Al risveglio ancora tra la nebbia e il sonno solo il vento accarezza l’edera che si stringe con furia alla base delle sbarre della finestra e in un valzer risale. Dai vetri esposti filtra con fatica un nuovo giorno ancora orfano di luce. L’odore del caffè è il primo che si mesce a quello impercettibile del buio. Guardo il nero che ribolle, si aggruma e si disperde, si concentra e poi risale, si centra nella prima goccia che come un rito faccio piovere sul fondo del bicchiere. È nera come sempre, calda come un mare riarso dal fuoco del cielo, ha l’odore dell’insieme, il buio chiuso dentro a un bicchiere. Il tartufo umido del cane mi sfiora la caviglia chiedendo da mangiare. Sa che pioveranno briciole di pane e un bacio sfiorerà la testa e le narici l’odore. Il nostro è un mattino animale. Il silenzio non è dissipato dalle parole. Si gonfia, si espande, mi avvolge, si mesce all’odore. Alito sul vetro della finestra per vedermi. Non nata, indistinta, alla soglia del possibile tra il sonno e la veglia. Per vedermi come un’argilla. Come qualcosa in attesa che non cede alla resa. Qualcosa che inizia. Che nessuno ha mai davvero interrotto.

Novembre 2015

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Adesso questo cielo aperto che chiama, e irride la stanchezza. Tu nella bocca stretta del tuo silenzio, tra le fauci immobili della memoria, che taglia se ti muovi, affonda se ti alzi come un pensiero. Il sole entra silenzioso e solo, tiepido nella promessa d’inghiottirti. Anche tutti i perché si sono sciolti come un’acqua, che ha eroso gli spigoli della ragione. Ti negarono di esistere ma non di essere, presero il tuo nome chiaro dall’inchiostro sul bianco e ne fecero stracci per le loro piccole ferite. Negata e rinnegata ti pronunci come una morte mancata che non ha nome da potersi tacere. Amici cari dei giorni inutili e felici: smarrite questa voce prima d’ignorarla ancora, falciati come spine fragili dal ferro dell’assenza.

Novembre 2015