Gli amici di Niccolò Ciatti dicono che l’esecuzione del ragazzo è avvenuta per un semplice diverbio, uno spintone da parte di uno dei tre folli e la richiesta di Niccolò di fare attenzione. “Nessuno ci ha aiutato, nessuno ha fatto niente”, dicono, come si vede dall’insopportabile video. Ma già solo gli amici di Nicolò erano in sei… Il coraggio è solo incoscienza, come la mia quando sono corsa a fermare un uomo che picchiava una ragazza per la strada, in centro, a pochi metri da casa mia. Poi chiesi aiuto a tre uomini di passaggio, ma quelli se la diedero a gambe, e il coglione si portò via la sua vittima. Se avessi ragionato sulle possibili conseguenze di quel gesto forse me la sarei data a gambe anch’io. Ma la folla può tutto, nel bene e nel male. È proprio l’istinto di giustizia che ci siamo bevuti, la pulsione elementare che hanno anche gli animali. Ora la prima pulsione è quella di filmare, la seconda quella di condividere. Qualcosa mi sfugge, come mi sfugge vedendo Ilaria, la ragazza di Niccolò che condivide gli ultimi messaggi che le ha mandato dalla Spagna, l’immancabile instant poem che gli ha dedicato, il tatuaggio che si è fatta per la ricorrenza… Come la madre che condivise coi giornali le ultime parole pronunciate da Gloria Trevisan mentre stava per morire bruciata nel rogo della Grenfell Tower. Per fortuna il padre di Marco Gottardi quelle del figlio le tenne per sé… Ognuno vive il dolore al modo suo, si dirà, che cazzo ne vuoi sapere tu. Io so solo che si è perso il senso del sacro in nome della condivisione coatta, si è rinunciato alla vita in nome della virtualità, come se nulla esistesse se incondiviso, perfino l’amore… E intanto due dei tre assassini se ne tornano a casa. I giornalisti chiamano rissa un’aggressione mostruosa, del tutto ingiustificata e assolutamente spropositata, un calcio sferrato alla testa di un uomo a terra come fosse una punching ball. Già, chiamiamola rissa. Così possiamo pensare che Niccolò se la sia andata a cercare, dimenticando che questi sono fra noi, ovunque, che David Raggi è morto sgozzato a 27 anni perché lo sguardo gli è caduto incautamente sul suo boia mentre quello usciva da un locale con un coccio di vetro in mano, che Marco Vinci è morto accoltellato a 22 anni per aver difeso un’insegnante da una molestia, che Emanuele Morganti è stato massacrato a colpi di crick e trascinato come un trofeo nell’indifferenza generale per aver difeso la sua ragazza da apprezzamenti eccessivi. La rete ha di buono che di queste persone puoi sapere tanto, molto più di quanto non sbrodolino i giornali, puoi saperne i sogni, le vite prima che fossero spezzate, vedere che erano persone come te, che non si sono andate a cercare proprio niente. Pazienza, io sto bene, la mia famiglia sta bene. Peccato che tu e la tua famiglia siate immersi in questa cosa disperante, molle e menefreghista, per cui bisognerà trovare un nome diverso da “società”. Ora aspettiamo che qualcuno film il prossimo spettacolo, per piangere insieme, scrivere poesiole, e indignarci ventiquattr’ore.