Alla fine per fare onestamente l’editore di poesia oggi, devi vivere di altro. Io ho sempre vissuto di traduzione. Posso capire che se invece vivi dei soldi degli autori — pure di quelli che ti pigliano a pacche sulle spalle chiedendo “Ahò, quanto vuoi per farmi il libro”? — tu sia  costretto a buttare giù l’arroganza, gli insulti, la violenza, le calunnie, la presunzione e la maleducazione del prossimo senza reagire. Io non mi sento tenuta a sopportare l’inciviltà senza colpo ferire, posso permettermi di non farlo, ho il dovere di non farlo, anche per rispetto alle persone che si rivolgono a me civilmente, che in genere sono anche le migliori dal punto di vista letterario. E soprattutto guai a chi tocca i miei autori, perché fare l’editore non è intascare i soldi e stampare un libro, ma fare un percorso umano impegnativo, che ha implicazioni etiche e deontologiche anche scomode, di cui non ci si sbarazza con l’inerzia di giustificazioni pilatesche. Il colibrì non è uno struzzo. Proprio perché amo l’umanità rifuggo la sua aberrazione nelle attuali e diffuse manifestazioni del subumano, e ne prendo le distanze con violenza. La poesia non è solo uccelletti e bacetti e cuoricini e farfalle a mascherare la propria viltà e indifferenza. La poesia è violento rovesciamento.

 

da Lettera allo Stampatore