Smisura la notte, una falce
di luce non trancia il silenzio,
ferite profonde le pieghe di tenda
dove frugano dita di ombra,
tempo interseca senso
su disattesi quadranti e non è
di lancette il passo sommesso
tra le costole e un angolo
solo di letto.

 

*

 

Ha slarghi di sonno l’incedere del giorno
impastando notturno la farina della resa,
in alto si schianta il corpo d’un lampione
profila nel nada la testa luminosa,
passi sono spari di silenzio nel viavai
d’auto in branco nel recinto delle strade,
fughe di guardrail finiscono nel ventre
di colline disadorne all’altare della resa.
Avvolti di vibrante solitudine ferina
abbiamo volto gli occhi di miseria nel passato
denocciolato il senso alla polpa del futuro,
abbiamo indurito lo sguardo contro il muro,
ceppi spezzati impedivano l’andare
contratto allo spiraglio dove
un fiore stringe, incapace a risalire.

 

*

 

Popola le sere il canto delle cose
come di un esercito in assedio
attorno a un lenzuolo dove
tendo il corpo per depositarvi
il troppo di ricordo: nella schiena
stanno conficcati gli abbandoni
lungo le gambe i mancati amori,
nel ventre s’insediano i veleni
del vero che si è sfatto a interrogarlo.
La realtà non sale né discende
forma pozze immobili nel centro.
Sterili canne sono adesso le parole,
si sporgono dal fango ritentando
di risalire in gola a germogliare.

 

*

 

Costringe oggi dentro la furia liberata
di pioggia a proseguire il martellante
attacco a sorpresa intrapreso nella notte.
Silenzio sopravvive stretto sullo sfondo
– guardalo graduale dilatarsi tra le gocce –
inghiottono voci familiari le finestre,
lucide si spiegano le foglie semisecche
di piante sole rovesciate sul terrazzo.
Stalattiti molli si staccano fluendo
dai cornicioni appesi al cielo sceso
per precipitare nel tuo punto
più oscuro esausta mi rannicchio.
Essere niente e voler essere tutto,
nelle tue caverne brancolo a cercare
se con me nel buio per errore
lasciasti cadere una traccia del tuo bene.

 

*

 

Ho spine alla rovescia,
conficcano di punta
il ripetersi infine del male chiamato.
Dovrò strappare a brandelli
la corteccia intera e lasciare
legno nudo a respirare,
estirpando solchi d’amore.

 

 

da Grani del buio. Poesie 2004-2006, in uscita