Est/etica della verità

Stanca di ripetere sempre lo stesso percorso, imboccai una strada in cui passavo soltanto molto di rado. Fatti duecento metri, mi trovai davanti all’ingresso di un museo di cui non ricordavo l’esistenza. Mi pareva di non mai visto quel grande portone in legno nero lucido. Decisi di entrare. Mi ritrovai in un’ampia sala, con i pavimenti lustrati a specchio. Nel centro, era sistemata una panca di legno nero lucido, su cui sedeva un uomo. Era una fotura imponente, racchiusa dentro un cappotto spesso e lanoso, ma il suo viso non riuscivo a vederlo. Se ne stava curvo, con il mento appoggiato sul dorso delle mani, serrate sul manico di un bastone senza nodi. Guardava un grande dipinto appeso al muro di fronte a lui. Io rimasi in piedi sulla soglia, con le braccia abbandonate lungo i fianchi. Guardavo quell’uomo, e mi chiedevo cosa ci fosse nel dipinto che stava guardando, e quale dipinto stesse guardando. Ma l’uomo non si muoveva. Continuava a guardare dritto davanti a sé.
–    Buonasera. – Gli feci senza muovermi dalla soglia.
–    Ciao. – Mi disse voltando appena la testa – Perché non ti avvicini?
Io feci qualche passo verso di lui.
–    Cosa sta guardando? – Gli chiesi.
–    Quello – Rispose, distogliendo gli occhi dai miei e riprendendo a guardare il dipinto appeso alla parete di fronte a lui.
Mi avvicinai ancora, fino a giungere a pochi passi soltanto da lui. Vidi il quadro. Era racchiuso in una preziosa cornice dorata e protetto da un vetro spesso che sembrava non potesse mai diventare opaco. Era un quadro enorme. Ritraeva la Vergine con il Bambino.
–    È bellissimo… – dissi.
–    È vero. – Disse l’uomo continuando a guardare assorto davanti a sé.
Io mi chiesi se per lui il quadro fosse bellissimo. O vero.
–    Resterei qui per giorni a pregare parole… – Mi disse l’uomo, avvolgendomi nel nero di due occhi profondi e soli.
–    È qui per pregare?
–    Non esattamente. Sono qui per ascoltare e per dire. Non conosco preghiere a memoria. Soltanto parole. Sono quelle che porto alla Vergine e al suo bambino. Sono le parole che ho perso.
–    Quindi per lei è come venire in chiesa?
–    Qui è più caldo che in chiesa, ed è più solo. In chiesa entra sempre qualcuno.
–    A volte entra qualcuno come te…
–    Talvolta… ma succede anche qui.
–    Ma non vorrebbe che qualcuno le rispondesse?
–    La mia risposta la ho dalla bellezza e verità di questo quadro.
Mi voltai verso la Vergine con il Bambino, cominciai a consegnare loro tutte le parole che non potevo. Quando ebbi finito, mi sentivo stremata, avvertivo i miei silenzi di sempre affondarmi nella carne. Mi voltai verso la panca, alla ricerca del nero degli occhi dell’uomo, ma non lo trovai. Se n’era andato in silenzio, portando con sé il peso delle sue parole.
Guardai a lungo la finestra della grande sala, finché non cominciò a scurirsi, poi a illuminarsi della luce di un lampione. Rivolsi ancora una volta gli occhi al quadro per cercare di capire cosa fossero la bellezza e la verità, ma non trovai altre parole per descriverle. Erano semplicemente ciò che vedevo e non potevo dire, neppure se mi fossero state restituite tutte le parole che avevo perso.
C’era caldo nel museo, fin troppo caldo. Fuori tutto si stava scurendo. Le luci sul soffitto e sull’angolo destro della sala, invece, sembravano molto più intense di prima, e la lieve ombra che avevo visto sul quadro alla prima occhiata si era dissolta.
Adesso la Vergine sorrideva e guardava il suo bambino in piena luce.
Mi alzai dalla panca, mi avviai verso l’uscita. Il custode mi guardò incuriosito. Mi guardò, ma non mi disse una sola parola, non mi fece un solo cenno di saluto. Forse avrebbe voluto, ma non lo fece.

 

da La stagista, ovvero Senza prìncipi