La prova del fuoco è uno dei romanzi più potenti di Ernst Weiss, autore austriaco ingiustamente dimenticato. Trovandosi a curare Hitler, allora ancora felicemente sconosciuto, da una cecità isterica, avrebbe raccontato e analizzato la circostanza in Der Augenzeuge [Il testimone oculare]. I suoi libri sarebbero stati poi fatti sparire dalla circolazione con solerzia dai nazisti. Diversi anni fa sono dovuta andare a Vienna per trovare qualcosa di lui, ben nascosto. Kafka, di cui ci si può fidare, e cui per molti aspetti Weiss si rifaceva, lo definì un autore straordinario e giudicò La prova del fuoco uno splendido romanzo. Qui di seguito la Verwandlung che apre il romanzo, da me tradotto e pubblicato da Silvy.

 

È realtà, non sogno.

Questa mattina tra le tre e le quattro, tra la notte e il crepuscolo, in una piazza di Berlino, hanno trovato un uomo.

E lui che sta scrivendo questo resoconto. Non può defi­nirsi un io perché non conosce il proprio nome e non conser­va alcun ricordo chiaro del proprio passato. Per la precisione non potrebbe affatto fare un resoconto, perché nulla di ciò che segue può avere la pretesa di essere assolutamente esatto. Ma allora come facciamo ad affermare con assoluta esattezza che questo risveglio è realtà e non sogno? Chi ci metterebbe la mano sul fuoco? Bene, io voglio farlo. Io posso farlo. Io ho messo più che la sola mano sul fuoco, sopra un grande fuo­co, di cui molte generazioni racconteranno. Ma non è di me che racconteranno. Come potrebbero infatti conoscere il mio nome i posteri, se io per primo non lo so? Non so chi ero, non so chi sono. Non so chi sia l’uomo che scrive questo resoconto e definisce tutto ciò che segue realtà, non sogno. Nessuno si ri­volge a lui nel momento del risveglio o del ritrovamento, nep­pure lui stesso. Chi mai al mondo, infatti, potrebbe rivolgersi a se stesso se ha dimenticato il proprio nome e l’intera propria esistenza precedente, sia pur essa così distante e confusa, fino all’ultimo, più dolce ricordo?

Se almeno si fosse svegliato all’aperto come un animale del bosco! All’animale del bosco l’anonimità non nuoce. Lui continua a vivere tranquillo, a caccia di cibo e amore, felice, anche se anonimo, in certi periodi spinto verso i propri simili dall’istinto, fiutando la pista del proprio stesso sangue.

Se fossi stato trovato all’aperto avrei almeno potuto con­solarmi al pensiero di essermi perduto soltanto per caso. Invece temo che il mio io mi sia stato sottratto da un’istanza più alta, da una potenza più forte, che mai e poi mai mi si mani­festerà. Affinché subissi un’umiliazione più profonda, hanno fatto sì che mi svegliassi in un gabinetto pubblico.

Intorno a esso si estende una grande piazza quadrango­lare, con una chiesa in mattoni rossi e, nei dintorni, le basse bancarelle dei venditori di pesce, rivestite di lastre in lamie­ra di zinco. Sulla piazza stessa si trovano, ancora dall’ultimo mercato settimanale, casse vuote ammucchiate a caso l’una sull’altra. Le casse non sono anonime, perché mostrano ragio­ni sociali, croci e segni marchiati a fuoco o incisi in caratteri grandi. In molti punti vedo mucchi di segatura inumidita e di fogli sgualciti, finalmente qualcosa di anonimo quanto me. Sparpagliati alla rinfusa ci sono frutti marci e resti di ortaggi guasti. La piazza è deserta. Il cielo non posso vederlo.

Sto disteso, col busto nell’anticamera che fa angolo a de­stra e che introduce nell’interno dell’abitacolo. E scherno o bontà del destino il fatto che il mio capo possa riposare sull’or­lo frusciante e molle del mio mantello, spiegato come il petalo di un fiore aperto? A trenta centimetri da terra, per nascondere e coprire quel che avviene all’interno, comincia la parete di lamiera di quella costruzione sostenuta da sottili travi di ferro. Sul lato interno della parete di lamiera, ad altezza d’uomo, si vede il testo illuminato elettricamente di un cartello che, nell’interesse del pubblico decoro, invita a risistemarsi gli abiti prima di uscire. Tra il terreno e la parete di lamiera c’è spazio sufficiente da permettere a una piccola testa umana di sgu­sciarvi. È la prima cosa che dovrò fare. Ma ancora non ne ho la forza. Mi limito a girare la testa di lato e a guardare fuori, verso la piazza, che, nonostante i rifiuti del mercato settimanale, ha preservato la purezza di un gelido mattino d’inverno. Ampie strade vi sfociano, non lontano sembra esserci una collina di moderata altezza, la piazza è illuminata da lampioni ad arco. In questo stesso istante è attraversata da un tiepido vento occi­dentale, che porta con sé da lontano odore di vino e garofani.

Non posso ancora distinguere con assoluta certezza se il crepuscolo sia quello del mattino, l’intervallo di tempo fra le tre e le quattro, come ho affermato nelle prime righe, o quello della sera. Ma è più probabile che si tratti di quello del matti­no, visto che una piazza del genere di sera è senz’altro ancora animata, e lo resta fin dopo la mezzanotte. Ora invece vedo ar­rivare soltanto una donna, slanciata, eppure piuttosto florida; ha fretta e mi passa davanti molto vicino, ma senza vedermi. Io invece vedo le sue scarpette basse color rosso sangue sbia­dito. Inspiro il profumo di pesca che l’avvolge. Nonostante la fretta, la donna schiva con attenzione la sporcizia a ogni passo, così che i malleoli, tanto delicati da sembrare cesella­ti, strisciano lievi l’uno contro l’altro nelle calze di seta. Dai movimenti del corpo (dal basso non posso vedere i tratti del volto), sembra che la donna si guardi con frequenza attorno, come stesse fuggendo da qualcuno. Invece nessuno la segue e la piazza rimane deserta. Solo dopo un po’ di tempo soprag­giunge un cane dal pelo irsuto, che annusa qua e là e, con le zampe sottili e nerborute, fa rotolare davanti a sé un paio di frutti, un po’ per gioco, un po’ per rabbia, abbaiando a un ritmo insolito, come se, nel suo gergo canino incomprensibile a chiunque altro, stesse dicendo qualcosa di molto importante per lui, qualcosa di cui lui per primo non è del tutto consape­vole. Le sue narici color marrone scuro sembrano cercare qual­cosa, ma non è me che cerca. Infatti inciampa goffo sulla mia testa, strizza gli occhi dalla sorpresa, si zittisce all’improvviso, scavalcando il mio capo come una pietra grigia.

Il mio volto è freddo, lo sento. Forse a seguito di una notte di veglia? Ho bevuto troppo per poi perdere conoscenza in questo sordido luogo? Ho ripreso conoscenza in questo sor­dido luogo? Anche questo sarebbe dunque un sogno a occhi aperti? Non lo so. Mi sfioro il volto con la mano: è gelido. Forse per l’indescrivibile sgomento che provo nel trovarmi in questa sordida atmosfera, scoprendomi incapace di fuggirne all’istante. Continuo infatti a stare disteso sul pavimento, come imprigionato tra le pareti in lamiera del gabinetto pubblico. Quanto tempo ancora deve durare tutto ciò? Ma non è finita! Per quanto il luogo sia così sudicio, qualcosa m’induce a trarre profondi respiri, lasciando entrare liberamente l’aria nei polmoni. All’interno impera un odore intenso di olio disinfettante. All’esterno, sulla piazza aperta, si respira qualcosa di simile a profumo di fiori, unito a quel che sembrerebbe un tenue odore di bruciato. Avrà preso fuoco qualcosa da qualche parte durante la notte? Fuori c’è silenzio assoluto. Sopra la piazza asfaltata si estende un cielo verde chiazzato di bianco e dolcemente sereno, con rare stelle sparse, distanti l’una dall’altra…
Come paralizzato dallo spavento, continuo a stare disteso in quel sordido luogo. Ma adesso respiro con gioia aria già più pura. Mentre sto disteso però, il mio ginocchio sinistro si piega a blandire con delicatezza, ma in modo via via più dolce e percettibile, il morbido incavo sotto il ginocchio destro, finché i due arti si completano al punto che gli spigoli ossei dell’uno s’inseriscono nell’involucro muscolare dell’altro. Questo per me non è scontato. Non lo capite? Non capite come possa sentirsi un uomo cui siano stati sottratti il nome e i ricordi e, di conseguenza, qualsiasi punto di riferimento in un mondo terribilmente confuso anche per una persona razionale? Tutto ciò che è reale e può essere riportato in un protocollo non deve forse per un uomo nelle sue condizioni… (come sono arrivato all’espressione “protocollo”? Sono forse di fronte a una corte?). Ogni affermazione non deve essere doppiamente, triplicemente importante per me? Un uomo che si trovi nella condizione in cui io mi trovo in quest’istante è grato per il minimo indizio che lo aiuti a recuperare anche solo una traccia del proprio io. Deve fiutare come un cane ogni indizio, per quanto nascosto possa essere. Vuole a tutti i costi tornare in sé. Seguirà senza eccezioni ogni pista abbastanza chiara da lasciar presagire un focolare, un fiore, un firmamento, o una donna slanciata, che passi davanti a lui avvolta nel proprio profumo come in un ampio scialle da sera. Si tratta della mia amata, della mia futura moglie? Deve forse la sua leggera pienezza estiva alla dolce attesa di una bambina, della sua prima e unica figlia? Sono forse stato in piedi con lei davanti a un altare, l’ho condotta a casa per restare insieme per sempre, ho gioito nel vederla dopo una pesante giornata di lavoro nella mia impresa, l’ho accompagnata la sera a feste e incontri in società? Le sono stato vicino durante il travaglio, durato parecchie ore e particolarmente pericoloso a causa dell’altezza dei suoi fianchi? Ho posto nelle sue mani, ancora umide per i tanti dolori del parto, il prezioso gioiello appartenuto a mio padre, per rivedere, per la prima volta dopo tanto tempo, un sorriso sulle sue labbra sottili e comunque magicamente belle? Ho potuto

Ho potuto fidarmi di lei? Il mondo è grande. Troppo grande per me. E Berlino la città in cui mi ritrovo? E quel che c’era scritto su un manifesto nel gabinetto pubblico, ma a chi si può credere? Forse sono io che sbaglio a leggere quel che c’è scritto davvero? Forse sto solo fantasticando, mentre penso di trarre deduzioni sulla base della più fredda razionalità? Forse mi sto perseguitando con la mia follia? Forse sto perseguitando altri? Delirio persecutorio? Megalomania? Forse questa notte non è la prima volta, forse ho già conosciuto un istituto del genere, ma allora si trattava di un istituto aperto. Ho l’impressione di aver già accompagnato una volta un uomo a me caro in un istituto del genere. Era mio fratello? Quando i pazzi infuriano, anche quando i pazzi smaniano soltanto, non possiamo In altro che desiderare che dormano. Se in qualche modo li si può curare, è soltanto col sonno. Ma spesso i pazzi si svegliano prima del previsto dal loro sonno simile alla morte. A volte poi, lasciati soli dal sorvegliante, ma non da lui dimenticati, godono di un intervallo di tempo di maggiore lucidità. Nella notte il pazzo ha lottato, non sa con chi, non sa per quale motivo. Ora avverte soltanto i graffi sul volto e sulle mani, bollenti al tatto. E ancora notte. Il pazzo non può vederlo da dietro le grate di ferro della cella d’isolamento, così come non può vedere il cielo. La luce del crepuscolo del mattino penetra lenta dalle fessure. Il pazzo ha sopra la testa soltanto il grigio soffitto opaco di una stanza, lo stesso che forse ritroverà sopra di sé fino alla morte. Il pazzo vorrebbe parlare, confidarsi con i suoi fratelli, gustarsi il momento di lucidità e illudersi che duri in eterno. In questo momento invece non può parlare con nessuno, neppure con se stesso. L’abbandono da parte de­gli esseri umani potrebbe anche sopportarlo. Ma sul petto gli grava una pressione che nessuna forma di auto consolazione può sciogliere, una pressione talmente dolorosa che l’infelice non può far altro che stringere un ginocchio contro l’altro e sporgere un poco la testa, per poi tentare almeno di respirare più liberamente e, con il cuore afflitto, far entrare nel proprio petto ansante l’aria, l’esalazione viziata di quel luogo chiuso in modo quasi ermetico, che solo di rado viene arieggiato.

Che differenza c’è se un io si ritrova in una condizione del genere, o si ritrova come me, che posso dire: E realtà, non sogno. Questa mattina tra le tre e le quattro, tra la notte e il crepuscolo, in una piazza di Berlino, hanno trovato un uomo. Chi può parlare in questo modo deve forse ringraziare il pro­prio insondabile destino? Può maledirlo? Deve riconoscere la benevolenza del mondo? Può accantonare tutta la paura e tut­to l’orrore del passato? Sto scrivendo il giallo di un’anima. Sto facendo il resoconto investigativo di un’esistenza. Mi appiglio con tutti i miei sensi a ogni minimo indizio, fiuto un incendio del quale ancora nessuno vede né sa nulla… Dove sia finita la mia vera esistenza non mi è dato saperlo. Ma que­sta “vera esistenza” mi promette forse una sorte migliore? In questa “vera esistenza” mi spetta forse in sposa una splendida donna, un’Elena dai capelli biondo scuro o la regina del Sogno di una notte di mezza estate, o anche solo la più bella e dolce, la più incantevole delle bambine? Mi stanno aspettando? Se soltanto sapessero dove sono, mi cercherebbero forse con la massima sollecitudine? Chi sono! Io, che con la mia piccola testa sono appena sgusciato sotto la parete di lamiera arrug­ginita, io che sono stato risparmiato perfino dal cane feroce e minaccioso. Forse era un cane sguinzagliato dalla polizia sulle tracce di un criminale in fuga, che non mi ha abbaiato contro solo perché il puzzo penetrante del gabinetto pubblico l’ha confuso.

Chi è questo io? Confuso e privo di ricordi, mi perdo in ogni singolo particolare che sono in grado di prendere in considerazione, spio le cose quotidiane con la massima perspi­cacia, verifico i fatti più banali con la massima diligenza, per­fino gli odori differenti che si trovano all’interno e attorno al gabinetto pubblico, perfino le lettere e i segni incisi sulle casse di legno. Giro la testa in ogni direzione. Vorrei alzarmi in fret­ta e non oso farlo. Ah! Mi si perdoni questa esclamazione! Si tratta dell’ammissione della mia rinuncia, della dimostrazione che non sono più in grado di dominarmi. Chi crederà a me, a me, all’uomo cui io stesso a stento oso credere! Tutto è dubbio e anch’io sono dubbio. Invano pongo la parola “realtà” all’ini­zio di confusi resoconti. Avverto, con una paura opprimente, che nessuno sarà in grado di capire la mia condizione e che, sì, anche questa “paura opprimente” nessuno sarà in grado di condividerla.

[…]

 

da Ernst Weiss, La prova del fuoco, Silvy 2012. Traduzione e introduzione di Chiara De Luca