Quello in foto è Pepito, personaggio mitologico della mia giovinezza. Pepito, il piccolo demonio, che i proprietari avevano confinato in un garage perché aveva disfatto loro la casa. I miei non volevano che tenessi un gatto in casa, così, con la complicità di un’amica, li misi davanti al fatto compiuto. Pepito rimase con me qualche mese, e me ne innamorai perdutamente. Poi un bel giorno, mentre ero a un raduno di atletica, prese la finestra dal secondo piano e sparì. Al ritorno la tragedia. Mia madre e mio fratello mi dissero di averlo cercato ovunque, ma di non averne trovato traccia da nessuna parte. Io lo cercai disperatamente per giorni e giorni, ma non lo avrei ritrovato mai più. Era il modo peggiore di perdere un animale. Fu un grande lutto devastante per me, che avevo visto dissolversi un grande sogno all’improvviso.

Per vent’anni non avrei più avuto un micio, finché sei anni fa non decisi di ritentare. Però volevo un altro Pepito. Cerca cerca trovai Sunny, ma non tardai ad accorgermi che, anche se era rosso, non era per niente Pepito, ma l’opposto. Non mi martoriava i piedi al mattino per svegliarmi, non si appostava sul frigo per saltarmi in testa e penzolare dai miei capelli, non correva in cerchio lungo la cornice della finestra, non faceva a brandelli le tende, non mi ricamava le braccia di graffi… Sunny è un micio zen, tutto fusa, che non mi ha mai graffiata, né morsa, che passa le ore a farmi il pane sulla pancia, ronzando come un alveare. È un cangatto, che ti accompagna alla porta quando esci, e ti viene a prendere al ritorno, rispondendo a tutto quel che dici, e modulando il miagolio sul tono della tua voce. Ha imparato a giocare e comunicare con i cani, e a capirli meglio di quanto a volte non riescano a fare loro. Così Pepito resterà sempre un mito, come tutte le cose che hai perduto, o mai avuto. Ma Sunny è Sunny, e c’è.