Il mondo è nato. Poesie in versi e non, in uscita

A salvarmi è stata la sensibilità della macchina. Quello dell’obiettivo è stato l’unico sguardo in grado di mettermi a fuoco, di avvolgermi e restituirmi a me stessa. Mi ha insegnato a guardarmi come a un’altra, non più come a una prigione, estranea e nemica, ma come a una casa piena di luce e di respiro, che sarei riuscita ad abitare, prendendomene cura. La macchina ha piegato la percezione distorta che avevo di me, la visione corrotta dal disamore, dal male del mondo che credevo di dover portare, mi ha salvato dalla caduta di Alfredino, dallo spettro delle bombe di Gheddafi, da quel disegno, o sogno che finisse il mondo, dall’impossibile maturità dell’indurirsi. Mi ha mostrato la bellezza del corpo e delle sue imperfezioni come se fosse altro, un castello, una baracca, un monumento, una cosa spossessata da riavere tra le mani; me ne ha mostrato i disegni di ossa, le croci che ci portiamo incise in bassorilievo sottopelle, sul collo e sulla schiena; il taglio delle costole quando alla luce divengono fili di lama, le mille forme assunte dalla creta dei muscoli nel movimento; me ne ha aperto tutti gli intarsi di vene, gli intrecci di giunture, il capolavoro della creazione. Sapevo che la maggior parte delle persone non avrebbe capito il perché della mia ricerca, che ne avrebbero ridacchiato e chiacchierato, che avrebbero ridotto tutto a un tentativo di seduzione, o alla smania d’apparire. Il mio fine invece quando scatto non è affatto apparire, ma esattamente l’opposto: svanire, via, completamente, seppur restando altrove, lasciandomi alle spalle le pelli di tutti i me che sono stata, e di quelli che non ho potuto essere, di quelli che mai avrei voluto. Di quegli stracci gli altri possono fare ciò che vogliono e ciò che più gli serve, io sono sempre altro, e sempre altrove. L’essere umano lo so da sempre fin troppo bene, nulla può sorprendermi ancora, né farmi più male di me, che il corpo l’ho odiato, tagliato, affamato, assetato, sfinito, che l’ho posato per giorni in soffitta, fatto strisciare per ore e ore nelle strade, che l’ho portato fino al limite, là dove la luce acceca, e su sei al bivio tra scivolare nel buio e voltarti e tornare, portando con te quella luce da cui tanti saranno attratti, per poi cercare soltanto di spegnerla. Nient’altro. Mai. Nessuna alternativa. Perciò non mi sorprende la ferocia, né mi commuove il desiderio confuso con l’amore.
Il mio fine è la celebrazione della vita e della forza impossibile dei corpi, la grande risata in faccia a tutti i medici che mi hanno rivoltata come un calzino sporco, scordando che dentro quel calzino c’era anche un essere umano, a tutti quelli che mi hanno picchiata, o insultata per la strada, a chi mi ha spaccato il naso e preso a calci, a chi mi chiamava Gandhi, o mostro, o zombie, ai compagni di scuola che disegnavano scheletri sul calendario il giorno del mio compleanno, a chi mi confinava e ghettizzava, a tutti quelli mi hanno offesa e presa in giro, a tutti i medici e professoroni e altri sapienti che hanno detto in faccia a mia madre che sarei morta, che non c’era più niente da fare, che ero una persona debole, un relitto umano, una fallita; a tutti gli uomini che mentre imparavo la vita mi hanno solo offesa, umiliata, non capita.
Le mie foto non sono intese a sedurre, i miei corpi sono quasi sempre senza sguardo, non cerco le pose allusive e accattivanti che si possono vedere nei giornali di moda, o nell’opera di fotografi maschi. La malizia è solo nello sguardo di chi guarda. Le manifestazioni di ferocia e brutalità scatenate in alcuni dalla visione di un corpo femminile non artefatto sono problemi che appartengono a loro, così come lo sdegno e il fastidio appartengono agli ipocriti e ai moralisti. Allo stesso tempo, però, la questione ci riguarda tutti, perché rivela come i corpi delle donne, quando non siano sfruttati e mercificati ai fini del mero piacere maschile, continuino a restare spauracchi, oggetti estranei e sconosciuti, che c’insegnano a percepire come nemici, ad alterare e gonfiare, o addobbare come alberi di natale nel tentativo di piacere, oppure a nascondere e avvilire per non essere attaccate. Perché l’immaginario comune ci costringe sempre a scegliere tra corpo e mente, senza sconti, senza sfumature, senza possibilità intermedie, senza convivenze: o sei bella e appari, o sei intelligente e ti nascondi. All’intelligenza non è concesso avere un corpo, figuriamoci consentirgli di apparire. Ecco: mi sono concessa di avere un corpo. Siete liberi di vederlo: in fotografia.
Certi nudi artistici sono in qualche modo accettati, o se non altro tollerati, ora perché non si distinguono dai modelli mercificatori del mondo della moda, ora perché realizzati da fotografi famosi, ora perché mostrano creature divine che è impossibile incontrare altrove, ora perché esibiscono la sofferenza di corpi seminascosti, fuori fuoco, sbiaditi, di cui si celano la luce e la bellezza, come se fossero colpevoli. Io invece mi sono già nascosta abbastanza nella vita. In fotografia voglio celebrare la vitalità e l’energia del corpo, di ogni corpo, le sue armonie, in piena luce, i suoi difetti, le sue rughe. Questo è stato percepito da poeti e intellettuali come un oltraggio, un vezzoso tentativo di seduzione mirata. Io invece non provoco nessuno. Semplicemente: non vi vedo. Quindi, se qualche salma seduce non so dove conduca, certo non da me, perché io non sono in casa. Le mie foto sono una risata solitaria e cristallina. Un mausoleo. Una piramide. Un santuario. Un allegro vaffanculo epocale.

 

da Il mondo è nato. Poesie in prosa e non. In uscita l’e-book gratuito