di Chiara De Luca

 

È con un incipit perentorio e sorprendente, in un impeccabile stile giornalistico, diretto, efficace e circostanziato, che Ernst Weiss ci introduce nel suo “poliziesco dell’anima”, come il protagonista stesso definisce questo romanzo. Fin dalle prime righe della Prova del fuoco il protagonista, che è anche voce autoriale della narrazione, introduce al lettore la materia di cui si parlerà (realtà, non sogno), fornisce le coordinate spazio temporali in cui si apre la vicenda e ne indica il protagonista, “un uomo”, una persona, chiunque, il lettore stesso, che è subito dopo chiamato in causa, invitato a immedesimarsi, a comprendere quel che il protagonista stesso non comprende, ad avvertirlo sulla propria pelle. Perché quest’uomo può essere ciascuno di noi, come Gregor Samsa, il protagonista della Metamorfosi di Kafka, che un mattino qualunque si sveglia in forma di enorme scarafaggio, privo dunque della propria identità, della propria stessa umanità, in virtù di una colpa altrettanto anonima, che non individua né conosce, eppure lo sovrasta e schiaccia. Proprio come uno scarafaggio, l’anonimo protagonista della Prova del fuoco si trova costretto a passare strisciando sotto delle pareti in lamiera di una latrina, poi a camminare tra i rifiuti e gli scarti di una piazza del mercato,mentre qualcuno o qualcosa lo punisce, ponendolo nel centro di un tribunale invisibile, in balia di leggi imperscrutabili, trascinandolo davanti a un giudice senza volto, cui deve rendere conto di una colpa di cui non ricorda circostanze e motivazioni.

L’anonimo protagonista della Prova del fuoco deve sedere per un tempo indefinito nel vuoto di una solitudine inumana, immobile alla sbarra invisibile che coincide con quella della propria coscienza, ostaggio di una legge che travalica le norme umane condivise. Senza sapere come e perché, si trova deprivato dell’appiglio di ricordi cui fare ricorso per difendersi e giustificarsi, per ricavarne attenuanti, per invocare perdono e assoluzione, o almeno attenuare la severità di una condanna che inconsciamente si convince di meritare, eppure in principio vorrebbe rifuggire, per sottrarsi a un giudizio che grava sull’essere umano a causa della sua stessa natura. Proprio in virtù di questa consapevolezza della condivisione di una pena da spartire, di una condanna comune da scontare, il protagonista della Prova del fuoco ripone tanta fiducia nel lettore, disseminando il testo di richiami e rimandi che potrebbero sfuggire a una prima lettura, riprendendo frasi per variarle solo in parte, per integrarle, spezzarle e rielaborarle. Per questo costella il suo e nostro percorso investigativo di cifre e simboli, indizi e anticipazioni, tenendo desta senza tregua la nostra attenzione, chiamandoci di volta in volta in causa, sviandoci per poi reindirizzarci verso una soluzione che cerca nella propria mente assieme a noi.

Fin dalle prime righe di questo romanzo restiamo magnetizzati, siamo sottoposti noi stessi alla prova del fuoco, posti a cospetto delle ceneri dell’incendio, trascinati nella disperata e spasmodica ricerca di tracce in cui si getta il protagonista al risveglio dal sonno, dal sogno. E ben presto ci troviamo di fianco a lui, anonimo, privo di ricordi, derubato di quella chiarezza che da sempre lo affama, a seguire passo dopo passo, pagina dopo pagina, gli sparsi indizi lasciati nel buio dalla sua anima in fuga, incalzata da chissà quale potere superiore, o forza occulta, da chissà quale istanza terrena, o soprannaturale. Con lui alziamo gli occhi al cielo in cerca di risposta, di un cenno, di un’intermittenza di luce consolatoria, sbirciamo nel telescopio per ricostruire un senso, come quello incontestabile che c’è nell’orbita prestabilita dei pianeti, nella posizione precisa delle stelle sulla mappa del firmamento; frughiamo tra i rifiuti del mercato, decifriamo una pagina strappata di giornale nel tentativo di capire. Ben presto, a dispetto dell’apparente, impeccabile precisione delle prime righe, ci rendiamo conto di non avere alcuna prova certa tra le mani, di non sapere nulla: né il nome della piazza, né quello del protagonista, né la data del risveglio e del ritrovamento, e neppure se si tratti del crepuscolo della sera o di quello del mattino. Perché il protagonista stesso, e con lui l’autore, non sa nulla, né del suo passato, né di quel che è davvero avvenuto in realtà, così spera (o teme), non in sogno.

Anche lo stile di Weiss è investigativo forgiato e cucito sulla materia da offrire. Pagina dopo pagina l’autore accumula indizi, riga dopo riga raccoglie i fili spezzati, per cercare di ricucire la trama della propria stessa esistenza, dilacerata da un destino incomprensibile quanto spietato. Così il libro va scrivendosi mentre lo leggiamo, la narrazione si dipana con ritmo ora fluido, ora sincopato, tra lampi di memoria, flash back dapprima confusi, che vanno via via delineandosi in immagini dai contorni sempre più nitidi, chiari, reali. Chiarezza e realtà sono infatti le parole d’ordine del protagonista, mentre cerca di squarciare il velo della suggestione onirica che lo ha avvolto, a partire dal suo risveglio tra le pareti di lamiera del gabinetto pubblico.

Tutti i personaggi principali della storia compaiono dapprima in scena in forma di ombre, fugaci apparizioni, oppure come creature oniriche che paiono risultato di un lavoro di condensazione e spostamento, all’intersezione tra i piani di passato e presente, per poi prendere corpo e anima, e infine un nome nel presente.

Anche le ambientazioni di questo romanzo s’intersecano e confondono, talvolta sovrappongono. Animali e oggetti inanimati si stagliano fugacemente sullo sfondo cangiante, come simboli, forme allegoriche, dislocate pietre miliari di un’esistenza che ha smarrito la propria provenienza, sulla strada che sbiadisce alle spalle del protagonista, come le macchie di sangue sull’orlo dei suoi pantaloni, come i caratteri a stampa sul foglio strappato di giornale che si ritrova tra le mani nella piazza del mercato, o le lettere che compongono il nome dell’uomo ricercato sul mandato di cattura.

Ossessione primaria del protagonista è il sangue, che si fa leit motiv dell’intera vicenda. Rosso come il fuoco della prova cui viene sottoposto, rosso come la passione che l’ha riarso e condannato, come l’amore anonimo e perduto, il sangue è spia del delitto che deve essere espiato, è memento e alimento del senso di colpa, ancora anonimo e indistinto al pari del protagonista stesso. Il senso di colpa è presente fin dalle prime righe, nell’odore nauseante e nel sudiciume presenti all’interno del gabinetto pubblico, nei rifiuti sparsi sulla piazza del mercato. Ma è il senso è il sentore di una colpa ancora incerta, kafkianamente subita sulla pelle, di cui si fa portavoce il Padre del protagonista, giudice “severo e sempre giusto”, che tanto amava infliggere ai figli punizioni corporali, per difendere, anche tra le quattro mura della sua casa, l’integrità e la giustizia così come egli le concepiva. Il Padre è l’uomo austero e incanutito che attacca il mandato di cattura sulla bacheca delle affissioni, condannando per primo il terribile delitto di cui ancora non sappiamo; è voce della coscienza, tormento e alimento di quel senso di colpa ancora privo del suo oggetto e destinato a restarlo per sempre. Il Padre incarna le istanze superiori che hanno condannato il figlio. O forse è stato lui stesso a firmarne la condanna, come ha firmato quella dell’altro figlio, morto pazzo in un manicomio, come ha firmato quella della moglie, con la penna dell’amore preteso e negato.

Nell’opera di Ernst Weiss l’amore è di fatto sempre negato. Il rapporto tra uomo e donna è raffigurato come scontro inconciliabile tra i sessi, divisi da differenze insormontabili, che finiscono per scavare un abisso tra gli amanti, nel quale uno dei due è destinato a precipitare, a meno di fuggire e di sottrarsi all’ultimo, sul ciglio del baratro, per spiccare il volo verso la piena coscienza di sé, recuperando il proprio nome e reindirizzando il proprio destino. L’amore nell’opera di Weiss è sempre prova del fuoco. Amare è gettarsi tra le fiamme della passione, che finiscono per incenerire ogni fedeltà, ogni giustizia e senso di lealtà. Come lottatori, gli amanti si lanciano nel corpo a corpo del rapporto sessuale, ma le loro anime non si toccano mai, non si abbracciano mai, separate dalle mura altissime della distanza.

“L’amore non è mai puro”, scrive Weiss, riferendosi alle dinamiche dell’amore, al legame che (dis)unisce uomo e donna finché un taglio netto inevitabilmente lo recide. “Tieniti lontano! Tienila lontana!”, esorta, “Che ti ami, che ti odi, che ti adori, che conti su di te, che ti respinga e sottovaluti. Non avvicinarti troppo a nessun essere umano! Spezza piuttosto ogni legame prima che qualcos’altro lo spezzi!”. La prima vera colpa, la prima vera macchia è per Weiss proprio l’amore, il sentimento irrazionale e folle che distoglie l’essere da se stesso, deprivandolo dell’individualità e della propria stessa identità, dell’origine e del nome. Amare è il peccato da espiare e la condanna, scintilla da appiccare e incendio da domare per salvarsi. Unica alternativa alla ferocia distruttiva e autodistruttiva dell’amore sembra essere rappresentata dalla razionalità e dall’oggettività della riflessione, che è acqua da gettare sulle fiamme della passione, per fare infine chiarezza, luce che metta a fuoco il proprio nome, luce della gioia sulla strada a venire. Perché la sofferenza non salva, non fa crescere, non arricchisce.

“L’uomo soffre, ma non si nobilita”. Scrive Weiss: “I dolori non nobilitano mai. Soltanto la gioia può farlo, la pace fa bene”. Il dolore è privazione, progressivo indebolimento d’ogni difesa, nebbia che ottunde la ragione, indirizzandola verso il baratro della follia, verso quei gabinetti pubblici sudici e permeati da odori nauseabondi nei quali il fratello del protagonista, il folle, amava tanto entrare, “come un cane”, forse per fiutare una traccia di sé, per trovarvi un indizio della propria stessa colpa, per dare un nome e una giustificazione alla condanna. “Non è stata la grandezza della morte in croce a fare di Cristo un Dio”, scrive ancora Weiss, “[…] Il suo dolore non era il nucleo del suo amore. Era solo la metà più piccola del suo io, quella terrena, inadeguata, pretenziosa, rinunciataria. Un Dio autentico non può soffrire. Crea. Opera. È. Chi è superiore al mondo non può assolutamente provare i suoi dolori”.

Creare, operare, essere sono l’arma per frangere quel nucleo di dolore da cui scaturiscono le fiamme che minacciano la stabilità dell’anima del protagonista e la sua stessa integrità, assieme a quella della piccola Georgine, germoglio e vittima sacrificale di quel seme ormai sterile d’amore e disperazione. L’alternativa che il protagonista oppone alla ferocia distruttrice dell’amore, al tarlo che s’insinua tra le pieghe della coscienza, per minarla giorno dopo giorno fino a sbriciolarla, è rappresentata da un amore più grande, tanto da travalicare i confini dell’umano, che si muove sull’orbita all’apparenza irraggiungibile delle stelle, assorbendone la pace e il silenzio. La salvezza di sé e dell’altro, carnefice e vittima d’amore, risiede nell’ostinata operosità di un bene che abbraccia e avvolge, piuttosto che stringere e separare fino a spezzare, nel sentimento coltivato e nutrito dai soldati e dalle soldatesse dell’Esercito della Salvezza, che nella solidarietà con le creature più deboli e bisognose, cui si dedicano con sacrificio e abnegazione, trovano motivo e giustificazione della propria stessa esistenza e d’ogni azione. È questo amore anonimo e indifferenziato la chiave, l’indizio che riporta il protagonista sulla strada verso sé, a riscoprire il proprio nome.

“Questi soldati di Cristo non fanno distinzione tra giorni lavorativi e festivi”. Scrive Weiss a proposito degli uomini e delle donne dell’Esercito della Salvezza: “Vogliono svegliare chi dorme, vogliono esortare alla vocazione più pura. Vogliono amare e rimanere comunque puri. Vogliono amare ogni essere umano, uomo e donna che sia, rimanendo comunque mondi da sangue, sudiciume e da ogni tipo di colpa”. Sangue, sudiciume e colpa sono tutto ciò che il protagonista è stato costretto ad attraversare per fare chiarezza, per espiare il peccato dell’aver amato. Amare e restare comunque puri è dunque per Weiss una sorta di ossimoro, un fine difficile da raggiungere, impossibile se si prescinde da una vocazione più alta, da un obiettivo più chiaro, luminoso e giusto rispetto alla mera soddisfazione dei propri desideri individuali, che i più realizzano nella ricerca di una gioia effimera fine a se stessa, limitata nel tempo e nello spazio, illusoria. La salvezza risiede dunque nella dedizione incondizionata – al proprio lavoro, al firmamento, all’Altro – nel culto dell’autenticità, della realtà, accantonando il sogno dopo avervi trovato la chiave dell’idrante per spegnere le fiamme, per dissetarsi alla fonte della ragione.

“È realtà, non sogno”, ci assicurava il protagonista all’inizio di questa lunga allegoria circolare. E non mentiva, perché il confine tra la realtà onirica e quella empirica è così labile che i due piani si confondono, tanto che siamo costretti a cercare nel sogno gli indizi che ci conducono alla realtà immateriale della nostra anima.

 

 

In Ernst Weiss, La prova del fuoco, Silvy 2012. Traduzione e introduzione di Chiara De Luca

Ernst Weiss con Franz Kafka