Non c’è cena o pranzo o soddisfazione del mondo,
che valga una camminata senza fine per le strade povere,
dove bisogna essere disgraziati e forti, fratelli dei cani.

Pier Paolo Pasolini

 

Ogni tanto bisogna stare scomodi, per rendersi conto che la maggior parte di quel che abbiamo è superfluo,  un ingombrante impedimento. Rinunciare alla comodità ti fa capire di cosa hai effettivamente bisogno, e scoprire che hai già fin troppo.

Da tre anni in inverno non accendo il riscaldamento. Ho smesso di farlo per necessità, perché non c’erano soldi,  ho proseguito per abitudine e perché mi sono resa conto che il termosifone era una delle tante stampelle superflue e inessenziali cui ricorriamo ogni giorno. In casa è già molto più caldo che all’esterno, e all’esterno ci vive o sopravvive molta gente.

In una delle case che ho abitato in precedenza, avevo il camino, ed è l’unica cosa che mi manca. Ecco, il camino non è superfluo, perché ti riporta al legame ancestrale con il fuoco, perché per farlo vivere richiede lavoro. C’è il lavoro prima, di raccolta o acquisto della legna, c’è il lavoro dopo, per prepararla nel focolare, per accenderla, infine c’è il lavoro di pulizia di cenere e residui di legno, ma solo quando anche l’ultimo calore che cova sotto la cenere si è spento. E poi c’è la meraviglia di veder nascere il fuoco e nascere con lui ogni giorno, l’emozione di farlo crescere, la grazia di alimentarlo. Poiché ci vuole fatica prima, e tempo poi per fare tutto questo, solitamente lo fai solo quando è necessario, nei momenti in cui il freddo si fa più sentire, ed è un freddo forse anche interiore: al mattino presto, dopo il pranzo, e soprattutto la sera, quando non c’è televisione, non c’è computer, non c’è spettacolo che tenga di fronte a quello del fuoco che nasce, in un lampo cresce e divora, divora, con quel suo scroscio d’acqua e di vento, come se gli elementi racchiusi nel legno, il suo sangue e il suo respiro, si liberassero per evaporare nell’ambiente.

L’anno scorso invece non avevamo neanche più il camino, ma io e i miei animali siamo sopravvissuti egregiamente. Loro si sono attrezzati, e sono diventati forse più cani (e gatto), indossando una folta pelliccia, con un sottopelo in cui sprofondare meravigliosamente la faccia. E con loro accanto non c’è neppure bisogno della classica borsa dell’acqua calda.
Eva non ha mai avuto problemi con il freddo, lei nuota tranquillamente fino al collo nella neve. La piccolina, invece, il freddo l’ha sempre sofferto molto, tanto che nei suoi primi inverni l’avevo sempre protetta con dei cappottini. Da quando in casa d’inverno non c’è più il riscaldamento, è iniziata anche la sua rivoluzione: ha rifiutato d’indossare all’uscita l’odioso cappottino, che si era reso superfluo, essendo molto diminuito lo sbalzo tra la temperatura interna e quella esterna. E poi si è temprata e ha fatto esperienza: inverno dopo inverno, ha imparato che se corri ti scaldi, e sei felice lo stesso. Così quando fa molto freddo facciamo uscite un po’ più brevi, ma più vivaci e veloci. Un tempo amavo più l’estate dell’inverno, ma da quando ci sono i cani preferisco il freddo, specie ora che non fa più paura.

Da quando in inverno il riscaldamento è spento, provo un forte disagio ogni volta che entro in un ufficio pubblico, o in casa di qualcun altro. La testa mi ronza e si avvolge di nebbia, il fiato mi manca, mi prende la nausea, non vedo l’ora di uscire a respirare aria vera. Questo perché la temperatura cui ci siamo abituati negli interni è eccessiva, smisurata rispetto al bisogno e l’atmosfera che si crea diviene innaturale e opprimente se non ci sei più assuefatto. Così, una volta che tu te ne sia disintossicato, la comodità superflua diviene fastidiosa, addirittura dannosa, qualcosa che va contro la nostra stessa natura, quella più vera e animale.