Marcos Ana, Ditemi com’è un albero

In questi giorni mi trovo a tradurre l’autobiografia di un personaggio sfuggito alle persecuzioni del Regime comunista di Jivko in Bulgaria, che Franco ha in qualche modo accolto e salvato. La traduzione è un viaggio negli abissi e ritorno, come lo è stata quella di Ditemi com’è un albero autobiografia di Marcos Ana, prigioniero per 23 anni nelle carceri franchiste, due volte condannato alla pena di morte, due volte graziato. Ormai del tutto apolitica, ma nemmeno anarchica, me ne sto un po’ nel mezzo, dalla parte dell’umanità che resiste, e che spesso è soltanto un pretesto, una causa per il potere, sia che esso l’accolga, sia che l’annienti, a seconda del proprio tornaconto. Me ne sto come un cronista di seconda mano, un testimone dolente e imparziale, come deve stare il traduttore, come deve stare il lettore di Storia. La Storia insegna che l’umanità non sta né a destra né a sinistra né al centro, così come la Cultura. La Storia la scrivono i vincitori, tra revisionismi e negazionismi da parte della fazione di volta in volta al potere, ma la verità è sempre nelle storie minuscole degli “sconfitti”. Di un libro pieno di atrocità subumane e meraviglie oltreumane, l’episodio che più spesso mi torna alla mente è questo.

 

Il PRIGIONIERO e LA COLOMBA. Julián aveva vocazioni samari­tane. Un giorno raccolse in cortile un uccello ferito a un’ala che non riusciva a sollevarsi in volo. Lo portò in infermeria, dove gli ripulirono la ferita. Poi tornò con lui nel braccio, e per gior­ni continuò a curarlo con pazienza. Julián era gobbo dalla na­scita e basso di statura. Dopo che un’auto gli aveva fratturato una gamba, era rimasto per sempre claudicante e storpio. Nonostante la sua disgrazia, era sempre di buonumore, non aveva complessi e si prendeva in giro da solo. Io lo avevo conosciuto nel carcere di Porlier, era stato arrestato e condannato per le attività svolte durante la guerra. In seguito aveva riacquistato la libertà, ma l’anno dopo era tornato in carcere con l’accusa di essere comunista e di svolgere attività illegale.

Mi accorsi che si era lasciato crescere delle basette lunghe e molto folte che gli scurivano il volto.

Vedendomi un po’ sorpreso, mi confessò con aria da cospi­ratore:

– Visto che la polizia mi conosceva dalla mia prima deten­zione, ho cambiato un po’ il mio aspetto per passare inosserva­to e proteggermi durante l’attività clandestina.

Non so se mi stesse prendendo in giro o se dicesse sul serio. Da parte mia non avevo alcuna intenzione di prendermi gioco della sua ingenuità, ma chiunque lo avesse visto anche una vol­ta soltanto l’avrebbe riconosciuto subito, con o senza basette, anche se avesse cacciato la testa in un sacco.

Io lo stimavo molto e m’inteneriva la delicatezza che mette­va nel curare il suo uccellino. Lo chiamava Vichi, e gli parlava come se lui lo capisse.

Quando l’ala fu guarita, gli restituì la libertà. L’uccellino svolazzò un po’, poi però, incerto, tornò a posarsi sulla spalla di Julián. Lui continuò a prendersene cura, lo adottò, e divennero inseparabili. Vichi andava pian piano migliorando, compiva voli ogni volta più ampi, ma ritornava sempre. Era comnovente vedere Julián che gli dava da mangiare. Si metteva delle briciole di pane sulle labbra e l’uccellino, posato sulla sua spalla, le beccava frullando allegramente le ali. Cosi vissero una settimana l’uno dipendente dall’altro. Julián era felice e lo coccolava come un bambino. Si separava da lui soltanto di notte: lo metteva in una gabbietta con acqua e cibo, ma gli lasciava la porta aperta.

Un giorno come tanti altri, Julián prese in mano l’uccellino mise fuori il braccio tra le sbarre della finestra che dava sul cortile della prigione, gli diede un bacio e gli disse:

– Forza! Vola! – E Vichi spiccò il suo solito volo.

In genere, non passava molto tempo prima che tornasse, ma quel giorno tardava e Julián era preoccupato. Trascorse molto tempo in attesa guardando la finestra, ma Vichi non tornò mai più. Julián era sconsolato, gli mancava qualcosa, si sentiva solo, abbandonato e triste, trascorreva ore e ore vicino alla grata scrutando il cielo.

Un po’ di tempo dopo, sul davanzale di una delle finestre che davano sulla strada di Porlier si posò una colomba, e Julián si affrettò verso di lei con poche briciole di pane. Ma quando le fu vicino, la colomba si levò impaurita in volo. Julián non si arrese.

Lasciava ogni giorno le briciole sul davanzale della finestra, la colomba tornava, beccava le briciole tubando di felicità e accettava ogni volta un po’ di più la vicinanza del suo protettore.

Julián osò un passo ulteriore: un giorno si arrampicò fino alla finestra, infilò il braccio tra le sbarre, le briciole di pane sulla mano tesa, e restò ad aspettare pazientemente che la colomba arrivasse.

A un tratto risuonò uno sparo. Julián stramazzò al suolo con un tonfo. Noi accorremmo in suo soccorso, ma fu tutto inutile:  aveva un foro in mezzo alla fronte. Sul suo petto erano sparse briciole di pane che non erano potute arrivare a destinazione.  Sollevammo Julián tra le braccia — pesava molto poco — e lo portammo di corsa all’infermeria. Non ci fu nulla da fare, quando arrivammo, Julián aveva smesso di esistere.

Noi lo avevamo avvertito più volte di fare attenzione, perché poteva essere visto dai secondini di guardia accanto al recinto. Non era il primo prigioniero che moriva per un colpo di arma da fuoco per essersi affacciato a una finestra. La sua morte ci lasciò tutti sgomenti. Pieni di rabbia, intraprendemmo un’azione di protesta.

Il giorno dopo la colomba tornò puntualmente, ma Julián non potè farsi trovare all’appuntamento.