Questione di genio

Ho capito molto presto che probabilmente come poeta sarei andato bene, però sarei stato un incapace per qualsiasi lavoro intellettuale, quindi per vivere ho fatto di tutto per fare l’operaio metallurgico sapendo benissimo che con le poesie non avrei mai guadagnato una lira, con una poesia come la mia anzi rischiavo le botte. Oltre tutto il poeta sottoscritto intuisce che se il sottoscritto andrà contro la propria coscienza cioè scrivendo nella direzione opposta alla propria coscienza cadrà dalle scale, verrà messo sotto il tram quotidiano, verrà incornato dalla consorte e l’amante presunto mi spaccherà la faccia, rimarrò invaso dalle piattole canine, si accanirà contro di me la zanzara detta zanzara tigre, avrò perenne insonnia, i gatti mi graffieranno per non parlare dell’accanimento dei cani e il medico curante a mia insaputa per sbaglio mi farà bere l’arsenico. Per schivare tutti i pericoli della vita quotidiana e inoltrarmi con la bicicletta nel caos del traffico metropolitano e rimanere intatto devo correre in armonia con la mie convinzioni più profonde, devo fare solo quello che la mia coscienza dichiara giusto e così preservarmi incolume dal caos quotidiano. I difetti del sottoscritto che ha fatto solo la quinta elementare e che mai ha studiato una grammatica sono giganteschi, sbagli di tutti i generi, semplicismo e caos, però anche aver studiato sino alla laurea crea qualche difetto. Scrivere temi, piccoli saggi sino alla tesi di laurea che un professore deve giudicare costringe chi scrive a uniformarsi alle capacità mentali, spirituali del ricevente e questo incide in maniera negativa sulla necessità dell’autonomia indispensabile per la formazione di una opera veramente creativa. Lo scrittore deve porsi immediatamente davanti all’assoluto. Certamente se uno scrive per far sapere a tutti quello che già sanno o tutto quello che la gente preferisce ascoltare l’educazione scolastica è perfetta. Il fatto è che per scrivere le qualità non bastano è necessario che il caso ti sbatta nel posto giusto. La creazione di un’opera veramente creativa è una specie di rivoluzione e non si può fare la rivoluzione tutti i giorni. Dopo sconvolgimenti rivoluzionari, dopo la festa sono necessari lunghi periodi di calma, di tranquillità, bisogna riordinare e ripulire e per queste cose la scuola è perfetta. Però ogni tanto è necessaria la scossa per non trasformare l’umanità in un perfetto formicaio.

 

Luigi Di Ruscio, La neve nera di Oslo, Ediesse, Roma 2010, pp. 30-31.

 

Luigi Di Ruscio (Fermo, 1930 – Oslo, 2011), autodidatta (consegue soltanto la licenza elementare), studia da solo i classici americani, francesi e russi, la filosofia greca, saghe della mitologia nordica, l’opera di Benedetto Croce. Nel 1953 una giuria presieduta da Salvatore Quasimodo gli assegna il premio Unità. Nel 1957 si trasferisce in Norvegia, dove lavora per quarant’anni in una fabbrica metallurgica, e si sposa con una cittadina norvegese da cui avrà quattro figli. Ha collaborato con lavori poetici e interventi in prosa a varie riviste e giornali (tra gli altri: “Momenti”, “Il contemporaneo”, “Realismo lirico”, “Ombre rosse”, “Alfabeta”, “il manifesto”, “Azimut”). Ha scritto numerose opere di poesia (tra le quali: Non possiamo abituarci a morire, prefazione di Franco Fortini; Le streghe s’arrotano le dentiere, prefazione di Salvatore Quasimodo; Istruzioni per l’uso della repressione, presentazione di Giancarlo Majorino; L’ultima raccolta, prefazione di Francesco Leonetti) e di narrativa (tra le più importanti: Palmiro, La neve nera di Oslo, Cristi polverizzati, Apprendistati). Non ha mai smesso di ricevere l’attenzione di scrittori e critici di generazioni diverse come Paolo Volponi, Roberto Roversi, Francesco Leonetti, Eugenio De Signoribus, Massimo Raffaeli, Silvia Ballestra, Giorgio Falco. Feltrinelli ha pubblicato, nella collana “Le Comete”, la raccolta dei suoi Romanzi (2014).