Finalmente è arrivato il denso nebbione bianchissimo che attendevo da tempo per la scena finale della Lorelei al laghetto! Così sono uscita con Eva. E appena arrivata al Parco ho chiamato un’amica e le ho detto con le lacrime agli occhi: “Dio, vedessi che ambientazione epica!” E dopo aver filmato un po’ di scene perfette come le avevo sognate… mi avvicino all’acqua del laghetto, sistemo il cavalletto, mi allontano un po’ per studiare la visuale. Nel mentre Eva urta il cavalletto, il cavalletto cade verso l’acqua, io mi lancio e lo afferro, ma la macchina si stacca e cade nell’acqua, e io d’istinto mi tuffo. Bello, come nei film. Solo che nei film non hanno mai tre metri di gonna di velluto che ti s’inzuppa e diventa pesante tre tonnellate trascinandoti con sé… In un nanosecondo ho pensato che non potevo dare questa soddisfazione agli amici poeti, che no, se proprio dovessi morire annegata, sarebbe almeno nella Senna! Così ho lasciato la macchina al suo destino e mi sono aggrappata al muretto sull’argine, ma non c’era verso di scalarlo con tre quintali di roba addosso. Così sono rimasta lì appesa, a surgelare rassegnata come Artax nella nebbia, mentre Eva cazzeggiava serena sulla riva. E niente, ho pensato, manco il cane. Forse il cuore ci resta, forse. Poi ho visto emergere dalla nebbia la salvezza. Una donna con un cagnolino nero è venuta verso di me e mi ha dato una mano, letteralmente, la sua mano, e sono risalita.
Capelli rossi, occhiali colorati, azzurri, se non ricordo male, giacca rossa, un volto da angelo o da bambina e un sole al posto del sorriso. Lei è Tiziana, fa il clown per i bimbi all’ospedale. E salva i bimbi caduti nell’acqua. Dopo ha riaccompagnato me ed Eva a casa in auto. E io avevo le ginocchia, i piedi e gli stinchi sbucciati, e l’auto puzzava d’alghe e di palude. Ma noi ridevamo. E sicuramente rideremo ancora. Allora ho pensato che incontrare persone meravigliose è raro, e deve avere un costo molto alto. Anche se ho visto cadere nell’acqua il mio terzo occhio, la mia compagna, la mia salvezza, alla fine era solo uno strumento, e in qualche modo, senz’altro, ritroveremo il modo e il verso.

Arrivata a casa, mi sono tuffata sotto la doccia calda. Amo l’acqua, ma non l’acqua gelida e sporca. Dopo, sul divano, ascoltando le viscere del Topino caldo acciambellato sulla mia pancia, ho fatto un giro di telefonate, perché a ridere di sé da soli non c’è gusto. E una mia amica mi ha detto: “Spero di non darti altre idee malsane ma… Scommetto che hai pensato che sarebbe stato grandioso riprendere la scena…”. Scommessa vinta, amica. Non era nelle intenzioni della favola, ma la realtà è sempre più forte anche delle favole. Per fortuna ero scalza.