Alla fine tutti i raggruppamenti umani sono cellule monolitiche ed egoistiche, nate essenzialmente per difendere se stesse a ogni costo, isolandosi di fatto dal resto del mondo, così la coppia, la famiglia, la compagnia d’amici, perfino le associazioni di volontariato, spesso fondate solo su un cartellino legittimante, o una funzione da ostentare. Ciò che lega il gruppo è l’opportunità, è la necessità dettata dalla spinta istintiva alla sicurezza, alla reciproca, acritica difesa dall’esterno; è il bisogno di appartenenza, che non è spinta ideale, ma materiale esigenza di non essere soli. Ogni gruppo sostiene  perciò il singolo e la categoria, non l’umano, ogni gruppo protegge il proprio bene, non il Bene, ognuno fa il proprio interesse, non quello comune, soffrendo il proprio piccolo dolore, non quello creaturale. In pochi casi il cemento che tiene la cellula umana è autentico amore, cioè talmente forte da non temere l’altrove e da potersi aprire a un altro dolore. Quindi le uniche persone davvero in grado di accogliere e di amare l’umanità nella sua alterità e di soffrirne il dolore, al di fuori d’ogni opportunistica appartenenza a una cellula chiusa in autodifesa sono i solitari. I solitari si tengono per le ali anche quando scartano, sono come gli uccelli, che anche volando ognuno nel suo cielo, avvertono nel radar del cuore la stessa comune direzione. Sono loro forse il gruppo più potente, perché a difenderli dal male è la semplice consapevolezza dell’esistenza e del volo dell’altro, senza il bisogno di legittimazioni, o appartenenze. Sono forse anche le persone meno libere fisicamente, perché legate al mondo intero, ma sono le più libere intellettualmente, perché per essere accettati dal gruppo, qualsiasi gruppo, occorre piegarsi a regole e linee guida anche nell’accogliere l’alterità. Il solitario invece può amare il mondo intero, e quindi anche un altro essere umano, non per necessità, ma per davvero.