Dass ich einmal
das ganze Leben
im Wald gelebt haben muss,
daran erinnert im Wald mich
jeder Schritt.
Jede Berührung mit dem Boden,
der federnd leise
nachgibt,
das geringste Geräusch, das dieses dunkle
Schweigen knapp erhellt.
Das Wesen, das ich war,
scheint in die Tiefen
eines weiten Waldgebiets
in meinem Innern
sich ganz zurückgezogen zu haben.
Es zeigt sich nie mehr.
Es ist still geworden
wie eine Pflanze.

Che un tempo io
debba aver vissuto
la vita intera in un bosco
me lo ricorda nel bosco
ogni passo.
Ogni contatto col terreno,
che lieve come una piuma
cede,
il minimo rumore che illumina
questo buio silenzio brevemente.
La creatura che ero
pare essersi ritratta
nel profondo di un ampio
territorio boschivo
dentro di me.
Non si fa più vedere.
È divenuta silenziosa
come una pianta.

 

Während die Menschheit mit Riesen
schritten ihre Ziele
erreicht (um, abermals
beschleunigt, in wahn
witzigen Sprüngen
unvorstellbaren Destinationen
entgegen zu galoppieren),

setze ich einen Fuß
langsam
vor den andern,
genau beobachtend,

wie der Boden
berührt wird
in der schweigsamen
Landschaft um den Mindelsee,

wie jede Berührung des Bodens
durch massive Gummisohlen
hindurch
ein Glücksgefühl auslöst,

das sich steigern lässt,
wenn ich für Augenblicke
irgendwo

stehenbleibe,
zurückgekehrt
auf die Erde

noch einmal
ganz.
Ich sehe die Schönheit
der kahlen

Bäume.

(Zeichnungen, denen ein hellgrauer
Himmel als Untergrund dient,
die ich stundenlang
betrachten möchte: immer neue Aspekte
erfreuen meinen Sinn.
Meisterwerke ohne Zahl, ohne
Anfang und Ende, und wie lächerlich
wäre der Gedanke, ein Museum
bauen zu wollen dafür.)

Ich bleibe lange stehen.
Ich bin nicht so vollkommen wie sie.
Ich warte insgeheim auf den Frühling.
Ich mache mir Hoffnung, wo
keinerlei Hoffnung ist.

Sie überdauern
schlicht
den Winter.

Sie bleiben länger stehen
als ich.

 

Mentre l’umanità con giganti
passi raggiunge i suoi
scopi (per poi, di nuovo
accelerando, in tragi-
comici salti galoppare
verso impensabili
destinazioni),

io poso un piede
lentamente
davanti all’altro
guardando bene,

come il terreno
venga sfiorato
nel silenzioso
paesaggio attorno al Mindelsee,

come ogni sfioramento del terreno
liberi attraverso
le spesse suole di gomma
un sentimento di gioia,

che si lascia accrescere
quando per qualche istante
da qualche parte

mi fermo,
torno indietro
sulla terra

di nuovo
intero.
Vedo la bellezza
degli alberi

spogli.

(Disegni, cui fa da sfondo
un cielo grigio chiaro,
che per ore avrei voluto
osservare: sempre nuovi aspetti
mi rallegrano i sensi.
Innumerevoli capolavori, senza
inizio né fine, e quanto ridicolo
sarebbe il pensiero di voler
costruire per loro un museo.)

Resto a lungo in piedi.
Io non sono perfetto come loro.
Attendo in segreto la primavera.
M’invento la speranza, dove
non esiste alcuna speranza.

Sopravvivono
semplicemente
all’inverno.

Restano in piedi più a lungo
di me.

 

Ängstliche Verschlossenheit zur Schau tragende
Zugpassagiere, die mit ihren Mobilgeräten
zärtlich sind, den Winzling drücken,
kosen, kitzeln, in der Hand wiegen, sanft mit beiden
Händen umschließen, mit dem Ohr sich
anschmiegen, halb im Liegen mit ihm plaudern,
tuscheln, kichern, vorübergehend ihn verstecken an
brutwarmem Ort, um unverzüglich wieder bei der
Hand zu haben und zu umschmeicheln den ohne
Unterlass Umsorgten, Verwöhnten, mit
Fingern, Lippen, Wangen, weich und zart.

Una timida riservatezza si mostra nei passeggeri
del treno, che con i loro apparecchi portatili
sono dolci, premono l’affarino, lo coccolano,
lo solleticano, lo cullano in una mano, lo stringono
dolcemente con entrambe, semidistesi ci chiacchierano,
sussurrano, ridacchiano, brevemente lo nascondono
per covarlo al caldo, per riaverlo un istante dopo
in mano e accarezzare la creatura di cui senza sosta
si prendono cura, strusciandosi contro di lei
con le dita, le labbra, le guance
dolcemente e morbidamente.

[…] Soltanto nel bosco il poeta riesce a entrare in contatto con la parte più autentica di sé, soltanto nel bosco si ri-conosce, ascoltando il canto primordiale del silenzio, che risponde ai suoi silenzi interiori, composti di milioni di parole taciute dal frastuono assordante della città, dove tutto si muove a ritmo irregolare, dove i rumori sono innaturali e l’individuo è già postumo, destinato all’inesorabile sconfitta dell’alienazione, da se stesso e dall’alterità. La città, su cui si posa curioso e incredulo lo sguardo del poeta, appare come una sorta di prigione, in cui gli uomini sono costretti a una forzata contiguità, priva di condivisione e vicinanza, indotti a una corsa senza scopo, e separati dalle proprie radici più autentiche. Per questo la “fuga” nel bosco si configura come una sorta di percorso iniziatico e sacrale, dove i versi di Aebli si posano come gocce sugli occhi per riaprirli, per rendere di nuovo terso lo sguardo intorbidito dalla consuetudine al buio, perché possa infine abbracciare il reale in una apertura totale.

Dalla prefazione di Chiara De Luca

 

Jurt Aebli, da Gocce, Edizioni Kolibris, 2016. Traduzione di Chiara De Luca

Kurt Aebli (1955) a Rüti (Cantone di Zurigo), vive come scrittore a tempo pieno a Radolfzell am Bodensee. Ha ricevuto il Premi di poesia di Basilea (2008). Tra le sue opere ricordiamo: Der ins Herz getroffene Punkt (Il punto colpito al cuore, 2005), Ich bin eine Nummer zu klein für mich (Sono un numero troppo piccolo per me, 2007) e L’impreparato (2009), tutti con Engeler-Verlag. La sua più recente raccolta poetica è Tropfen (Edition Korrespondenzen, Vienna 2014).