Il lunedì ha sempre un odore un po’ triste… più che un odore un sentore, che ammala un poco anche la luce. È strano, perché qui i giorni sono un unico giorno che ricomincia sempre come il primo e tutti hanno dentro luce e nero, perché è così da quando Dio separò, ma non divise, la luce dalla tenebra che ha dentro. Per questo io spesso perdo il conto, come la settimana scorsa, che mi sono trovata al venerdì pensando fosse ancora giovedì, e quindi con un giorno in meno per finire il lavoro che dovevo consegnare domenica. Però il computo del lunedì non lo smarrisco mai. Forse perché lo leggi sul volto della gente, vedi scritto lunedì già negli occhi dei primi avventori dell’alba, anche se sono gli stessi di ieri. Il lunedì scrive l’inventario di tutti i loro giorni, e gli inventari sono sempre inutili e falsi.

A volte mi piacerebbe tornare indietro ai tempi dell’università, indietro, indietro fino alla casa di Cisanello, fuori Pisa, quando ero appena arrivata e non conoscevo nessuno. Non avevo la tv, né alcun tipo di telefono, né tantomeno un computer. Non c’era alcuna connessione con il mondo, a parte una vecchia bici, e quella lunghissima strada da fare sul ciglio, con le auto che sfrecciavano a tutte le ore, tanto che alla fine ti passava anche la voglia d’imboccarla. Il mondo laggiù non ti raggiungeva in alcun modo. Così dovevi calarti nel nucleo di quel che ti restava, te stesso, e trovarvi il ricordo di te, e quindi quello degli altri, mentre uno specchietto sulla scrivania, accanto al foglio, t’impediva di sprofondarvi del tutto senza appiglio. Non avevi altra scelta che aggrapparti a te stesso, scoprendoti dentro una forza disumana. C’era un enorme silenzio, diari e pensieri che a rileggerli ti tolgono tutte le parole. La gatta nera che mi veniva a trovare senza motivo, senza miagolare, né chiedere da mangiare, circondandomi da lontano con i suoi occhi gialli, da cui non capivi mai cosa vedesse.

Laggiù l’isolamento era perfetto: giorni e giorni senza dire una sola parola. Allora potevi davvero separare in te la luce dal buio e non potevi far altro che andare a tentoni e riavere davvero occhi per vedere. Solo chi è nel buio vede davvero, solo i ciechi arrivano a leggere con le mani avide il volto degli assenti.

Era bello essere uno studente, essere meno di niente. Nessuno aveva motivo di ricordarsi della tua esistenza, né di cercarti. Per non perdere il lume della ragione e ricordare che sapevi parlare, non potevi far altro che cantare e scrivere fino a schiantarti sul foglio, parlare in silenzio con lo specchio dandogli del tu, e poi correre e correre fino a spezzarti le gambe per sapere che ancora le avevi, e che erano forti. Allora non c’erano i negozi dei pachi aperti a tutte le ore e la domenica era davvero domenica: circolare silenzio di un deserto abbandono. Non potevi scordarti che il giorno dopo sarebbe stato lunedì, quando forse avresti incontrato qualcuno alla fermata dell’autobus e un sorriso ti avrebbe materializzata dall’abisso dell’invisibile. Allora il lunedì lo era davvero: un ritorno al mondo, alla gratitudine di uno sguardo. Perché l’altro non lo saprai mai se non ne hai bevuto la nostalgia fino a soffocarne, come di un vento che pronunci il tuo nome e lo separi dal buio, come di un sorriso.