Prima di ripartorirsi ad ogni creazione l’energia è tanto forte da sfiorare la vertigine di un senso di morte sul bilico di un salto enorme. Scaturisce dal primo Sole, perché non ne ha fame, sgorga e spilla, sale e seguita, ma non si espande né esplode. Allora devo correre fino a spezzarmi le gambe per sapere che il sangue scorre ancora, il cuore tiene, il fiato non manca; devo sudare, creare, devo cantare, ballare e gridare, scappare da tutto quello che è male, per avere attorno solo la bellezza d’ogni mia inutilità cruciale. Ma l’energia furiosa e altissima non scema, lievita e cresce da se stessa immane col passare delle ore, come l’apnea di un troppo di respiro, l’asfissia di un grido imploso, l’accecamento di un parossismo di luce e d’amore senza nome, un addensarsi d’acqua così stretto da mutare in ghiaccio. Come un appiccarsi della paura da un legno di memoria per non irrigidirsi nel sentore della fiera acquattata nella fessura che separa il bene dal male, la crepa tra domani e tutto ciò che non puoi ammutolire. È su quella linea d’ombra evanescente che si stagliano i neri spiriti di quello che riviene, i volti trasfigurati e contratti che credevi sconfitti, seminati e disseminati, mentre erano soltanto tramontati dietro la linea dell’orizzonte di mondi sommersi, per riaffiorare con l’aurora d’ogni nascita, cercando di abortirla. Dapprima provi un senso di sconfitta per non essere riuscito a farli a pezzi, poi un dubbio di vittoria per essere sopravvissuto, con il senso di conoscerli tanto bene da poterne prevedere ogni buia mossa, ogni gesto sporco che hanno addosso. Lasci la terra della risacca, per addentrarti nell’acqua, muovere piccoli passi verso il largo, mentre le onde ti allacciano le caviglie con forza, tirano e strappano. È come se l’anima tendesse con violenza per uscire vorticando dalla zattera del corpo zavorra, liberarsene, andare alla deriva. Nell’aria rarefatta sono gli sguardi taglienti di creature senza occhi che vedono tutti i te creati per proteggerti nel segreto inconcepibile di ciò che non sei. Sono creature piccole, strappano per gioco ali alle farfalle, armeggiano con le zampette tenere, rotolano palline di sterco minime, per creare forme come piccoli castelli, regni del nulla inospitale, ma innocuo come la loro inesistenza. Sono creature inoffensive, non fossero alleate con i cadaveri molli che le hanno precedute, riesumati dal taglio netto del non essere compresi. I piccoli castelli si alzano come un ponte levatoio che si getta contro il cielo, per sparpagliarne l’azzurro in milioni di frammenti di stelle spente. In gola risale il marcio entrato dal fondo putrescente dell’annegamento. Riconosci l’imminenza di questa morte. Qualunque cosa tu faccia e dica, che tu sia, o sia stato, o che inventi, non strapperai la maschera che ti hanno affisso in volto, non restituirai lucore al loro sguardo. Smetti di parlare, recita a soggetto, e adatta al soggetto il tuo copione. Improvvisa fino al pericolo di smarrire le parole. Quando solo l’acqua ti salva, l’acqua addosso è trasparenza. Il girasole è un cancro. Di nuovo hai corpo. Intero il corpo e lo sguardo è la spada di un risorto. Finge di darsi in pasto per riavere risputato il sangue di un tempo, rimasticato in un resto d’argilla e di sterco. Parlare è finire. Tentazione mortale tra capire e scordare. Menti nere non concepiscono il bianco. Menti nere partoriscono fango. Capire è uno squarcio dalla fronte all’ombra antica derelitta sull’asfalto. Allora pianti le dita dei piedi nella sabbia cedevole del fondo e senti che non c’è appiglio certo, che nulla davvero ti trattiene all’esterno del te che racchiudi, che sei sul filo tra la resa e la fuga, che sei tentato di smettere di lottare per una conchiglia di gioia che è la sua stessa perla, sei tentato di consegnarti alle onde, di lasciarti portare verso l’abisso, per ritrovarne tutti i sentieri, gli angoli conosciuti, le orrende solitudini, gli animali silenzi, il totale abbandono di una disperante rassegnazione, dove nulla tende, dove nulla spera, né strappa e squarcia e separa nell’afasia del sentire, nell’immenso muto del non vissuto. Ma poi afferri tutti i perché di questo risveglio nel fuoco altissimo di un furioso sconcerto, strappi i lacci d’acqua dalle gambe e corri, disperatamente corri, su frammenti taglienti di conchiglie e rifiuti e schegge di legno e grumo e cadaveri di granchi dalle chele mozzate, che gocciano sangue trasparente sulla sabbia fradicia della riva e fino alle dune più alte e brucianti di sabbia riarsa, là dov’è più immane procedere, contrastando la presa del vento sul ciglio dello strapiombo; e ancora corri, fino allo spicchio d’ombra lasciato da una sedia vuota, oasi dove posi i piedi e ti riposi e respiri. Apri la mano e nel palmo istoriato da mille tagli c’è una conchiglia che ha in sé la sua perla. Dissolve il senso di morte di sperate fallite presenze. E solo nel lontano si placa. Pianissimo sorge.

 

da Il mondo è nato. Poesie in prosa e non, in uscita