Marzo è il momento più bello per correre, forse è per questo che sono nata il primo marzo: quando si esce dall’inverno, quando all’alba la brina ti gela sulle ciglia e le gambe all’inizio sono rigide come bastoni, mentre il vento ti sferza impietoso; ma non si è ancora nell’estate, quando in certi momenti nulla può difenderti dal caldo (mentre il freddo, se parti a scheggia e corri come un folle, riesci ben presto a seminarlo).

Oggi, al decimo km della mia corsa dell’alba con Eva, mi si è affiancato un tipo molto high-tech (come tutti i corridori del sabato e della domenica), in divisa da Runner super professional e scarpa ultimo modello, in tinta col portaoggetti ultraslim fissato sul braccio e l’immancabile smart phone nel taschino strategico del completino. Io, così prosaicamente senza telefono, né auricolari, con indosso i miei calzoncini e canottiera volutamente spaiati e sfacciatamente amatoriali, da volgare jogger non competitivo, le scarpe sfondate dall’alluce valgo, il fischietto a ultrasuoni, i sacchetti per la cacca del cane, e la fascia di tutt’altro colore, devo essergli parsa la pivella giusta e sprovveduta cui infliggere le sue fluviali lezioni magistrali sugli innegabili benefici dell’attività agonistica, sull’indubbia necessità del coraggio e sull’ineluttabilità del rischio, in un monologo vertente sulla ineludibile urgenza di cimentarsi nelle Gare & Competizioni ad Alto Livello, quale banco di prova ottimale per misurarsi con se stessi e con gli altri, testare l’efficacia del lavoro effettuato in allenamento, e soprattutto: portarsi a casa la coppetta, o il prosciutto, o il cotechino, o la boccia di vino, e, mentre ancora ti trascini verso casa, schiaffare la foto della performance su facebook, per far rosicare amici & nemici. Ne conseguiva tutto un pistolotto su quanto sia proficuo correre in funzione di una gara. Piuttosto che correre prosaicamente, soltanto perché ami farlo, e perché la libertà che respiri correndo è l’unico vizio cui non sei mai riuscito a rinunciare.

Mentre il Runner, inebriato dalla propria stessa verbosità, continuava a pontificare, Eva, con pronto paraculismo tipicamente setterastro, mi ha lasciata in balia del fiume in piena, per tuffarsi con ostentato entusiasmo nel prato (per fortuna, il setter irlandese non è il classico cane che ti segue scodinzolando anche nel fuoco). Continuava a correre in linea d’aria con noi, ma a distanza di sicurezza (dicesi corsa diversamente al piede), surfando nell’erba alta, mentre noi proseguivamo sul vialetto. Ogni tanto le buttavo un occhio, ma intravedevo solo due orecchie visibilmente soddisfatte, che emergevano a intermittenza dalla giungla. Mi consolava che almeno lei potesse continuare a correre, relativamente libera, e smaccatamente felice.

A un certo punto, mentre il Runner sdottoreggiava di come un jogger non possa neppure lontanamente immaginare la sostanziale differenza che intercorre tra lo sport praticato a livello amatoriale e quello praticato a livello agonistico, il pensiero mi è corso scalzo alle 150 coppe e alla cesta di medaglie confinati da anni nella cantina di mia madre, e mi è balenata l’idea che quel montato sarebbe stato la persona giusta cui rifilarle, perché potesse esporle in salotto, e io avessi finalmente più posto per i brutti libri e le lettere di profonda stima & ardente amore & fervente ammirazione collezionate nei miei anni letterari, anch’essi purtroppo affrontati senza la consona scorta di gameness atta a sopravvivere nell’ambiente. Poi però, di fronte alla prospettiva di doverlo rivedere per la consegna delle coppette, ho desistito, aumentando in rapida progressione il ritmo, con grande soddisfazione di Eva, nella speranza di sfiancarlo. Il Runner, però, pur appeso all’ultimo brandello di fiato residuo, continuava a cianciare, magnificando l’attività agonistica, l’ebbrezza della competizione, la serietà della preparazione atletica in vista della sublime gratificazione e dell’incommensurabile soddisfazione personale del dopogara, mettendomi di fronte a tutta la mia deprecabile vigliaccheria & superficialità, a tutta la mia imperdonabile mancanza di professionalità e impegno. E io stavo in silenzio, perché è così che si deve correre. Però pensavo molto, perché è questo che si fa quando si corre fuori dal gioco. E pensavo anche al dolore lancinante ai piedi con cui convivo, ignorandolo, se nessuno mi rompe i coglioni.

Nel mentre, il Runner aveva iniziato a parlarmi dei suoi recenti infortuni, magnificando le proprie capacità di ripresa da una infida storta alla caviglia, la sua incrollabile forza di volontà, il suo encomiabile impegno. Allora hanno iniziato a urlarmi anche le ginocchia, entrambe sfasciate da due successivi incidenti d’auto (che m’ha falciato), quando esimi ortopedici mi pronosticarono che avrei smesso di correre per sempre. Ma io sapevo che il corpo umano trova sempre un suo adattamento, che nel ginocchio ci sono una marea di muscoli e muscoletti, che se riesci a rinforzarli per bene, torni pian piano a stare sulle gambe, a dispetto delle cose rotte che ti porti dentro, e alla faccia dei peggio menagrami. Il problema è nel mentre, quando ancora non c’è nulla a sostenere quel che è rotto. Ed è allora che devi stringere i denti, e tacere. “Eh, tu non puoi sapere la fatica di ricominciare”, pontificava il Runner, “il dolore lancinante alla caviglia, la debolezza muscolare, l’acido lattico che risale…” “Fino al cervello mi pare”, ho pensato.

Ma pensavo soprattutto: che ne sai tu del bi-giornaliero, che ne sai di migliaia di salite e ripetute, che ne sai dei pesi alle gambe, dei carichi sui fianchi che ne sai; che ne sai di ore e ore di potenziamento muscolare, che ne sai di pesi e bilancieri, che ne sai; che ne sai di chilometri in solitaria nel vento e chilometri nel sole e nella neve; che ne sai del fiato sul collo, del nemico alle calcagna, dei denti stretti all’ultima curva, di spint alla morte sul rettilineo finale, di toccare il traguardo e cadere; che ne sai del venir meno e della consunzione, degli aghi nella schiena di dolore; che ne sai delle unghie sbriciolate, delle ossa dei piedi deformate, di rotule sfasciate, che ne sai; che ne sai di test anaerobici e cronometri, che ne sai di notti d’ospedale; che ne sai del freddo disumano, che ne sai dell’abbandono, che ne sai.

Che ne sai della rinuncia all’ambizione, della scelta di fare soltanto per amore, dell’ostinata gratuità della passione, che ne sai. Che ne sai dei miei primi cento anni, che ne sai della mia vita. Che cazzo ne sai per continuare a sbrodolarti addosso come fai?

Ma subire la saccenteria e la presunzione dell’altro senza interferire è l’unico modo per far tornare in fretta il silenzio e sopportare gli sbalzi d’aria prodotti dal rinculo degli eghi ipertrofici che ovunque ci assediano, liberando fiumi d’inutili parole, assemblate in modo del tutto casuale. Così mi sono limitata a osservare in silenzio la gioia del mio cane, che, per fortuna, di medaglie e coppette se ne stracafotte. Sebbene quando è in ferma su qualcosa che conta sia tesa e fremente come una freccia sull’arco, e quando incontra una avversario degno almeno quanto una lepre, non si sottragga affatto all’attività anaerobica. Come ben sanno quelli che sfruttano l’incoscienza, l’entusiasmo, il desiderio di compiacere, e l’ignoranza dei limiti che hanno cani e bambini: per farne delle perfette e inconsapevoli macchine da gara, vivere così la loro gloriola di riflesso, e portarsi a casa le loro coppette di merda, riuscendo perfino a darsi a bere di agire per il bene delle creature che stanno annullando in funzione della propria personalissima ambizione.