–En la mirada que entrecruzan los niños,
en su fulgor,
frente al estanque iluminado.
Es la frescura de sus voces recorriendo el espacio, vertiendo
entre hondonadas de luz,
su azar de viento y de extensiones. Es la tersura
de sus voces ardiendo en desbandadas de gozo,
de brillo intacto, de plenitud.

 

 

 

 

 

Nada

toca,
entre las carnes de la vida, su centro,
nada lo alcanza y lo despeja,
como esas risas,
esas carreras embriagadas y eternas
que van urdiendo los jardines, los bosques,
las planicies que cimbran y atraviesan el tiempo.

Nada lo ciñe y lo ahonda como esos ecos. Ojos niños que irradian infinitud.

Nada encarna en la vida
y la estremece; nada afirma su cuerpo y su sed, su voz,
como esa cifra de lo eterno en su centro:
un gesto puro
y claro.
Una mirada diáfana. Un arranque gozoso: Una gota,
un arroyo,
una corriente: Es el mar reverberando sus formas,
irguiendo en espesores de fuego sus masas,
su orbe
encabritado y frondoso; montañas de agua, de sol

 

 

 

 

 

Es la noche el lugar
que ilumina el recuerdo.

Es una vasta construcción
sobre el mar.     Es su despliegue

y su secuencia.
Amplios corredores se extienden sobre blancos pilares.
Las terrazas abiertas sombrean las olas,
y uno se interna y cruza
por insondables extensiones.

Va la mirada inaugurando los trazos,
van las pisadas centrando la inmensidad.
y su perfil
cambiante se va trabando.
y su emprendida solidez
nos va infundiendo una claridad: la del espacio
que se entrelaza. Vemos
transparencia en los muros, transparencia en las densas,
despiertas olas y una alegría nos roza como un augurio,
como la aleta fina y sigilosa
de un pez.

Es la memoria el viento
que nos guía entre la noche
y en ella funde
su tibieza: Nos va llevando,
nos va cubriendo con su aliento. Y es su suave premisa, su levedad
la que entreabre esas puertas:

Balcones, cuartos,
aromados pasillos. Salas
de inextricable y nítida placidez.     Ahí,
entre esplendores recién urdidos,
bajo el espacio imperturbable, recobramos, a gatas,
la expresión de los muebles,
su redondeada complacencia:     Todo
nos cubre entonces
con una intacta
serenidad.     Todo
nos protege y levanta con gozosa soltura.
Manos firmes y joviales nos ciñen
y nos lanzan al aire, a su asombrosa, esquiva, lubricidad.
–Manos entrañables
y densas. Somos
de nuevo risas,
de nuevo rapto bullicioso,
acogida amplitud.

Todo
nos retoma y nos centra,
todo nos despliega y habita
bajo esos bosques
tutelares: Agua
goteando; luz
bajo las hojas intrincadas del patio.

–Nello sguardo che si scambiano i bambini,
nel suo fulgore,
di fronte allo stagno illuminato.
Nella freschezza delle loro voci che percorrono lo spazio, sfociando
tra avvallamenti di luce,
è la loro unione di vento e d’estensioni. È lo splendore
delle loro voci che ardono in sbandamenti di gioia,
di lucentezza intatta, di pienezza.

 

 

 

 

 

Nulla

tocca,
le carni della vita, il suo centro,
nulla lo raggiunge e rischiara,
come queste risa,
queste corse ebbre ed eterne
che vanno ordendo i giardini, i boschi,
le pianure che fluttuano e attraversano il tempo.

Nulla lo cinge e scava come quegli echi. Occhi bambini che irradiano infinità.

Nulla s’incarna in vita
e la scuote; nulla ne afferma il corpo e la sete, la voce,
come questa cifra dell’eterno nel suo centro:
un gesto puro
e chiaro.
Uno sguardo diafano. Un impulso gioioso: Una goccia,
un ruscello,
una corrente: È il mare che riverbera le sue forme,
ergendo in spessori di fuoco le sue masse,
il suo orbe
impennato e frondoso; montagne d’acqua, di sole

 

 

 

 

 

È la notte il luogo
che illumina il ricordo.

È una vasta costruzione
sul mare.     È il suo dispiegarsi

e susseguirsi.
Ampi corridoi si estendono su bianchi piloni.
Le terrazze aperte ombreggiano le onde,
e ti addentri e attraversi
insondabili estensioni.

Va lo sguardo inaugurando i tratti,
i passi mirando l’immensità
e il suo profilo
cangiante si addensa.
e la sua solidità nascente
infonde in noi una chiarezza: quella dello spazio
che s’intreccia. Vediamo
trasparenza nei muri, trasparenza nelle dense,
onde sveglie e una allegria ci sfiora come un augurio,
come la pinna sottile e segreta
di un pesce.

È la memoria del vento
a guidarci nella notte
e in essa fonde
il suo tepore: Continua a portarci, a coprirci
col suo respiro. Ed è la sua soave premessa, la sua levità
che schiude queste porte:

Balconi, stanze,
corridoi pieni di profumi. Sale
d’inestricabile e nitida quiete.     Qui,
tra splendori di recente orditi,
sotto lo spazio imperturbabile, riprendiamo, a carponi,
l’espressione dei mobili,
la loro smussata compiacenza:     Tutto
ci copre allora
con una intatta
serenità.     Tutto
ci protegge e solleva con gioiosa disinvoltura.
Mani ferme e gioviali ci cingono
e ci lanciano in aria, la sua sorprendente, schiva, oscenità.
–Mani affettuose
e dense. Siamo
di nuovo risa,
di nuovo chiassoso rapimento,
accolta ampiezza.

Tutto
ci riprende e impernia,
tutto ci dispiega e abita
sotto questi boschi
tutelari: Acqua
gocciante; luce
sotto le foglie intricate del patio.

 

Coral Bracho, Quello spazio, quel giardino. Edizioni Kolibris 2014. Traduzione di Chiara De Luca (qui)

Altre poesie sul sito di Rai News (qui)

Coral Bracho è nata a Città del Messico nel 1951. Tra i suoi libri di poesia ricordiamo: Peces de piel fugaz [Pesci di pelle fugace, 1977], El ser que va a morir [L’essere che va a morire,1982], Bajo el destello líquido [Sotto lo scintillio liquido,1998, che raccoglie i suoi libri precedenti], Tierra de entraña ardiente [Terra dalle viscere ardenti, 1992, in collaborazione con la pittrice Irma Palacios), il volume che riunisce i titoli precedenti Huellas de luz [Orme di luce, 1994] e La voluntad del ámbar [La volontà dell’ambra,1991] Ese espacio, ese jardín [Quello spazio, quel giardino, 2003], che ha ricevuto lo Xavier Villaurrutia Prize e Cuarto de hotel [Stanza d’albergo, 2007]. Nel 1981 le è stato assegnato il Premio Nazionale di Poesia Aguascalientes per El ser que va a morir. Fa parte del Sistema Nacional de Creadores de Arte ed ha ricevuto una borsa di studio della Fondazione Guggenheim