One.
I smelt the weird Atlantic.
Finistère…
                  Finisterre…

The sea surface darkened. The land behind me,
and all its cells and cists, grew dark.
From a bald boulder on the cairn top
I spied out the horizon to the northwest
and sensed that minute imperfection again.
Where the last sunken ray withdrew.
A point of light.

A maggot of the possible
wriggled out of the spine
into the brain.

We hesitated before that wider sea
but our heads sang with purpose
and predatory peace.
And whose excited blood was that
fumbling our movements? Whose ghostly hunger
tunnelling our thoughts full of passages
smelling of death and clay and faint metals
and great stones in the darkness?

At no great distance out in the bay
the swell took us into its mercy,
grey upheaving slopes of water
sliding under us, collapsing,
crawling onward, mountainous.

Driven outward a day and a night
we held fast, numbed by the steady
might of the oceanic wind.
We drew close together, as one,
and turned inward, salt chaos
rolling in silence all around us,
and listened to our own mouths
mumbling in the sting of spray:

 

– All wind end well
mild mother
on wild water pour peace

who gave us our unrest
whom we meet and unmeet
in whose yearning shadow
we erect our great uprights
and settle fulfilled
and build and are still
unsettled, whose goggle gaze
and holy howl we have scraped
speechless on slabs of stone
poolspirals opening on
closing spiralpools
and dances drilled in the rock
in coil zigzag angle and curl
river ripple earth ramp
suncircle moonloop…
in whose outflung service
we nourished our hunger
uprooted and came
in whale hell
—————gale gullet
salt hole
———-dark nowhere
calm queen
————–pour peace

The bad dream ended at last.
In the morning, in a sunny breeze,
bare headlands rose fresh out of the waves.
We entered a deep bay, lying open
to all the currents of the ocean.
We were further than anyone had ever been
and light-headed with exhaustion and relief
– three times we misjudged and were nearly driven
on the same rock.
——————–(I had felt all this before.)
We steered in along a wall of mountain
and entered a quiet hall of rock echoing
to the wave-wash and our low voices.
I stood at the prow. We edged to a slope of stone.
I steadied myself. ‘Our Father…’ someone said
and there was a little laughter. I stood
searching a moment for the right words.
They fell silent. I chose the old words once more
and stepped out. At the solid shock
a dreamy power loosened at the base of my spine
and uncoiled and slid up through the marrow.
A flow of seawater over the rock fell back
with a she-hiss, plucking at my heel.
My tongue stumbled

Who
——is a breath
that makes the wind
that makes the wave
that makes   this   voice?

Who
——is the bull with seven scars
the hawk on the cliff
the salmon sunk in his pool
the pool sunk in her soil
the animal’s fury
the flower’s fibre
a teardrop in the sun?

Who
is the word that spoken
the spear springs
and pours out terror
the spark springs
and burns in the brain?
When men meet on the hill
dumb as stones in the dark
(the craft knocked behind me)
who is the jack of all light?
Who goes in full into
the moon’s interesting conditions?
Who fingers the sun’s sink hole:
(I went forward, reaching out)

Uno.
Ho sentito l’odore del misterioso Atlantico.
Finistère…
————-Finisterre…

La superficie del mare si oscurò. La terra dietro di me,
e tutte le sue celle e ciste, si oscurarono.
Da un brullo masso sulla cima di un cumulo di pietre
spiavo l’orizzonte rivolto a nordovest
e di nuovo percepivo la minuta imperfezione.
Dove l’ultimo raggio sprofondato si ritirava.
Un punto di luce.

Una larva del possibile
svicolata dalla spina dorsale
e finita nel cervello

Indugiammo davanti a quel mare più ampio
ma le nostre teste cantavano d’intento
e pace predatoria.
e di chi era il sangue eccitato che
ci confondeva i movimenti? Di chi la fame spettrale
che ci perforava i pensieri pieni di passaggi
odorosi di morte e argilla e leghe di metalli
e grandi pietre nell’oscurità?

A non grande distanza laggiù nella baia
il moto ondoso ci prese alla sua mercè,
grigi pendii d’acqua crescente
scorrevano sotto di noi, collassando,
strisciando in avanti, montuosi.

Spinti al largo per un giorno e una notte
ci reggevamo con forza, storditi dalla costante
potenza del vento oceanico.
Ci stringemmo fino a essere uno soltanto,
e ci rivolgemmo all’interno, caos salato
ci rotolava intorno in silenzio,
e ascoltammo le nostre stesse bocche
mormorare nel morso della spuma:

 

– Tutto è vento quel che finisce bene
dolce madre
su acqua furiosa versa la pace

chi ci ha dato la nostra inquietudine
chi incontrammo e non incontrammo
all’ombra bramosa di chi
erigiamo i nostri pali giganti
e c’insediamo appagati
e costruiamo e ancora siamo
inquieti, di chi è lo sguardo stralunato
e il sacro ululato che abbiamo scorticato
in silenzio su lastre di pietra
gorghi che si aprono su
gorghi che si chiudono
e danze scavate nella roccia
in spira zigzag angolo e riccio
fiume increspatura terra rampa
cerchio del sole ansa di luna…
al servizio spregiato di chi
abbiamo nutrito la nostra fame
ci siamo sradicati e siamo giunti
nell’inferno della balena
———gola di vento forte
buco salato
buio nondove
calma regina
pura pace

il brutto sogno finalmente si dissolse.
Al mattino, in una brezza assolata,
nudi promontori riemersero dalle onde.
Entrammo in una baia profonda, aperta
a tutte le correnti dell’oceano.
Ci eravamo spinti più in là di chiunque
altro e storditi da estenuazione e sollievo
– tre volte sbagliammo e fummo quasi trascinati
sulla stessa roccia.
(Tutto questo l’avevo già provato.)
Girammo lungo una parete montuosa
ed entrammo in un quieto atrio di roccia eccheggiante
lo sciabordio delle onde e le nostre voci sommesse.
Io ero a prua. Accostammo verso un declivio pietroso.
Mi tranquillizzai. “Padre nostro…” disse qualcuno
e si sentì una risatina. Stavo in piedi
cercando il momento per le giuste parole.
Loro tacquero. Scelsi di nuovo le vecchie parole
e saltai fuori. Al solido colpo una polvere
di sogno si sciolse alla base della mia spina dorsale
si dipanò e risalì scivolando il midollo.
Un flusso d’acqua di mare sulla roccia ricadde
con un shhhhh, colpendomi il tallone.
La lingua mi si annodò

Chi
—-è un respiro
che fa il vento
che fa l’onda
che fa   questa   voce?

Chi
—-è il toro con sette cicatrici
il falco sulla rupe
il salmone sprofondato nella polla
la polla sprofondata nel suolo
la furia dell’animale
la fibra del fiore
una lacrima nel sole?

Chi
—-è la parola che una volta pronunciata
la lancia scatta
e riversa terrore
pianta la lancia
e brucia nel cervello?
Quando s’incontrano sulla collina
uomini muti come pietre nel buio
(l’arte bussò dietro di me)
chi è lo strumento di tutta la luce?
Chi penetra con tutto il corpo
le affascinanti condizioni della luna?
Chi tocca con le dita la dolina del sole:
(Avanzai, sporgendomi)

Thomas Kinsella, da One/Uno, in La pace della pienezza. Poesie scelte 1956-2006. Traduzione di Chiara De Luca.

 

KinsellaThomas Kinsella è nato nel 1928 a Inchicore, Dublino. Ha studiato presso la Model School di Inchicore e le O’Connells Schools e si è lauretao in Scienze all’University College di Dublino.

Kinsella iniziò a pubblicare le sue poesie nella rivista dell’università, nel “National Student” e in “Poetry Ireland”. La sua prima raccolta poetica, Poems, è stata pubblicata nel 1956 e seguita da numerose altre, che gli guadagnarono numerosi premi e riconoscimenti, tra cui il Poetry Book Society (1958, 1962), il Guinness Poetry Award (1958) e il Denis Devlin Memorial Award (1967). Kinsella iniziò a tradurre in inglese opere in antico irlandese, tra cui Longes Mac Unsnig, The Breastplate of St Patrick e Thirty-Three Triads.
Il 1963 Thomas Kinsella lo trascorse ad Harvard per studiare l’antico irlandese per prepararsi a tradurre l’opera epica The Táin. Nel 1965, Kinsella cambiò vita, lasciando l’impiego presso il Dipartimento delle Finanze e entrando alla Southern Illinois University, per poi, nel 1970, spostarsi alla Temple University come professore di inglese. Membro della Irish Academy of Letters dal 1965, Kinsella fu premiato con tre Guggenheim (1968, 1971, 1978) e si divise tra USA e Irlanda.
Il forte interesse del poeta e traduttore anche per l’editoria è evidenziato dalla sua direzione della Dolmen Press e della Cuala Press. Nel 1972, inoltre, fondò la sua casa editrice, la Peppercanister Press, il cui nome deriva dall’appellativo familiare della St Stephen’s Church a Mount St, Dublin, visibile da Percy Place, dimora del poeta. Dal 1972, dunque, le opere di Kinsella iniziarono ad essere pubblicate dalla Peppercanister, a partire da Butcher’s Dozen, satira sull’ingiusto proscioglimento da parte del Widgery Tribunal dell’esercito britannico che il 30 gennaio 1972 a Derry aveva sparato a tredici civili disarmati. Poi fu la volta di tre elegie: A Selected Life (1972) e Vertical Man (1973) esplorano il rapporto tra l’artista e la comunità, mentre The Good Fight (1973), scritta per il decimo anniversario dell’assassinio del presidente Americano John F. Kennedy, indaga temi come l’illusione e la realtà nell’arte e nella politica. One (1974) è un’esplorazione della psiche umana, con particolari riferimenti alla psicologia di Jung. Song of the Night and Other Poems (1978), sull’amore e sulla natura della comprensione, fu pubblicato insieme a The Messenger, scritto in memoria del padre del poeta, John Paul Kinsella, morto nel 1976.
Dopo una pausa di sette anni, durante i quali Kinsella lavorò a due progetti – un’antologia di poesia irlandese An Duanaire: 1600-1900, Poems of the Dispossessed (1981), tradotta dallo stesso Kinsella, e il New Oxford.Book of Irish Verse (1986), da lui pubblicato – il nono Peppercanister, Songs of the Psyche, fu pubblicato nel 1985. Questo volume si collega all’esplorazione psicologica dei testi precedenti e punta contemporaneamente a interessi più grandi del poeta, nei confronti di maggiori contesti storici presenti nelle opere successive, Her Vertical Smile (1985), Out of Ireland (1987) e St Catherine’s Clock (1987).
In One Fond Embrace (1988), Personal Places (1990), Poems From Centre City (1990), Madonna and Other Poems (1991), e Open Court (1991) lo sguardo del poeta si sposta da un contesto passato alla storia più contemporanea. Ambientate a Dublino e dintorni, queste poesie mescolano temi personali e politici in una critica della società irlandese contemporanea. The Pen Shop (1996), con gli ultimi volumi del XX secolo, The Familiar (1999) e Godhead (1999), segnalano una svolta rispetto all’aspra critica della poesia del primo Novecento a una meditazione più lirica sull’io. Citizen of the World e Littlebody (entrambe 2000) tornano a tematiche più vicine a quelle di Madonna and other Poems e The Penshop.
La poesia di Kinsella è densa di temi piuttosto complessi e negli ultimi anni rifugge dal lirismo prediligendo uno stile narrativo e fonti diverse che vanno dalla mitologia irlandese, all’illuminismo europeo alla storia americana contemporanea. (irlandando.it)