Le nuvole se ti stendi su un prato e le guardi bene assumono tutte le forme del mondo nel passare, come le ombre nella mitica casa di mia nonna, in via Napoleone III, brutta e vecchia, fredda e piena d’amore che non ho mai capito come facesse a stare in lei così piccina, mentre mi baciava sulla fronte, prima che l’attaccapanni diventasse una persona, i vestiti sulla sedia strani animali… Invece ci sono alberi che sono a parte del paesaggio, anche se costretti a stare nel centro, a barcollare, perché piantano le radici solo nella terra del cuore degli altri; hanno dita di rami aggrappate al vento, una voce piccola di foglie che puoi sentire se ti avvicini e stai in ascolto, quando tace il clamore di grandi foglie e rami e voli e vento dell’attorno. Non puoi cercare per loro somiglianze, né devi credere a tutte le forme che assumono con il variare delle ombre, per nascondersi a chi fa per depositarci il proprio guano, e neppure a tutte le forme che gli altri vogliono vedervi, per cercare di capire senza sapere, perché bisogna dare un nome a tutti gli alberi, la quiete di una classificazione. Con certi alberi bisogna credere soltanto a quello che senti appoggiando l’orecchio alla corteccia come una conchiglia che rimormora il mare delle presenze. Quel che hanno da raccontare non lo puoi immaginare: è così trasparente che nessun guano lo potrà mai sporcare.

da Il mondo è nato. Poesie in prosa e non, Edizioni Kolibris 2017. Prefazione di Massimo Sannelli. E-book gratuito qui