Mi sono guardata nello specchietto di un’auto, e ho visto che ero verde. Allora mi è preso il panico, ho avuto paura di non tornare a casa.  E mentre il panico cresceva mi chiedevo dove fosse andato tutto quel respiro preso in cima ai bastioni, tutto quel vento che mi era entrato dentro, tutta quella grazia d’acqua e d’alba e di silenzio. Ho pensato che avrei potuto portare almeno un ombrello, o una giacca per quando sarei tornata umana. Ma io l’ombrello non lo reggo: è troppo antiestetico, troppo umano. E della giacca avevo pensato di non avere bisogno. E poi proteggersi dall’acqua è assurdo. Siamo fatti per la maggior parte di acqua, in fondo, non possiamo proteggerci da noi stessi. Allora ho pensato che bisogna essere forti e soli, sempre. Soli con un cane. Ho guardato Eva accanto, piena di fango e di bava, zuppa fino al midollo, scodinzolante e felice, che mi ha ricambiato lo sguardo dicendo: perché adesso ti fermi? Cos’è cambiato da quando eri un cane? Allora il respiro è tonato regolare, il battito normale, il gelo ha scricchiolato nelle gambe, le dita hanno ritrovato la presa sul gambo del girasole stremato. Siamo ripartite a passo svelto. Ho pensato che in fondo ero di un bel verde delicato, che s’intonava col nero, che i cani non temono l’acqua, perché hanno mille risorse dentro, assorbite respirando la terra inzuppata di cielo e di vento. Ho sorriso e accelerato il passo, a testa alta, guardando dritto davanti, all’estraneità di auto e di ombrelli, con il sangue che si scioglieva e il verde che si dissolveva, fino a  casa, fino all’acqua calda, fino alle fusa di Sunny e alla coda di Titti in attesa dietro la porta.