di Chiara De Luca 

 

Ero dunque seduto in fondo alla scala, leggevo e, di tanto in tanto, guardavo la strada, nonostante il contrasto tra l’oscurità dell’interno e la luce dell’esterno m’impedisse poi di riprendere subito la lettura. È forse in questo intervallo, in cui ero costretto a riadattarmi all’interno della casa, che la poesia è apparsa nel mio spirito: qualcosa che le somigliava, in ogni caso, ha dovuto occupare questi istanti di vacuità, e mi ha spinto, un giorno, ben oltre l’adolescenza, a scrivere versi in un movimento che avevo io stesso in qualche modo difficoltà a comprendere.

(Nuno Júdice, da Il linguaggio poetico, in Un chant dans l’épaisseur du temps, suivi de Méditations sur des ruines [Un canto nello spessore del tempo, seguito da meditazione su delle rovine], Poésie/Gallimard 1996.)

È mediante questa rievocazione di un ricordo d’infanzia che Nuno Júdice, nella prefazione all’edizione francese delle sue poesie, racconta come il suo primo incontro con la poesia sia avvenuto “alla frontiera tra più mondi”, e come quella sera abbia compreso che occorreva trovare il modo di mettere in contatto tra loro queste realtà contigue e complementari. Leggendo l’Eneide, che aveva voluto come regalo di Natale, seduto all’intersezione tra il buio e la luce, quel bambino – che a otto anni avrebbe iniziato a scrivere le sue prime poesie – apprendeva ad aguzzare lo sguardo per scrutare nell’ignoto, senza preoccuparsi del fatto che la luce lo accecasse quando lo sguardo ritornava nella casa, nel mondo conosciuto. Questo passaggio mi ha ricordato quando da bambina, da sola al buio, nella casa romana della mia nonna materna, scrutavo le sagome scure degli oggetti sul nero, inventandomi per loro delle forme, per attribuire un’identità conosciuta alle ombre confuse che spiccavano sul buio che avvolgeva la stanza, per tenere a freno la paura.
“A mano a mano che si cresce, e che s’impara a dominare questa paura, ci si allontana necessariamente dal territorio magico dove la maggior parte delle cose non ha spiegazione in questo mondo”, scrive ancora Nuno Júdice in Il linguaggio poetico. Eppure Júdice quella paura di fronte al mistero ha saputo preservarla, continuando così ad addentrarsi in quel territorio magico in cui anche le forme consuete assumono nuovi significati che prescindono dal significante che credevamo di conoscere e che pensavamo di poter mettere in relazione univoca con le parole. Oggetto della ricerca di Júdice è “questo quasi nulla che costituisce la bellezza del quotidiano”, scrive François Weigel su “Le Monde”, “che la sua poesia ricerca con distacco, prendendo la reale misura degli oggetti e del tempo”. Nuno Júdice non cerca alcuna alternativa al quotidiano, non cerca parole inconsuete, piuttosto nobilita quelle conosciute, riscopre parole antiche e dimenticate, ne inventa di nuove accessibili a tutti. il poeta non si perde in disquisizioni sull’utilità della poesia e sul senso dello scrivere. Per lui la poesia è semplicemente inutile e, proprio in quanto tale, necessaria a sopravvivere “in un mondo di cose utili e immediate”. Abbandonandosi all’immaginazione che filtra il mondo, aprendo tutti i sensi alla ricezione di odori, colori, profumi, lasciando che dall’oggetto emani la visione che ne abbiamo, (“La visione è in qualche modo una proprietà dell’oggetto”), il poeta si addentra e si aggira nella no man’s land in cui è possibile ascoltare questo “dialogo invisibile” dell’inanimato, conversare con le cose, lasciare che siano loro a pronunciare il proprio vero nome, affinché la poesia “custodisca, in qualche modo, la verità delle cose e delle anime, aldilà della superficie del presente” (Il linguaggio poetico, p. 10). Questa verità delle cose non si manifesta però in forma di risposte esplicite e univoche agli interrogativi che ci assillano, e neppure le adombrano. Il senso si riversa piuttosto in una musica, in “un’armonia d’immagini e costruzioni verbali che permettono di stabilire una logica di cui non si avverte il bisogno di cercare il senso” (Il linguaggio poetico, p. 11). Ciò che in poesia più conta per Júdice è la musicalità delle parole, l’armonia degli accostamenti, il modo in cui parole “semplici” si combinano tra loro per generare nuove sorprendenti armonie. Perché il significato stesso è una musica, una rispondenza di suono e di senso. “Scrivo a partire da immagini concrete di città e di natura, da ricordi della mia infanzia, e da lì proseguo finché la poesia non incontra una sua logica e armonia”, ha spiegato in un’intervista a “El Universal”, in occasione della cerimonia di attribuzione del prestigioso premio Reina Sofía per la Poesia. In Nuno Júdice esiste infatti una perfetta identità tra scrittura e vita: scrivere è per lui indispensabile, è un modo di leggere profondamente il mondo, di tradurlo, perché non gli scivoli via davanti agli occhi nel silenzio. È anche da questa identità tra poesia e vita, da questa necessaria dedizione alla parola poetica che nasce la generosità con cui il poeta fornisce con naturalezza indicazioni – in versi, in prosa, nelle interviste – su come addentrarsi nella sua poesia, senza mostrare alcun falso pudore, posa, o reticenza nel rivelare l’essenza della sua poetica. La disamina teorica e la riflessione meta poetica sono parte integrante del processo creativo di Júdice, che non ha alcun timore ad affondare le mani nella materia ardente della propria poesia, abituato com’è a stringere in solitudine i pugni nel buio e a riaprirli per vedere quale forma abbiano assunto le parole una volta riportate alla luce. Sono proprio la fiducia nelle potenzialità del discorso poetico, il coraggio della ricerca che ricusa l’inessenziale ad avergli consentito di comporre quella che il poeta stesso, in un’intervista con Ricardo Marquez, definisce “una lunga poesia forse iniziata alla fine degli anni Sessanta, e non ancora terminata”, ovvero, di dare vita, libro dopo libro, a quella che Antonio Sáez Delgado su “El País” a ragione ritiene “una delle avventure più affascinanti della letteratura portoghese degli ultimi cinquant’anni, così come a una poesia unica e interminabile, di cadenza radicalmente genuina e personale, che va sgranando all’orecchio del lettore, a voce bassa, i misteri della realtà e il desiderio della parola di riuscire a rivelarla”.
Nel saggio La notte della poesia, pubblicato sulla rivista “Europe”, Júdice spiega come il poeta svolga per lui la funzione di una guida che “illumina l’oscurità di un mondo inaccessibile a chi, senza la voce di una guida, non avrebbero visto nulla.” In questo il poeta, come rileva Ufer Ränder, accorda alla poesia una grande responsabilità, attribuendole un ruolo simile a quello che il Mittler aveva per i romantici tedeschi. Tuttavia, mentre il Mittler fungeva da intermediario tra l’umano e il divino celato oltre il velo della realtà empirica, per Júdice la poesia rappresenta un “miracolo profano”, “che non ha nulla di sacro; al contrario, è l’unico miracolo scaturito dal profano, ed è sufficiente perché si possa guardare il reale con occhi che lo penetrano fino ad attingerne la verità più profonda.” (La notte della poesia).
In un altro scritto di riflessione meta poetica dal titolo La poesia nel mondo, Júdice descrive il testo poetico come uno “spazio di passaggio”, una sorta di corridoio che porta “da un mondo all’altro”, estendendosi per tutta la lunghezza della strofa. La poesia stessa mostra al poeta il cammino che si dipana dal titolo alla conclusione, il cammino che altri dopo di lui seguiranno. Leggendo le poesie di Júdice si ha l’impressione che il poeta di fatto percorra quel corridoio verso dopo verso, con un senso di scoperta, lasciandosi guidare dalla direzione del discorso poetico, per lasciarsi poi sorprendere sul finale dalle proprie stesse parole, insieme al lettore che lo accompagna.
“Il poeta funziona come una sorta di spaventachiacchiere,” scrive di Júdice il poeta e narratore colombiano Juan Manuel Roca su “La Jornada”, “d’impertinente e accorto cacciatore di falsi trilli, che mette in fuga voci in falsetto, e che non tratta la lingua come se le parole fossero uccelli migratori, uccelli che hanno smarrito la strada nel fitto bosco del linguaggio.” La poesia di Júdice è sempre pervasa da un forte intento comunicativo, il suo desiderio principale, l’obiettivo che non perde mai di vista, è quello di condividere esperienze in un linguaggio accessibile, di costruire un ponte tra passato e presente, tra il buio in cui si muovono le ombre e la luce in cui prendono forma.
“Di fatto, quando scrivo e cerco le parole che comporranno la poesia”, spiega Júdice in La notte della poesia, “ciò che realizzo è una sorta di traduzione di un testo astratto, immemore, di cui conosco il senso generale, e che devo trasporre in un’altra lingua, la mia”. Il processo di scrittura passa dunque attraverso una duplice traduzione: il poeta legge il testo astratto presente nella propria mente, per poi trasporlo in musica traducendo la partitura del reale. Questo contribuisce a spiegare l’eterogeneità di forma, di stile e di toni che la sua poesia di volta in volta presenta: ora il poeta pare muoversi sul piano di una realtà onirica e sospesa, popolata di ombre evanescenti, che solo in parte si rivelano; ora pare scrivere in una sorta di transe che fa riaffiorare suggestioni dagli strati più riposti della coscienza; ora effettua una trascrizione lucida e oggettiva del reale, enumerando oggetti che si sottraggono a ogni possibile classificazione; ora si lascia trasportare da una forma di scrittura automatica che molto deve al Surrealismo; ora fa uso di un’ironia che – a suo stesso dire – qualcosa deve a Drummond de Andrade, Cesariny, O’Neill – in un tono di allegro mozartiano, che stempera anche le riflessioni più drammatiche sull’essenza della natura umana e sulle debolezze che la contraddistinguono.
“Mi costringo a scrivere ogni giorno, come un impiegato. Scrivere è la mia vita. Mi piace farlo, non mi dà da vivere, però è la mia maniera di essere”, dice Júdice a Antonio Jiménez Barca su “El Pais”. Eppure nessuna delle sue poesie appare in alcun modo esito di costrizione, o forzatura, né ha il sapore di un testo d’occasione, o di un esercizio virtuosistico. Il poeta è simile piuttosto al pellegrino, che talvolta non vorrebbe partire per luoghi sconosciuti, poi fa leva su se stesso e si mette in viaggio verso una meta che non ha, per approdare al vuoto (lo stesso che occasiona la poesia), e scoprirvi cose inaspettate, tornando carico di tesori al punto di partenza, all’intersezione tra più mondi. Apprestandosi al viaggio del comporre, Júdice si lascia trasportare dalla propria stessa scrittura, interroga le parole, le lascia risuonare, riverberare nell’eco di se stesse, poi prova nuove combinazioni alla ricerca di quella “musica delle parole” che costruisce anche – a livello incosciente, talvolta, ma pienamente dominato nella tradizione poetica, una musica del senso” (La poesia nel mondo). Dalle sue poesie traspare un raffinato gusto del linguaggio, il poeta pare divertirsi nel manipolare la lingua a piacimento, cercando di forzarne i limiti, pur sapendo di non poterli mai del tutto valicare. Alcuni testi di La materia della poesia sono particolarmente complessi dal punto di vista sintattico, le idee vanno concatenandosi verso dopo verso, generando l’andamento di un discorso che a sua volta si riflette, attuandosi, inscenandosi. Il poeta incastra sapientemente tra loro i mattoni del linguaggio per costruire l’edificio del discorso filosofico, che si traduce spesso in una riflessione meta poetica: la poesia interroga se stessa e le singole parole si tendono all’estremo del proprio senso, frastagliandosi nelle sue molteplici sfumature, quasi a voler mettere alla prova la propria resistenza. In altre poesie Júdice veste con estrema naturalezza panni altrui, assume nuove identità, reali o presenti nell’immaginario collettivo, racconta o rievoca storie che non gli appartengono, o che gli appartengono solo in forma mediata, simbolicamente, quali proiezioni di sé e di esperienze pregresse. Vi sono infine poesie in cui sveste ogni maschera e si rivolge senza alcun filtro – onirico, surreale, ironico, filosofico – al lettore. Sono le poesie che Júdice, in un’intervista rilasciata a Millicent Borges Accardi per “Portuguese American Journal”, definisce “le più profonde”, quelle in cui combina passato e presente “per creare una pienezza che nutre la vita e la poesia”, ripristinando l’interezza della loro relazione. L’altezza di queste poesie “piene” risiede nella profondità dell’introspezione, nella pacata oggettività della descrizione, nel dolente distacco dalle cose nel momento stesso in cui il poeta le abbraccia con lo sguardo. In queste poesie il poeta abbandona la mise-en-scène, sceglie il sintagma più lineare dal serbatoio di quella sua complessa “sintassi dell’io” di cui efficacemente scrive Vincenzo Russo in un bel saggio comparso su “Griseldaonline”, e mette liberamente in scena se stesso e la propria diretta e personale esperienza delle cose, quand’anche simbolicamente trasposte, scandagliando il buio della propria memoria in cerca di figure che riemergono prepotentemente alla luce del presente. È lì che la musica della parola le avvolge e rischiara, integrandole alle “cose più semplici”, di cui Júdice estrae la complessità e il mistero, alla frontiera tra il mondo empirico, con tutte le sue stratificazioni di concreti mondi concentrici, e i mondi altri che ammiccano nel buio dove la poesia si addentra per tornare.

in “Poesia”, Anno XXVI, nr. 302, marzo 2015, pioi ripubblicato in Chiara De Luca,  A margine dei versi. Appunti sulla poesia contemporanea (qui)