THE QUESTION

Will nature never be ascendant again?

In between strata where you couldn’t draw a breath
deep time is ticking, in pools that are poisoned and forgotten,
in deserts where nomads drive trucks shimmering like a
woman’s dress across salt pans,
the long seconds, the hazy hours, the mysterious years,
neither fast nor slow;
a human shakes his Mickey-Mouse watch,
Goofy wags his tail and Minnie scolds,
everything is normal and speeded up,
traffic across the city bridge a bracelet of energy,
skyscrapers hyperventilating in sunlight and rain;
the human runs then stops, runs again;
Mickey is thrown into a skip, his dippy head ‘ticks? ‘tocks’
with innocent, mischievous eyes;
where was I; nature’s return; some mutation is
already breeding in the oceans’ green reactors, some
generalist about to make good out of a bad situation;
speed the repellant we put on
to fend off extinction in the waste places
where the tap is dry above the empty bucket.

 

 

 

 

OCEANOGRAPHER

Across the sea wall
the grey lumpen sea; it could
never master language,
mouthfuls of pebbles and sand
tossed on the beach, weed
and crab claws; in the sea-
gardens too, words never dart
in a shoal, are never snapped up
by a grouper or shark; deep
in the garden of perpetual darkness
words don’t fall in a drizzle,
like husks of plankton, blurred
in the fizz of a hunting fish’s
lamp; only we, it seems,
are at a loss without them,
eyes blinded by glitter
on the water’s surface.

 

 

 

 

THE COMING WAR

Who was the ghost
whistling on the parapet
as the goatherd passed by; the sky

was a blind of blue as always
drawn across the stars;
Allah must be a good book-keeper,

with so many heroes
there could be a short-fall of
houris in the twenty-first century;

unthinkable, but the advancing tanks
are a visor against the prayers
of the just

that patter like knuckledusters
on steel; nobody’s
impatient any more;

Death puts on the cloak
of the inevitable and
trudges out.

 

 

 

 

THE SUN IS SHINING

Get the old men up,
no sleeping in chairs, out
to the bluebell wood
and the thin shimmer of its
scent; get them up, no
shuffling in slippers to the
kitchen to glance at the clock;
get them up, the buzzard
in a deft swoop grapples
the rabbit; life never is past
tense (the photograph
album is memory’s arthrit-
is); get them up.

 

 

 

 

GOSPEL

They found God’s tomb
carved out of granite
in a cave in the desert hills;
when rubble and dust had
been removed they saw a hawk
painted in gold, its foot
on the neck of a sparrow;
scientists said Stand back,
and bombarded it with X-
rays, developing a photo
of emptiness; Holy, holy, holy,
chanted the priests, He is
risen again; it was breaking news
supplanting wars and riots,
but what to do with an
empty tomb; Move on, move on there,
the sergeant said,
wafting a lazy hand; Move
on, there’s nothing to see here.

 

 

 

 

WE LOOKED EVERYWHERE

Where’s Old
Tricky; behind the Moon?
but no, there was
nothing in the dark impact
craters; perhaps on Mars;
there were no spiritual
footprints in the desert of
stones; the Sun? just a
furnace of physics; what about
those fingers of light walking across
the bay? the Sun again,
its blind hands feeling
for the Earth’s green
face; Old Tricky, come out!
is he in the clouds; but
the clouds bring only rain,
and again tomorrow, rain;
what should we do; faith,
says the preacher, and
perhaps good deeds;
in the afternoon he goes for a
swim, delighting in the buoyancy
of flesh.

 

 

 

 

THE STORY SO FAR

I’m not sure anything
could be said when God’s
coffin was winched from the Marianas
Trench, streaming water, panelled
with gold where gazelles
pricked their ears and a sabre-
tooth padded; there were humans
too, in gold, holding hands;
These are my works, omnia
animalia sunt, it said on the
lid; the captain gave a signal and the
winch let slip the coffin
that splashed then sank
as in a watery mirror through the
blue, until it disappeared
with the last threads of light
into the trench’s depths.

 

 

 

 

UNCONDITIONAL

Heaven and Earth shall pass away,
but my words shall not pass away.

After humans
what happened to the words,
did birds make nests with them,
did ants carry them off
mistaking them for leaves;

after the Earth
did they float with debris
in space, twisting and turning
in the light of distant stars;

after the universe
did they come home to God
who sat deaf-mute,
astounded at all the things
they had said.

LA DOMANDA

La natura sarà mai di nuovo nascente?

Tra gli strati in cui non puoi tirare un solo respiro
tempo profondo sta battendo, in pozze avvelenate e scordate,
in deserti dove i nomadi guidano carri scintillanti come un
abito da donna nelle saline,
lunghi secondi, ore caliginose, anni misteriosi,
né veloci né lenti;
un umano scuote il suo orologio di Topolino,
Pippo scodinzola e Minnie brontola,
tutto è nella norma e accelerato,
il traffico sul ponte cittadino un bracciale d’energia,
grattacieli iperventilanti sotto pioggia e sole;
l’umano corre poi si ferma, ancora corre;
Topolino è gettato in un bidone, la sua testa pazza fa tic tac
ha occhi birichini, e puri;
dov’ero; il ritorno della natura; già una qualche mutazione si sta
scatenando nei grandi reattori oceanici verdi, qualche
generalista si sforza di trarre il buono dal male;
velocità il repellente che indossiamo
per far fronte all’estinzione in luoghi desolati
dove il rubinetto è secco sopra il secchio vuoto.

 

 

 

 

OCEANOGRAFO

Oltre la diga foranea
lo straccio grigio del mare; non potrebbe
mai padroneggiare il linguaggio,
bocconi di ciottoli e sabbia
scagliati sulla spiaggia, alghe
e chele di granchio; anche nei giardini
del mare le parole non guizzano
mai in banco, mai sono azzannate
da cernie o squali; nel folto
del giardino del buio perpetuo
le parole non cadono in pioggia leggera,
come strati di plancton, velati di spuma
nei guizzi di una lampada
di pesce predatore; solo noi, sembra,
siamo smarriti senza di loro,
con gli occhi accecati dallo scintillìo
sulla superficie dell’acqua.

 

 

 

 

LA GUERRA IMMINENTE

Chi era il fantasma
che fischiava sul parapetto
quando il capraio passò; il cielo

era una tapparella di blu come sempre
tirata sulle stelle;
Allah deve essere un buon contabile,

con così tanti eroi
potrebbe esserci penuria di
donne affascinanti nel ventunesimo secolo;

impensabile, ma i panzer in avanzata
sono uno scudo contro le preghiere
del giusto

quel tic toc di tirapugni
sull’acciaio; nessuno è
più impaziente ormai;

la Morte indossa il mantello
dell’inevitabile e
si trascina fuori.

 

 

 

 

IL SOLE SPLENDE

Svegliate i vecchi,
vietato dormire sulle sedie, fuori
verso il bosco delle campanule
e il riverbero lieve del loro
profumo; svegliateli, vietato
strascicare in pantofole verso
la cucina a guardar l’orologio;
svegliateli, la poiana
in picchiata abilmente
afferra il coniglio; la vita non si declina
mai al passato (le foto
nell’album sono un’artrite
della memoria); svegliateli.

 

 

 

 

GOSPEL

Trovarono la tomba di Dio
scavata nel granito
in una cava delle colline deserte;
quando polvere e pietrisco furono
stati rimossi videro un falco
dipinto in oro, le zampe
sul collo di un passero;
gli scienziati dissero Indietro,
per bombardarlo di raggi
X, e sviluppare una foto
del vuoto; Santo, santo, santo
salmodiarono i preti, Lui è
risorto; fu una notizia tanto esplosiva
da soppiantare guerre e rivolte,
ma che farsene di una
tomba vuota; Andate, andate via,
disse il sergente,
sollevando una mano indolente; Andate
qui non c’è nulla da vedere.

 

 

 

 

GUARDAMMO OVUNQUE

Dov’è il Vecchio
Furbone; dietro la Luna?
ma no, non c’era
nulla nel buio cratere
d’impatto; forse su Marte;
non c’erano impronte
spirituali nel deserto delle
pietre; il Sole? Solo una
fornace di fisica; che dire
di queste dita di luce in cammino
attraverso la baia? Il Sole di nuovo,
le sue mani cieche esplorano
al tatto il viso verde
della Terra; Vecchio Furbone, vieni fuori!
è forse nelle nubi; ma
le nubi portano pioggia soltanto,
e di nuovo domani, pioggia;
che dovremmo fare; fede,
dice il predicatore, e
buone azioni forse;
nel pomeriggio va a farsi
una nuotata, godendo della galleggiabilità
della carne.

 

 

 

 

LA STORIA FINORA

Non sono sicuro che ci fosse
qualcosa da dire quando l’argano
estrasse la bara di Dio dalla Fossa
delle Marianne, grondante, placcata
d’oro dove gazzelle
rizzarono le orecchie e una tigre
dai denti a sciabola andava
a passo felpato; c’erano anche
umani, in oro, a stringere mani;
Queste sono le mie opere, omnia
animalia sunt, era scritto sul
coperchio; il capitano diede un segnale e
l’argano lasciò scivolare la bara
che cadde nell’acqua e affondò
come in un liquido specchio
nell’azzurro, finché scomparve
con le ultime scie di luce
negli abissi della fossa.

 

 

 

 

INCONDIZIONATO

Cielo e terra spariranno,
ma le mie parole non spariranno.

Dopo gli esseri umani
che accadde alle parole,
forse gli uccelli ne fecero nidi,
le formiche le trasportarono via
scambiandole per foglie;

dopo la Terra
fluttuarono coi detriti
nello spazio, volteggiando e girando
nella luce di stelle distanti;

dopo l’universo
rincasarono presso Dio
che sedeva sordomuto,
sbalordito da tutto ciò
che avevano detto.

John Barnie, Tumulto in cielo, Edizioni Kolibris 2009. Traduzione di Chiara De Luca

Come tutti i libri potenti e necessari, questa raccolta di John Barnie non porta scompiglio soltanto in cielo, bensì anche nelle nostre coscienze, spesso assopite per difesa, o per eccesso di stimoli. Ci troviamo qui di fronte a un mix esplosivo di grande sapienza ritmica e maestria formale, profonda conoscenza delle Sacre Scritture, delle teorie darwiniane e delle tappe geologiche segnate dal nostro pianeta nella sua evoluzione. Il tutto rafforzato da un amore sconfinato per il mondo naturale in ogni suo minimo dettaglio, osservato, colto e restituito al lettore. E agli occhi del lettore che, come chi scrive, sia abituato a scenari urbani – dove la potenza creatrice della natura è domata, tenuta a freno, recintata, dove gli unici uccelli superstiti sono passeri e colombi –  la moltitudine e varietà di farfalle, volatili, insetti (attuali e preistorici) descritta, ascoltata, compresa dal poeta, schiude, o meglio, riapre un intero universo soltanto intuito.

Ma Tumulto in cielo è anche altissimo e coraggioso grido di protesta contro  le guerre, gli orrori, le ingiustizie dell’Umano, contro le dinamiche perverse del potere e le spaventose atrocità che costellano la nostra Storia e le nostre storie, adombrate, alluse o messe esplicitamente a nudo.

 Tumulto in cielo è un dubbio che s’insinua, rimestando le carte, ridistribuendole, scardinando con ironia intelligente o acuto scetticismo i principi fondanti del cristianesimo. Il “Vecchio Furbone” di Barnie è un Dio fragile, che ricorda  le divinità pagane così simili a noi, per difetti, debolezze, fragilità e invidie, così fallibili e vulnerabili. È un Dio assente, per nulla onnipotente, che sbaglia a priori, nel disegnare l’abbozzo della prima cellula. È un Dio che alza le mani, mentre il Figlio invoca un’aspirina e lo Spirito Santo singhiozza. Un Dio che non può salvarci dal Male, perché non è in grado neppure di salvare se stesso. E anche i suoi angeli sono creature fragili, dalle ali sporche e spezzate, minacciati, offesi, caduti, non per  colpa né disobbedienza, bensì perché terreni, come agnelli sulla paglia di un fienile.

Ma quel che emerge dal tumulto è la fede del poeta in una, seppur remota e nascosta, possibilità che il “partito della bellezza” vinca alle elezioni  della nostra anima. La poesia diviene qui  la principale artefice della “campagna elettorale”, con una voce priva di promesse e mistificazioni, di retorica e commiserazioni, bensì votata – in ogni sua vibrazione, in ogni suo sussulto, slancio o cedimento – alla ricerca della verità che possiamo carpire, alla celebrazione della realtà che ci è concesso afferrare. Nella mistica del possibile e dell’Umano.

 

dalla prefazione di Chiara De Luca

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John Barnie è nato e cresciuto ad Abergavenny, una città di mercato nella contea di Monmouthshire in Galles. Ha pubblicato opere su numerose riviste e antologie e ha vinto il Welsh Arts Council Prize per la Letteratura. Ha viaggiato molto negli Stati Uniti e all’estero, leggendo le sue poesie e suonando la chitarra in numerose band di blues & poetry. Attualmente vive ad Aberystwyth, dove dirige l’autorevole rivista culturale “Planet: The Welsh Internationalist”. Di John Barnie Edizioni Kolibris ha pubblicato le raccolte Tumulto in cielo (2009) e La foresta sotto il mare (2010), l’antologia Gigli di mare. Poesie scelte 1984-2003, il romanzo in versi Ghiaccio (2010), e il romanzo Storie della shopocrazia (2011), tutti nella traduzione di Chiara De Luca.