di tanti amici, ma solo di quelli veri. Non è per orgoglio che me ne vado senza mai più voltarmi, ma perché riconosco l’antico dolore, che sbrana di segni, messaggi, minuscole premonizioni, a nutrire mostri mai sazi che ingrassano d’incuria, e ogni volta ghignano ancora. Non si è mai immuni dal disamore, né mai lo sfregio si chiude, s’impara soltanto a prevenire: fuggire da quel suo sentore senza nome, a metà tra la voglia di urlare e battere i piedi contro la porta, e quella di sparire sotto il letto senza parole. Eppure passano mesi prima che gli altri se ne accorgano, prima che abbiano di nuovo bisogno di qualcosa, fosse pure di attaccarsi a te come cozze allo scoglio in mancanza di meglio da fare. Non so come e in che misura ci amino i cani, ma mi calma il loro esserci sempre, il loro bisogno mai negato di starti vicino, il fatto che se morissi continuerebbero tranquillamente la propria vita senza cagare coccodrillate, né lacrimare belle parole, ma finché ci sei nel presente lo sei e sei tu. Mi piace che non ci siano sempre prima i soldi, il successo, le conferme da parte del mondo. Mi piace che mi lascino libera di amarli furiosamente a ogni istante con quella dolorosa gioia che provi per l’esistenza dell’altro, per la costante sorpresa della presenza. Per questo amo lasciarli liberi anch’io, seppur relativamente, come sempre lo si è se non si esiste inutilmente solo per se stessi.