In pieno centro ma fuori da ogni centro, in una sospensione tipica di certi angoli della città volante, Piazzetta Bartolucci, con quella sua aria dolcemente decadente, è uno degli scorci della mia città che amo di più, con i suoi muri che scalano beffardi il cielo, con le sue porte e finestre robuste offese dal tempo, con gli infissi consumati, i panni spesso appesi ai davanzali, i gatti che stazionano al sicuro dalle auto, i ciottoli che convergono verso le case nella quiete di un indisturbato silenzio. Ma più di tutto in quella piazza amo il negozio di “Antichità” dell’anziano artigiano, con la sua porta in legno verde acceso sempre aperta, che mi fa pensare all’antica accoglienza, alla persistenza della memoria, a un passato glorioso che resiste nel lavoro paziente e ostinato dei bipedi rimasti umani. Quella porta era per me l’ingresso della favola, il piccolo caleidoscopio, il Gabinetto del Dottor Caligari in cui noi creature capitate per sbaglio in questi tempi abbiamo il permesso di specchiarci. E lui una presenza costante, la figura gentile di un uomo d’altri tempi con il sorriso di un bimbo, silenzioso e intento al suo lavoro, che puliva la vetrina del negozio come fosse un’antica porcellana fragilissima.

E invece poi quella stessa porta verde, aperta, l’ho rivista stamattina sul giornale al risveglio. Ma stavolta era aperta anche la porta scura accanto. Un uomo, si leggeva, un artigiano, aveva sparato a moglie e figlio, dato fuoco alla casa, dichiarata inagibile dopo il terremoto, ma abitata comunque dalla famiglia, poi si era avviato in via Boccacanale di Santo Stefano, per spararsi alla testa in mezzo alla strada. Non ci ho voluto credere che fosse proprio lui, fino a quando sul giornale non ho visto una foto che ritraeva Galeazzo Bartolucci davanti al suo negozio nel 2013… In rete ho trovato anche un annuncio disperato di qualche anno fa del figlio Alessandro, proiezionista da anni disoccupato, affetto da depressione e morbo di cushing, che chiedeva aiuto per trovare lavoro, essendo sempre stato lui il sostegno della famiglia. Di colpo è sparito tutto l’attorno, e io sono sprofondata in tutte le cose che non  ho mai chiesto, in tutto quel che non sappiamo delle persone, che nemmeno riusciamo a intuire… Avrei voluto dirgli chi sono, che  faccio un lavoro anacronistico e vano, un lavoro senza futuro, che non interessa a nessuno. Chissà se si sarebbe sentito meno solo. Al bar ho sentito la gente dire Eh, poveraccio, il caldo dà alla testa e poi succedono queste cose… e ho avvertito in corpo la stessa scossa elettrica che mi aveva risvegliata stamattina, partendo dalla base della schiena per arrivare fino al cervello, facendomi sobbalzare. Una scossa di gelo che proviene dal cuore degli altri, quando di colpo il mondo si dissolve nella solitudine ingrandita fino al parossismo dall’impossibilità di capirsi, dalla totale incompatibilità emotiva che conduce alla resa comunicativa e restituisce la quiete della rassegnazione a non parlare. Sono scappata dal bar e ho pensato a come la vita sia sempre fatta di due porte compresenti, una scura e una verde, a volte aperte assieme, a volte in alternanza, due porte di cui è inutile e pericoloso negare la contiguità e contingenza. Ho pensato alla disperazione di quell’uomo che non ha visto altra via d’uscita che farla finita. Ho pensato a quante volte deve aver bussato contro quella porta verde nella sua testa senza che nulla e nessuno gli aprisse, a quanto poi l’avrà presa a pugni e calci, a quanto l’avrà grattata e raschiata fino a insanguinarsi le mani, fino a cadere a terra e pensare che non si sarebbe mai più riaperta. Oggi a mezzogiorno avrebbe incontrato l’ufficiale giudiziario e i carabinieri incaricati di far valere lo sfratto esecutivo, avrebbe dovuto lasciare la sua casa, ma non ha voluto farlo, ha preferito bruciarla, a partire dalle pellicole collezionate dal figlio, per dare un po’ d’inutile fastidio almeno nel partire. Aveva problemi economici, aveva perso l’ultimo straccio di credibile speranza, non sapeva dove andare, come mantenere la moglie e il figlio. Ha visto tutto nero, una notte interminabile. E ha visto un futuro nero anche per le persone che amava, ha avuto paura, di lasciarle sole nella disperazione e nell’indifferenza degli altri, e ha pensato che l’unica soluzione possibile fosse portarle con sé. “Nessuno immaginava, la gente s’interroga…” sul motivo recondito per cui  un uomo mite, idealista e gentile di 77 anni, con il figlio cinquantenne disoccupato, la moglie allettata, cui stiano portando via una casa in cui aveva preferito restare nonostante fosse stata dichiarata inagibile dopo il terremoto, situata nella piazzetta di famiglia… un uomo che stia perdendo tutta la sua vita, sia uscito di testa… Tutto sbagliato, tutto assurdo, tutto folle e delirante e inspiegabile, certo, come una botta di caldo di quest’agosto innaturale… E se invece il gesto enorme e inaccettabile di quell’uomo fosse stato dovuto a un black out di quella cosa molle che è il cervello di ciascuno? Come il black out che ha colto una madre fino a farle scordare il suo bambino in auto provocandone la morte, il black out che potrebbe avvenire nel cervello di chiunque, perfino in quello di chi sembra non possederlo, come le decine di persone illuminate che quella madre l’hanno coperta d’insulti, come quelli che confondono la disperazione più nera di un uomo con un guasto al ventilatore. Chissà che il black out non possa verificarsi ancor più facilmente proprio nel cervello della gente che si crede indenne e al sicuro, in chi rifiuta di vedere che – nel bene e nel male – ci sono sempre due porte contigue, compresenti e che siamo tutti fragilissimi e impotenti di fronte a certi eventi che non hanno spiegazione, né giustificazione se non nell’irrazionale, nel parossismo della disperazione, e dei quali piuttosto che dire cazzate, o cagare giudizi e sentenze, sarebbe molto più sano tacere, cogliendo la rara occasione di fare una figura migliore.

Poco dopo aver letto la notizia, ed essere stata trafitta dalla consueta superficialità altrui, ho pensato di parlarne con la donna (per sua sfortuna) più intelligente che conosca, mia madre, per sentirmi meno sola con il dolore di quell’uomo. Ma lei non rispondeva, né sul fisso, né sul cellulare. A quel punto nella mia mente si è aperta la porta scura. Succede che mia madre non senta, non possa rispondere, ma se la porta verde nella mia testa è aperta non mi preoccupo, e attendo che mi chiami. Tanto più che l’avevo sentita un’ora prima. Invece oggi avevo il dolore di quell’uomo disperato addosso, dappertutto, nel sangue, fino in fondo al cuore, e la porta nera spalancata nella testa in un black out totale, vedevo solo la possibilità che a mia madre fosse successo qualcosa di male, che fosse caduta, che non si sentisse bene, che avesse bisogno di aiuto. Allora sono corsa a casa sua con le chiavi di riserva, ho aperto con la mano che mi tremava, ho iniziato a girare per casa in preda al panico, finché la porta verde mi si è schiusa nella testa, ho fatto il numero del suo cellulare e l’ho sentito suonare in casa, accanto alla porta. Allora ho sorriso e sono scivolata per terra e mi sono messa a piangere di felicità sulla mia idiozia. Ho pensato alla cosa più semplice del mondo, quella che prima non mi era proprio venuta in mente, quella che può succedere ogni giorno e più volte è già successa: mi sono vista mia madre che usciva a far la spesa, dimenticando il cellulare lì, accanto alla porta, con tutte le mie tredici chiamate sul display…

Tornando a casa, devastata e sudata e col rimmel colato, ho pensato che almeno il mio mondo è ancora in piedi e gira ancora stanco attorno al sole di mia madre, ho pensato alla fortuna che hanno quelli che il dolore degli altri non lo sentono addosso, non lo sentono proprio, neppure quello da loro stessi provocato, quelli che fingono che ci sia sempre e solo una porta soltanto, quella verde, sempre aperta, che non abbiamo invece anche una porta nera accanto, di cui forse non ci eravamo accorti, quelle strane creature che vogliono ridere sempre, che butteranno anche queste mie parole in caciara, quelle strane creature con cui è inutile parlare, perché non potranno capire mai niente di niente, quelli per il quali la disperazione senza nome di un uomo derelitto dalla speranza è solo un colpo di calore. Quelli che proprio non ce la fanno a essere umani, ma nemmeno a tacere. Quelli che “Il popolo non ha il pane!” “Regaliamogli un condizionatore!”.

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Stasera, passando con i cani nel punto in cui Galeazzo si è sparato, ancora circondato dai nastri, e con dei fiori freschi, posati in piedi contro la colonna, sotto i portici dell’Oca Giuliva, ho sentito quattro fighette ferraresi in gran tiro da acchiappo sghignazzare starnazzando sul fatto che l’uomo avesse ucciso anche i due gatti di casa nell’incendio… La risata, sguaiata, sgraziata e oltreumana di queste quattro sgallettate, una più truccata e abbrustolita dell’altra, abbrutite dalla loro imbecillità assassina, mi è parsa interminabile, violenta, inestinguibile, mi ha sbriciolata, mi ha aperto il cuore in due e scompisciato le viscere, ha rimbombato come un tuono sotto il portico vuoto e rovente, ha crepato i muri offesi, spalancato la terra schifata sotto le loro scarpe all’ultima moda. Avrei voluto aprire anche il loro cuore in due per metterci qualcosa dentro, dare loro un libro sconvolgente, prenderle per le spalle e scuoterle per vedere come facessero degli zombie a stare in equilibrio su un tacco 12, ma non sarebbe servito a niente. Queste sì che hanno il giusto mood per essere ben accette e perfettamente integrate nella nuova società dissociata, queste sì che non verranno mai attaccate su un social. Come quelli che hanno dato dello scemo al ventiduenne profugo africano che annaspava nel Canal Grande, lasciando che si suicidasse sotto gli occhi di centinaia di persone, oppure quelli che in Germania incitavano il migrante somalo diciassettenne a saltare dal cornicione al quinto piano, per poi assistere al volo, o i decerebrati della rete, che dopo aver suicidato Tiziana Cantone con un foulard, ancora continuavano a insultarla. Pestare le mani delle creature aggrappate al ciglio di un burrone è oggi uno degli allegri e spensierati giochi di società più diffusi e partecipati. L’ambito premio è la morte dell’Altro, il suo annientamento.

Invece Galeazzo deve aver pensato che sparandosi in centro avrebbe smosso qualcosa, un senso di colpa, una pietà, con una morte dimostrativa e plateale, forse il bimbo sorridente sperava ancora che ci fossero in giro tanti cuori da poter toccare almeno nel togliere il disturbo, come Michele, il trentenne disoccupato di Udine, che qualche tempo fa si è ucciso lasciandosi alle spalle un durissimo j’accuse, di cui si è sbrodolato per due giorni in rete, prima di archiviarlo e passare a indignarsi virtualmente per qualcos’altro. Questa tenera illusione è sempre stata la più grande, la più folle ingenuità di chi la fa finita con fragore dal silenzio di una vita. O fai di tutto per vivere, o fai di tutto per morire… La sfida è attraversare indenni il fiume di merda che ci scorre al fianco e uscirne puliti.

Al ritorno, quando la scia di profumo inutilmente mimetica lasciata dalle oche giulive si era ormai dissolta, sono ripassata a salutare Galeazzo sotto il portico finalmente deserto, e ho visto che al gambo dei fiori era attaccato un biglietto con su scritto: Quante disperazioni convivono nella solitudine. La maschera è obbligatoria. E ho saputo con sollievo che gli umanoidi non sono estinti. Non ancora.