A volte devi sacrificare la verità di te alla verità di ciò che hai addosso e intorno, lasciar bruciare tutta la discarica, anche se ustiona, e lasciar palare, lasciar parlare tanto, lasciar parlare fino all’assurdo, lasciar parlare fino alla feccia, come l’albero lascia il vento freddo scorrergli tra i rami e resta saldo sulle sue radici piantate nell’ombra. E devi saper tacere, guardarti come fossi un altro da neppure pigliare a pacche sulla spalla bonarie, perché non è di te che si parla, né di qualcuno. E ti chini dolcemente dal troppo vedere: fino a quanto, fino a dove.
Lasci bruciare via tutto, tutto il morto, stai lì senza stupore davanti a tutto il morto e il rancido che avevi intorno, senza il marcio dentro per immaginarlo.
Poi il vento piega i rami con dolore, porta via le foglie, a imputridire altrove, e i parassiti, e tutto quell’odore di morte che ti eri assuefatto a respirare.
Dopo c’è silenzio, in terra amore, tra i rami creature, nell’aria sentore di pioggia, corteccia e domani, foglie andate perché così si deve. E nemmeno maledici più il silenzio della pietà suicida. Torni intero, ma molto più che nella vita di prima. E ami il doppio e sai volare. E torna la gioia. E quel sentore che Il mondo è nato: e tu, vento, mantienilo.

 

da Il mondo è nato. Poesie in versi e non, in uscita